Commento al Vangelo del 26 ottobre 2014 – Paolo Curtaz

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­­­Trentesima domenica durante l’anno

Es 22,21-27/ 1Ts 1,5-10 / Mt 22,34-40

Amare

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Erano 613 i precetti che il pio israelita era tenuto ad osservare, al tempo di Gesù.

Dalle dieci parole consegnate a Mosè per stipulare l’alleanza con il popolo si era giunti a questa selva di leggi e leggine per erigere una siepe intorno alla Torah, come avevano decretato i rabbini.

Di questi 365 erano proibizioni, uno per ogni giorno dell’anno, e i rimanenti erano precetti positivi, uno per ogni osso del corpo umano, secondo la conoscenza dell’epoca. Le donne erano tenute solo all’osservanza dei primi. Il popolino non era in grado di ricordarsi tutti i precetti e le sottili distinzioni di casistica morale che certi comandamenti richiedevano, perciò i farisei e i dottori della Legge li consideravano peccatori irrimediabilmente persi.

La gente credeva che l’intero corpus delle norme provenisse direttamente da Mosè.

Molte volte, lo sappiamo, Gesù distingue la Legge di Dio dalle norme derivanti dalle tradizioni degli uomini, la cosiddetta Legge orale, ponendosi in aperto contrasto con i devoti del tempo.

Alcuni rabbini si rendevano conto dell’enormità della situazione e, più tolleranti, stabilivano un ordine gerarchico per aiutare i fedeli a osservare almeno i precetti più importanti ma altri, più intransigenti, consideravano tutti i precetti ugualmente vincolanti.

Come il tale che cerca di redarguire il falegname che si spaccia per rabbino e che accusa i dottori della Legge di imporre pesi insopportabili ai fedeli e gli pone un classica domanda/trabocchetto.

E che, al solito, verrà zittito.

Non so voi, ma a volte sembra di vivere la stessa situazione paradossale anche oggi, fra noi cattolici.

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Ama Dio

Qual è il primo dei precetti?

Tutti, avrebbe dovuto rispondere il Nazareno, per essere tollerato dagli scribi e dai farisei.

Gesù, invece, risponde citando la bellissima professione di fede degli israeliti, lo Shema Israel, la preghiera che ogni ebreo recitava al mattino e alla sera.

Cosa è importante nella vita del fedele?

Amare Dio con tutte le forze, con tutta l’anima, con tutta la mente.

Amare con tutte le forze: cioè al meglio delle proprie capacità, delle proprie possibilità, della propria esperienza e del proprio carattere. Come se Gesù ci dicesse: fai del tuo meglio.

Spesso incontro persone che si lamentano di non esser capaci di amare, di essere duri di cuore. È vero, può accadere che la vita ci bastoni o che ci troviamo con un pessimo carattere. Siamo chiamati ad amare nella concretezza di ciò che siamo, non di ciò che vorremmo essere.

Amare Dio con tutta l’anima: meglio sarebbe tradurre con tutta la vita, senza schizofrenie, trovando Dio in ogni attività, in ogni esperienza, anche all’apparenza lontana, anche dolorosa. Il cristiano è colui che fa unità nel proprio cuore, che fa il monaco, l’unificatore, che trova una ragione che tiene legate tutte le cose. Quanto è triste vedere dei cristiani che tirano Dio fuori dal cassetto solo quando serve!

Amare Dio con tutta la mente: con intelligenza, studiando, approfondendo le nostre ragioni. È impensabile trovare dei credenti che nel tempo in cui tutti devono studiare vent’anni per avere uno straccio di lavoro, pensano che la fede si riduca ad un’emozione e non sanno dare ragione della speranza che è in loro!

Ma, come ebbi a scrivere molti anni fa, esiste un comandamento prima del primo, un comandamento “zero”: lasciati amare.

Come è possibile “comandare” di amare? No, possiamo amare perché ci scopriamo amati, il nostro amore è risposta all’amato.

Il prossimo

Alcuni biblisti fanno notare, giustamente, come esista un’evoluzione interna ai vangeli riguardo a questo precetto: se Marco e Matteo distinguono i due comandamenti, Luca lo fa diventare un unico comandamento e Giovanni osa di più sostituendolo con una nuova richiesta: siamo chiamati ad amarci come Gesù ci ha amato.

Gesù chiede di amare il prossimo come noi stessi: bisogna prima amare noi stessi, quindi!

Non seguendo le deliranti indicazioni del nostro tempo che spingono verso il narcisismo e l’egoismo devastanti, ma nella consapevolezza serena di essere amati e progettati per diventare un capolavoro.

Amare se stessi significa riconoscersi amati e accolti senza condizioni per potere, perciò, amare senza condizioni.

All’epoca di Gesù un grande rabbino, Hillel, diceva di non fare agli altri ciò che non si voleva che gli altri facessero a noi, Gesù riprendere e mette in positivo questo comandamento: siamo chiamati a fare qualcosa di costruttivo per gli altri.

Non siamo chiamati ad amare noi stessi o gli altri per simpatia, ma perché colmi dell’amore di Dio. Il nostro amore verso gli altri diventa un’eccedenza, come le fontane dalle mie parti che si riempiono d’acqua fino all’orlo per poi sbordare nella vasca sottostante.

Concretezza

La liturgia, saggiamente, fa calare la Parola nel quotidiano proponendoci, nella prima lettura, una interessante serie di norme di protezione dello straniero e del povero, spesso vittime di vessazioni e ingiustizie. L’amore diventa concretezza e attenzione, come il fatto di restituire il mantello/cappa del povero pignorato per insolvenza affinché possa proteggersi dal rigore della notte!

Iniziamo questa settimana andando all’essenziale: l’amore ci salva, ci redime, ci restituisce alla verità e ci porta verso Dio.