Commento alle letture di domenica 9 Settembre 2018 – don Jesús GARCÍA Manuel

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Il commento alle letture di domenica 9 Settembre 2018 a cura di don Jesús GARCÍA Manuel.

Considerando la lunghezza del testo, consiglio di scaricare il file allegato in formato Word (fonte).

Prima lettura: Isaia 35,4-7a

I capitoli 34-35 costituiscono la cosiddetta «Piccola Apocalisse» del libro di Isaia. Composti probabilmente dopo l’esilio, contengono una serie di oracoli di giudizio contro i nemici d’Israele (34), contrapposti a oracoli di salvezza (35).

Un inno di gioia (35, 1-3) introduce l’oracolo di consolazione rivolto agli «smarriti di cuore»: l’intervento del Signore è insieme vendetta, ricompensa e salvezza. La giustizia si presenta con due facce, il castigo degli empi e la retribuzione dei giusti.

All’annuncio del v. 4 segue la descrizione del giorno della salvezza (vv. 5 e ss.), per mezzo delle immagini tradizionali che rappresentano i tempi messianici. Ciechi, sordi, zoppi e muti saranno sanati: le diverse situazioni di schiavitù, i diversi impedimenti che incatenano il popolo credente cadono come per incanto. Sono guarigioni reali e simboliche a un tempo: aprire gli occhi, schiudere gli orecchi significa anche dare la vera conoscenza spirituale e convertire i cuori all’ascolto della parola del Signore: saltare come cervi e gridare di gioia rappresenta la libertà e l’entusiasmo di confessare la fede.

La salvezza coinvolge non solo gli esseri umani, ma anche la natura, il cui ritorno alla vita è rappresentato con le immagini dell’acqua che rigenera il deserto e feconda la terra. Il paese inaridito che simboleggiava il castigo divino (34, 10ss.) torna qui a fiorire: scaturiranno acque, torrenti nella steppa, la terra bruciata sarà una palude e il suolo riarso si animerà di sorgenti.

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Seconda lettura: Giacomo 2,1-5

La lettera di Giacomo entra nel quotidiano della vita di comunità, con chiare indicazioni di comportamento.

Le conseguenze pratiche della fede sono estremamente chiare fin dall’inizio della lettera. Il secondo capitolo si apre con un’affermazione categorica: esiste una contraddizione insanabile tra la fede nel Signore Gesù e gli interessi personali, egoistici e transitori.

I tre versetti successivi (2-4) chiariscono l’affermazione con un esempio. La descrizione dell’uomo ricco e del povero accolti nell’assemblea con evidente disparità di trattamento è vivace e realistica, tanto da far pensare che già nella comunità delle origini esistessero questi problemi. L’interrogativo finale lascia alla coscienza della persona la decisione: ma l’accusa è forte e fa riflettere. Si tratta infatti non semplicemente di discriminare (diakrinô), ma addirittura di giudizi perversi (kritaì dialigismôn ponêrôn). Non è quindi solo una fede debole e incerta, ma una vera e propria ingiustizia nei confronti dei fratelli, qualcosa che ferisce profondamente la comunità. Potremmo dire, con linguaggio moderno, che i favoritismi dettati dall’attenzione al denaro e ai privilegi sociali non sono semplicemente un «peccato veniale».

Segue infatti un ragionamento stringato che ribadisce il pensiero dell’Apostolo. Il v. 5, che introduce l’argomentazione, è una domanda retorica che, nella linea del pensiero dei profeti d’Israele e dello stesso Paolo, ricorda la scelta preferenziale di Dio a favore dei poveri. I poveri agli occhi del mondo sono ricchi nella fede ed eredi del regno: i criteri umani sono quindi completamente capovolti dalla logica di Dio, e se preferenza deve esserci nella comunità cristiana, questa deve andare proprio a coloro che dal mondo sono emarginati e respinti.

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 9 Settembre 2018 anche qui.

Fa udire i sordi e fa parlare i muti.

Mc 7, 31-37
Dal Vangelo secondo Marco

31Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». 35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 09 – 15 Settembre 2018
  • Tempo Ordinario XXIII
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 3

Fonte: LaSacraBibbia.net

LEGGI ALTRI COMMENTI AL VANGELO

Commento al Vangelo: Marco 7,31-37

Esegesi

La guarigione del sordomuto, narrata solo in Marco, è localizzata in territorio pagano (la Decapoli), dove tuttavia sembra essere già giunta la fama di Gesù taumaturgo.

Il primo versetto (31) offre una precisa indicazione geografica, anche se non appare chiaro l’itinerario seguito da Gesù per giungere da Tiro e Sidone (sulla costa fenicia) fino alla Decapoli, a est del lago di Tiberiade.

Il v. 32 presenta la situazione, senza indugiare sui preamboli: la gente del posto chiede a Gesù di imporre le mani sul malato, credendo forse che la sua potenza passi come un fluido magnetico. Non è ancora fede, ma ingenua fiducia, forse mista a superstizione, nei confronti di un uomo che opera prodigi.

