Commento alle letture di domenica 8 Marzo 2020 – Carlo Miglietta

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Il commento alle letture di domenica 8 marzo 2020 a cura di Carlo Miglietta, biblista; il suo sito è “Buona Bibbia a tutti“.

LA TRASFIGURAZIONE (MATTEO 17,1-13)

“1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».10Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». 11Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. 12Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». 13Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista” (Mt 17,1-13).  

Questo episodio della vita di Gesù va capito molto bene, analizzando anche i brani paralleli degli altri Vangeli (Mc 9,2-10; Lc 9,28-36).

UN’ESPERIENZA POST-PASQUALE?

“L’originalità di questo brano, oltre che dalla scenografia tipicamente apocalittica, proviene dal contesto. Viene subito dopo l’annuncio della passione e morte del figlio dell’uomo, le rimostranze di Pietro e l’esortazione ai discepoli di seguire il maestro sulla «via crucis». Vuole significare che al di là della passione esiste per Gesù un futuro di gloria divina, che il crocifisso è il figlio dell’uomo che verrà alla fine nello splendore della sua divinità. La luce della Pasqua e della venuta finale illumina la tenebra del venerdì Santo. Il servo sofferente di Dio e il figlio dell’uomo glorioso sono uniti nella stessa persona. Come valutare ora il racconto in relazione all’esperienza che i discepoli hanno avuto del maestro? Sembra di dover escludere prima di Pasqua una rivelazione del suo essere trascendente e divino. Soltanto alla luce della risurrezione essi compresero a fondo, per la prima volta, chi era Gesù è il senso della sua morte tragica. Svelato l’enigma della sua persona nelle apparizioni del Risorto, nasce la professione di fede che egli è il figlio di Dio e il figlio dell’uomo trascendente. La crocifissione non appare più un fallimento ma una tappa necessaria verso la gloria e soprattutto l’espressione della sua obbedienza di servo sofferente glorificato da Dio. Lo scandalo della morte tragica è superato. Essa ha significato l’abbassamento del figlio dell’uomo, che verrà alla fine nella pienezza della sua gloria e come Signore del mondo. Ne é garante la risurrezione. Il racconto della trasfigurazione, originato da questa fede pasquale, intende anticipare nella trama del Vangelo il significato dell’evento di Pasqua. Come nel Vangelo dell’infanzia è stato prefigurato nel bambino il suo destino futuro e sono stati anticipati avvenimenti che solo più tardi ebbero compimento. Si tratta di un accorgimento pedagogico di estrema efficacia per mostrare ai lettori la portata vera della passione di Cristo e rivelarne, subito, l’apertura alla gloria. L’espediente nasconde l’intenzione profonda di mostrare nel «dopo» della glorificazione il «perché» della crocifissione. Sembra dunque probabile che la trasfigurazione debba intendersi come apparizione pasquale anticipata. La concezione della storia che si aveva a quel tempo non era legata tanto alla legge di successione secondo lo schema del prima e del poi, quanto uno sguardo interpretativo teso a coglierne l’unità profonda. Del resto la conclusione del brano mostra il collegamento con la risurrezione…

Nel Nuovo Testamento due altri scritti ne parlano. Il primo è addirittura un parallelo con i racconti sinottici;

Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte” (2 Pt 1,16-18).

L’altro passo è nel Vangelo di Giovanni che presenta però solo una somiglianza tematica, in quanto parla della glorificazione del figlio dell’uomo nell’ora della morte di Gesù:

Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!»” (Gv 12,27-28)” (Giuseppe Barbaglio).

CONTESTO

Nel mezzo dei conflitti con i farisei e gli erodiani (Mc 8,11-21), Gesù lascia la Galilea e si reca nella regione di Cesarea di Filippo (Mc 8,27), dove inizia a preparare i discepoli. Lungo il cammino, lancia una domanda: “Chi dice la gente che io sia?” (Mc 8,27). Dopo aver ascoltato la risposta che lo consideravano il Messia, Gesù comincia a parlare della sua passione e morte (Mc 8,31). Pietro reagisce: “Dio te ne scampi, Signore!” (Mt 16,22). Gesù ribadisce: “lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mc 8,33) Fu un momento di crisi. I discepoli, presi dall’idea di un messia glorioso (Mc 8,32-33; 9,32), non comprendono la proposta di Gesù e cercano di condurla per un altro cammino. Era vicina la festa delle Capanne, in cui l’aspettativa messianica-popolare era solita aumentare e di molto.

