Commento al Vangelo del 19 ottobre 2014 – Congregazione per il Clero

127

cpc

XXIX Domenica Tempo Ordinario – Anno A

Citazioni:

Il dialogo narrato nel Vangelo di questa domenica, mette in evidenza l’atteggiamento poco autentico dei farisei, i quali tentano di “cogliere in fallo” Gesù per trovare un’accusa plausibile contro di Lui. E’ proprio il primo versetto della pagina evangelica di Matteo a offrirci questa chiave di lettura: ci si può presentare al Maestro anche con intenzioni insincere, per legittimare se stessi e far sorgere motivi apparentemente validi per rifiutare la Sua presenza e la Sua Parola. E, tuttavia, anche questa occasione di incontro con dei cuori così poco trasparenti, da a Gesù la possibilità di affermare una verità liberante per la nostra vita: solo il Signore è Dio e Lui solo bisogna adorare!

In modo subdolo, le autorità mandano a Gesù dei farisei e degli erodiani, i quali propongono un quesito: “bisogna pagare le tasse all’impero romano oppure no?” Ora, farisei ed erodiani sono due gruppi diversi; i farisei sono gli uomini religiosi e conservatori, che rifiutano perfino di toccare le monete dell’impero, perché su di esse c’è dipinto il volto dell’imperatore e ciò è contrario al comandamento; semplicemente toccare le monete, farle circolare nel Tempio e pagare il tributo, significava riconoscere all’imperatore un potere sul popolo santo di Dio. Gli erodiani, invece, erano quei Giudei del partito di Erode, il quale governava una parte del territorio proprio per conto dell’impero romano; essi avevano tutto l’interesse, anche economico, a incassare le tasse. Si capisce allora il tranello che le autorità hanno preparato a Gesù: se Gesù risponde con un “no” si mette contro l’impero e se risponde “si” si mette contro la legge e quindi contro il Tempio.

Gesù, però, è un sapiente secondo lo Spirito. Egli vede la loro astuzia insincera e smaschera la loro ipocrisia, spostando il problema e andando alla radice; si fa dare una moneta, chiede di chi è l’immagine. A questo punto, afferma: se la moneta è di Cesare restituitegliela ma state anche molto attenti a restituire a Dio ciò che è di Dio. Gesù non sta separando politica e religione e né proponendo una sorta di laicità in cui vi sono due ambiti diversi, Chiesa e Stato. Il pericolo di una simile visione, infatti, è che si separa la confessione di fede dalla storia, dalla prassi sociale, dall’impegno politico, dalla vita reale.

Gesù sta dicendo una cosa molto più grande: c’è qualcosa che appartiene a Cesare – all’impero, all’autorità – e allora dategliela; ma state attenti a non consegnare a nessuno, neanche all’autorità, tutto il resto e cioè voi stessi, la vostra persona, la vostra dignità, la vostra libertà. La vostra vita appartiene a Dio e solo a Lui dovete restituirLa, vivendola per Lui. Non siate schiavi di nessun’altra autorità di questo mondo e a nessun idolo affidate la vostra vita: né allo Stato, né alle idee o ideologie, né al denaro, né alla posizione sociale. C’è qualcosa di profondo, di intimo, di importante che appartiene a Dio e solo a Lui va restituito: è l’uomo nella totalità della sua esistenza. Sulla moneta che circola sulla terra c’è l’immagine di Cesare ma nel cuore dell’uomo, invece, è impressa l’immagine di Dio. A Dio solo devi rendere culto, Lui solo adorare, a Lui affidare la tua vita. In tal senso, anche la Iª Lettura ci aiuta nella riflessione: il re Ciro è suscitato da Dio per il bene del popolo e, tuttavia, Ciro non è un dio da adorare perché “Io sono il Signore e non ce n’è alcun altro”.

Questa Liturgia della Parola domenicale, dunque, ci consegna la verità profonda della nostra vita e ci fa comprendere quanto affermare Dio, non significa diminuire la nostra umanità ma, al contrario, ritrovarla pienamente liberata. Affermare Dio e credere nel Suo comandamento – adorare Lui solo e non farsi altri dei – non è una parola che ci schiaccia ma, invece, è il fondamento della nostra dignità di uomini: nessuno può renderci schiavi, a nessuno dobbiamo sottometterci con mortificazione, e nessuno può distruggere o annullare la bellezza che siamo perché noi siamo, anzitutto, immagine di Dio. Dunque, noi apparteniamo a Colui di cui siamo immagine.

Il cristiano, dunque, sa di essere in questo mondo ma di non appartenere ad esso; vive tutte le cose con passione restando, però, interiormente libero per Dio; si impegna fino in fondo e obbedisce alle autorità di questo mondo e, tuttavia, la sua anima appartiene a Dio. Egli sa che anche Cesare, alla fine, è sottomesso a Dio e che, in certi casi e contesti, essere fedeli a Dio e alla Sua Parola può voler dire resistere, lottare, soffrire e talvolta anche morire. Il cristiano sa, che in ogni realtà su cui è chiamato ad esercitare un potere o un governo, mai deve abusare e usare l’arma della sopraffazione. Egli considera ogni uomo come fratello da accogliere e amare perché in lui scorge l’immagine di Dio; rifiuta ogni violenza dà forma alla fede professata, attraverso un impegno quotidiano che contribuisca a rendere più umano e più accogliente questo mondo.

Benedetto XVI così commenta il brano evangelico di questa domenica: “Il tributo a Cesare va pagato, perché l’immagine sulla moneta è la sua; ma l’uomo, ogni uomo, porta in sé un’altra immagine, quella di Dio, e pertanto è a Lui, e a Lui solo, che ognuno è debitore della propria esistenza. I Padri della Chiesa, prendendo spunto dal fatto che Gesù fa riferimento all’immagine dell’Imperatore impressa sulla moneta del tributo, hanno interpretato questo passo alla luce del concetto fondamentale di uomo immagine di Dio, contenuto nel primo capitolo del Libro della Genesi. Un Autore anonimo scrive: “L’immagine di Dio non è impressa sull’oro, ma sul genere umano. La moneta di Cesare è oro, quella di Dio è l’umanità … Pertanto da’ la tua ricchezza materiale a Cesare, ma serba per Dio l’innocenza unica della tua coscienza, dove Dio è contemplato”.