I tre versetti centrali (33-35) descrivono il miracolo, con alcune notazioni importanti che introducono il tema del «segreto messianico». Gesù prende in disparte l’uomo, lontano dalla folla, come a voler dissipare ogni fraintendimento propagandistico in quello che sta per fare; eppure indulge alla semplicità della gente e compie anche dei gesti concreti (le dita nelle orecchie, la saliva) che potrebbero farlo assomigliare ai maghi e taumaturghi del tempo. Il prodigio tuttavia non si compie direttamente in conseguenza dei gesti, ma appare piuttosto effetto dell’invocazione di Gesù e della sua parola, non a caso nel versetto centrale (34): egli alza gli occhi al cielo, rivolto palesemente a Dio, e dice in aramaico «Apriti!».

Il collegamento parola-evento è chiaramente sottolineato dall’avverbio «e subito». Il prodigio è espresso con verbi che adombrano anche un significato di conversione interiore: gli orecchi «si aprono», il cuore e la mente dell’uomo sono quindi aperti ad accogliere la Parola del Signore; la lingua «si scioglie», l’uomo è quindi liberato dai legami del male che lo tenevano prigioniero.

Viene poi la raccomandazione del segreto, caratteristica di Marco (v. 36): l’ora non è ancora giunta, e tuttavia la notizia del prodigio viene diffusa nonostante il divieto di Gesù. La reazione (v. 37) è di stupore, il miracolo risveglia qualcosa di più della superstizione che lo aveva preceduto. Queste persone credevano possibili guarigioni prodigiose, ma l’a-zione di Gesù li sorprende: ancora adesso non è fede, ma un passo ulteriore si è compiuto, ci si interroga su chi sia quest’uomo che fa udire i sordi e fa parlare i muti.

Meditazione

cruciali e decisive riportate da Marco nel suo vangelo. È curioso che qui Gesù parli al singolare: «Apriti!»: è anzitutto l’uomo come tale, nella sua totalità, che deve aprirsi, che deve lasciare che questa parola rompa, infranga, vinca la sua chiusura. Prima che essere rivolta alle sue orecchie, questa parola di Gesù è rivolta al suo cuore, al centro interiore dell’intera sua persona.

Ed ecco il risultato immediato di tutta questa opera di guarigione: «E subito gli si aprirono gli orecchi…» (v. 35). C’è un’«apertura», c’è uno «scioglimento», c’è un parlare ritrovato e «corretto», che manifestano l’efficacia della ‘cura’ di Gesù e diventano altresì contagiosi, tanto che i presenti non riescono a ubbidire al comando di Gesù, che ingiungeva loro il silenzio, ma «più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano…» (v. 36). Con una bella immagine, il card. C.M. Martini nella sua lettera pastorale «Effatà, Apriti» così commenta: «La barriera della comunicazione è caduta, la parola si espande come l’acqua che ha rotto le barriere di una diga. Lo stupore e la gioia si diffondono per le valli e le cittadine della Galilea…». L’esclamazione conclusiva (v. 37), pronunciata al colmo dello stupore, rievoca la finale del racconto della creazione: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). Siamo dunque in presenza di un evento che dischiude di nuovo la realtà originaria, un evento in grado di ricreare quell’umanità così come Dio l’aveva voluta agli inizi della creazione.

S. Ambrogio, nella sua spiegazione al rito dell’ Effatà che si celebrava durante la liturgia battesimale (reinserito ora nella celebrazione del Battesimo degli adulti), chiama questo episodio evangelico: «il mistero dell’apertura». In un contesto di iniziazione è fondamentale che qualcosa venga ‘aperto’ ed è nondimeno fondamentale la consapevolezza del bisogno di ‘lasciarsi aprire’. Tutto il vangelo di Marco è attraversato da questa ‘apertura’ (dai cieli che si aprono al battesimo di Gesù fino al velo del tempio che si squarcia «da cima a fondo» al momento della sua morte) e forse non è un caso che questo racconto di guarigione sia stato collocato a questo punto della narrazione evangelica: la sua valenza simbolica in ordine al cammino di sequela dei discepoli può essere illuminante. Ricordiamo che siamo nel contesto della cosiddetta «sezione dei pani» (Mc 6,30-8,21) in cui è più volte sottolineata l’ottusità dei discepoli, la loro lentezza di mente, la loro durezza di cuore: di fronte a sempre nuove e più grandi rivelazioni di Gesù corrisponde da parte loro un’incomprensione sempre maggiore. I discepoli appaiono come ciechi e sordi, incapaci di vedere e udire la novità del vangelo. Ecco allora che la fatica impiegata da Gesù per guarire quel sordomuto (la molteplicità dei dettagli è indicativa di tutta la laboriosità e lo sforzo compiuto per risolvere il caso) diventa segno della fatica usata a guarire i discepoli dalla loro cecità e sordità spirituale (riguardo alla cecità, l’episodio del cieco di Betsàida, in 8,22-26, svolge una funzione analoga). Ma, nello stesso tempo, l’’apertura’ del sordomuto diventa anche segno della possibilità offerta a tutti (discepoli compresi!) di ottenere la guarigione, di ritrovare una capacità nuova di ascolto e comprensione del mistero di Gesù. Ed è proprio questo il vero miracolo a cui tende tutto il vangelo…

don Jesús GARCÍA Manuel | Curriculum
Professore straordinario di Teologia Spirituale fondamentale (2016/2017)

Fonte

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