L’evento della trasfigurazione è un evento profetizzato da Gesù, il quale dopo il primo annuncio della sua passione-morte-resurrezione dice ai discepoli: “In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non gusteranno la morte prima di vedere il Regno di Dio venire con potenza” (Mc 9,1; cfr Mt 16,28; Lc 9,27). Dunque alcuni dei discepoli saranno destinatari di una visione prima di morire, nella loro stessa vita, e vedranno il Regno di Dio veniente (Mc e Lc), vedranno il Figlio dell’uomo veniente (Mt). Come il vecchio Simeone aveva ricevuto dallo Spirito santo la promessa “di non vedere la morte senza prima avere visto il Cristo del Signore” (Lc 2,26), così alcuni ricevono una promessa da Gesù stesso: sarà loro manifestato il Regno di Dio, che Matteo identifica con il Figlio dell’uomo, dunque con Gesù stesso. Gesù è il Regno di Dio in persona, è l’autobasileía, come ha ben compreso Origene (cfr Commento a Matteo XIV,7,10.17 [su Mt18,23]). Gesù, che ha annunciato la venuta del Regno di Dio, ora lo rivela; o meglio, Gesù è rivelato dal Padre come Regno di Dio veniente con potenza, e dunque l’evento della trasfigurazione appare come un’anticipazione.

RETROTERRA EBRAICO

Il brano della Trasfigurazione di Gesù può essere compreso solo nell’ambito della grande tradizione ebraica. Il racconto della Trasfigurazione è storico, ma raccontato come un midrash, una riflessione sapienziale.

Tre sono i retroterra culturali di questo testo.

  1. La teofania sinaitica

La teofania al monte Sinai è evocata dal tema del monte, della gloria, di Mosè, dell’irradiazione del volto…:

“15 Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte.

16 La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube.

17 La Gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna. 18 Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti” (Es 24,15-17);

29 Quando Mosè scese dal monte Sinai – le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte – non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui. 30 Ma Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui. 31 Mosè allora li chiamò e Aronne, con tutti i capi della comunità, andò da lui. Mosè parlò a loro. 32 Si avvicinarono dopo di loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva ordinato sul monte Sinai. 33 Quando Mosè ebbe finito di parlare a loro, si pose un velo sul viso. 34 Quando entrava davanti al Signore per parlare con lui, Mosè si toglieva il velo, fin quando fosse uscito. Una volta uscito, riferiva agli Israeliti ciò che gli era stato ordinato. 35 Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando fosse di nuovo entrato a parlare con lui” (Es 34,29-35).

  1. La visione apocalittica di Daniele

4 Il giorno ventiquattro del primo mese, mentre stavo sulla sponda del gran fiume, cioè il Tigri, 5 alzai gli occhi e guardai ed ecco un uomo vestito di lino, con ai fianchi una cintura d’oro di Ufàz; 6 il suo corpo somigliava a topazio, la sua faccia aveva l’aspetto della folgore, i suoi occhi erano come fiamme di fuoco, le sue braccia e le gambe somigliavano a bronzo lucente e il suono delle sue parole pareva il clamore di una moltitudine.

7 Soltanto io, Daniele, vidi la visione, mentre gli uomini che erano con me non la videro, ma un gran terrore si impadronì di loro e fuggirono a nascondersi. 8 Io rimasi solo a contemplare quella grande visione, mentre mi sentivo senza forze; il mio colorito si fece smorto e mi vennero meno le forze.

9 Udii il suono delle sue parole, ma, appena udito il suono delle sue parole, caddi stordito con la faccia a terra.

10 Ed ecco, una mano mi toccò e tutto tremante mi fece alzare sulle ginocchia, appoggiato sulla palma delle mani. 11 Poi egli mi disse: «Daniele, uomo prediletto, intendi le parole che io ti rivolgo, alzati in piedi, poiché ora sono stato mandato a te». Quando mi ebbe detto questo, io mi alzai in piedi tutto tremante.

12 Egli mi disse: «Non temere, Daniele, poiché fin dal primo giorno in cui ti sei sforzato di intendere, umiliandoti davanti a Dio, le tue parole sono state ascoltate e io sono venuto per le tue parole. 13 Ma il principe del regno di Persia mi si è opposto per ventun giorni: però Michele, uno dei primi prìncipi, mi è venuto in aiuto e io l’ho lasciato là presso il principe del re di Persia; 14 ora sono venuto per farti intendere ciò che avverrà al tuo popolo alla fine dei giorni, poiché c’è ancora una visione per quei giorni». 15 Mentre egli parlava con me in questa maniera, chinai la faccia a terra e ammutolii.

16 Ed ecco uno con sembianze di uomo mi toccò le labbra: io aprii la bocca e parlai e dissi a colui che era in piedi davanti a me: «Signor mio, nella visione i miei dolori sono tornati su di me e ho perduto tutte le energie. 17 Come potrebbe questo servo del mio signore parlare con il mio signore, dal momento che non è rimasto in me alcun vigore e mi manca anche il respiro?». 18 Allora di nuovo quella figura d’uomo mi toccò, mi rese le forze 19 e mi disse: «Non temere, uomo prediletto, pace a te, riprendi forza, rinfrancati». Mentre egli parlava con me, io mi sentii ritornare le forze e dissi: «Parli il mio signore perché tu mi hai ridato forza».

20 Allora mi disse: «Sai tu perché io sono venuto da te? Ora tornerò di nuovo a lottare con il principe di Persia, poi uscirò ed ecco verrà il principe di Grecia. 21 Io ti dichiarerò ciò che è scritto nel libro della verità. Nessuno mi aiuta in questo se non Michele, il vostro principe” (Dn 10,4-21)..

  1. La Festa delle Capanne

Si pensa alla Festa delle Capanne per l’allusione alle tende fatta da Pietro, festa che iniziava sei giorni dopo il Kippur. Era la festa di Sukkot, in cui gli ebrei sono ancor oggi invitati per una settimana a vivere nelle tende, nelle capanne, per ricordare il momento meraviglioso del fidanzamento d’Israele con Dio, il tempo dell’Esodo, in cui il popolo era nomade del deserto. In questa festa, i pii ebrei dovevano salire a Gerusalemme. Qui Gesù con i suoi salgono sul monte che è il luogo della teofania, della presenza di Dio. Gerusalemme era il luogo della Presenza di Dio nel tempio, il monte è il luogo che ricorda il Sinai, dove Dio si è rivelato.

Durante la festa, si usa vivere in capanne, in tende. Qui Pietro dice a Gesù: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosé, una per Elia”.

Durante i primi sei giorni della festa viene eletto il Qohelet, il libro che dice: “Vanità delle vanità: tutto è vanità!” (Qo 1,2). Ora Gesù nel versetti precedenti (Mt 16,24-28; Mc 8,34-38) ci ha parlato proprio di questi temi: rinnegare se stessi, perdere la nostra vita. Nulla vale se non lui, se non il Regno.

Il settimo giorno della festa ci si veste di bianco, e nel tempio ognuno ha una luce, simbolo della Torah, della Legge di Dio. Qui Gesù è vestito di bianco, così bianco che più non si può, ed è splendente.

Nella festa delle Capanne gli ebrei celebrano la cosiddetta “letizia della Torah”, la letizia della Legge. È una celebrazione liturgica in cui si leggono i capitoli 33 e 34 del Deuteronomio. In essi si legge, tra l’altro: “In Israele non ci fu più un profeta come Mosé: il Signore si era manifestato a lui faccia a faccia” (Dt 34,10). Come abbiamo visto, Mosè parla faccia a faccia a Dio e a Gesù Cristo Signore.

Durante la festa delle Capanne viene nominato lo chatan Torah, “lo sposo della Torah”, il priore della festa. Costui è incaricato di leggere la Torah a tutti. Gesù tante volte dirà di sé di essere lo sposo messianico atteso (Mt 9,15; 25,1-13; Gv 3,29; 2 Cor 11,2; Ap 19,7-8; 21,2), e per questo Gesù taccerà di adulterio, in senso ovviamente metaforico, il popolo che lo rifiuta (Mc 8,38; Mt 12,39; 16,4).

La festa terminava in sinagoga con una preghiera per l’avvento del Messia. Qui è Dio stesso che dice: “Questi è il mio figlio prediletto: ascoltatelo!”, che proclama Gesù come Messia.

TESTO

  1. 1: Al termine dell’episodio precedente, situato a Cesarea, Gesù preannunciava: “In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno” (Mt 16,28). Forse questa profezia, specie in Marco, era riferita alla Parusia. Ma qui il riferimento è al v. 1: “Sei giorni dopo”: Luca invece dice: “Circa otto giorni dopo”.

– I “sei giorni”:

  1. a) potrebbero rievocare la teofania sinaitica: “La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube” (Es 24,16). Il memoriale di questo evento cadeva il sesto giorno del mese di Sivan (il giorno di Pentecoste: si veda il Targum su Es 19).
  2. b) potrebbero ricordare la Festa delle Capanne, festa che iniziava sei giorni dopo il Kippur.

– Con sé porta solamente tre discepoli: Pietro Giacomo e Giovanni. Egli opera una scelta, compie un’elezione, e dei dodici prende con sé solo tre, tra i primi chiamati alla sequela (cf. Mc 1,16-20). Sono i tre discepoli più vicini a Gesù, già scelti come testimoni della resurrezione della figlia di Giairo (cfr Mc 5,37-43), quelli che saranno poi anche i testimoni della sua de-figurazione nell’orto del Getsemani, alla vigilia della passione (cfr Mc 14,32-42). Sono scelti non per particolari virtù o meriti ma, nell’imperscrutabile volontà di Dio, perché possano rendere testimonianza, diventare testimoni di Gesù, anzi i testimoni per eccellenza: Pietro sarà “testimone (mártys) delle sofferenze di Cristo e partecipe (koinonós) della gloria che sarà manifestata” (1 Pt 5,1); Giacomo e Giovanni berranno la coppa e subiranno l’immersione, secondo la promessa di Gesù (cfr Mc 10,38-39). Saranno testimoni e dunque martiri!

Non è detto, ma dobbiamo pensare che gli altri discepoli lo aspettassero ai piedi del monte (cfr Mc 9,14, che alla discesa nota: “E giunti presso i discepoli, li videro circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro”). Anche questo ci ricorda il Sinai, tanto più che in Es 24,1 Mosé sale da solo sul monte, ma porta con sé Aronne e i suoi i due figli, Nadab e Abiu. La scelta dei tre medesimi discepoli, perché siano testimoni dei due episodi, serve proprio per far capire: quell’uomo Gesù che vedono angosciato, sfigurato di fronte alla morte e lo vedranno poi nella passione, sulla croce, conciato in un modo che non si può guardare, è lo stesso che hanno visto sul monte, trasfigurato nella figura di Dio: è lo stesso.

– un monte alto: la tradizione, a partire dal II secolo (cfr Vangelo degli Ebrei, citato da Origene in Omelie su Geremia XV,4,21), lo ha identificato con il Tabor (Sl 89,13), nella piana di Jizreel, facilmente raggiungibile, dopo sei giorni, da Cesarea, ma l’Hermon sarebbe stato ancor più a portata di mano. C’è in questa salita sul monte l’eco di tutti i racconti di teofania, di rivelazione di Dio dell’Antico Testamento: la montagna del Sinai e dell’Oreb, che sono un’unica montagna (cfr Es 3,1) salita e discesa da Mosè (cfr Es 19-34) e da Elia (cfr 1 Re 19,1-18); “la montagna della dimora del Signore elevata al di sopra dei monti” (Is 2,2; Mi 4,1).

-in disparte: questa salita, che Marco e Matteo sottolineano essere diretta verso “un luogo in disparte” (cf. Mc 9,2; Mt 17,1) e Luca specifica avere come fine la preghiera (cfr Lc 9,28), appare in vista di un evento importante, in cui i discepoli beneficeranno di una rivelazione fatta da Dio, rivelazione che riguarda il loro maestro, confessato poco prima da Pietro come Messia-Cristo (cf. Mc 8,29 e par.).

2: Gesù “si trasformò” (metemorphòte), subì una metamorfosi, cambiò di aspetto, o meglio “fu trasformato” (passivo divino: Mc 9,2; Mt 17,2), subì un mutamento di forma nei vestiti e nel corpo. Luca, temendo che i lettori del vangelo comprendano questo evento come un mito, una metamorfosi alla stregua dei riti pagani greci, preferisce usare un’espressione più neutra: “l’aspetto del suo volto divenne altro” (héteros: Lc 9,29).

Qui riscontriamo come l’evento sia in realtà inesprimibile e come il linguaggio degli evangelisti sia inadeguato: Matteo parla di “vestiti bianchi come la luce”, Marco li descrive “splendenti, bianchissimi, quali non li potrebbe rendere nessun lavandaio sulla terra”, Luca li definisce “sfolgoranti”. Ma è solo Matteo che individua come oggetto di tale trasformazione il volto di Gesù, che diventa radioso come il sole. I tre racconti tentano dunque di descrivere la luce di questi vestiti, certamente non dimenticando che la luce è il mantello di cui si riveste Dio (cfr Sl 104,2); in profondità, però, la sorgente di questa luce è Gesù stesso: ecco perché il corpo di Gesù fu trasfigurato (Mc e Mt), il suo volto brillò come il sole (Mt) e l’aspetto del suo volto divenne altro (Lc).

Invece del corpo e del volto umano, quotidiano di Gesù come lo conoscevano i discepoli, il mutamento fornisce la visione di un volto altro, luminoso, un volto trasfigurato da un’azione che poteva solo essere divina. Se Paolo nell’inno della Lettera ai Filippesi confessava:

“Colui che era nella forma di Dio (en morphê theoû)

non ritenne un possesso geloso

la sua uguaglianza con Dio.

Ma egli svuotò se stesso,

prendendo forma di schiavo (morphè doúlou),

diventando simile agli uomini,

riconosciuto nella forma come uomo” (Fil 2,6-7),

ora nella trasfigurazione colui che aveva la forma di schiavo riprende la sua forma di Dio e risplende di luce divina.

A nessuno può sfuggire, una seconda volta, in parallelo con Mosé, che quando discese dalla Santa montagna, “non si era accorto che la pelle del suo volto era raggiante, per il fatto di aver conversato con Dio” (Es 34,29-35). I vv. 29-35 di Es 34, di origine incerta, raccontano tradizioni sui raggi che emanavano dal volto di Mosè, che i vv. 29-33 collegano alla discesa dal Sinai, i vv. 34-35 alla tenda del Convegno. “Splendere” in ebraico è quaran: un equivoco con qeren, “corna”, ha fatto sì che la Vulgata traducesse: “Cumque descenderet Moses de monte Sinai tenebat duas tabulas testimonii et ignorabat quod cornuta esset facies sua  ex consortio sermonis Dei” (Es 34,29): “ la sua faccia era cornuta”. Molte raffigurazioni di Mosè, tra cui la famosa statua di Michelangelo, lo rappresentano con queste “corna” sulla fronte. Dirà Paolo: “Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu circonfuso di gloria, al punto che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore pure effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito?” (2 Cor 3,7).

“Sull’alta montagna Gesù non è stato visto da loro nella sua condizione ordinaria di uomo fragile e mortale, ma in un’altra forma: irradiante luce, radioso di luce, splendente come il Signore cantato dal Salmo  76 (“splendente di luce sei tu e magnifico”: v. 5a) e dal Salmo  104 (“avvolto dalla luce come da un manto”: v. 2a). Per dirla con il linguaggio paolino, colui che era “en morphê theoû”, “in forma di Dio”, e aveva preso la “morphé doúlou”, “la forma di schiavo” (cf. Fil 2,6-7), ora riprende la forma di Dio e dunque risplende. Si compie così la profezia di Isaia: “Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni carne la vedrà” (Is 40,5) e accade ciò che è testimoniato dal quarto vangelo: “E la Parola si è fatta carne e ha piantato la sua tenda tra di noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,14)” (E. Bianchi).

3:Ed ecco: questa espressione tipica della narrativa biblica (ebraico: we-hinné), comunissima in Matteo (tre volte in questo solo brano), ha come effetto di produrre un cambiamento del punto di vista, da quello del narratore a quello di uno dei protagonisti: in questo caso siamo invitati a guardare con gli stessi occhi dei discepoli.

– Accanto a Gesù e si vendono altre due figure, che Matteo nomina nell’ordine inverso rispetto a Marco: non “Elia con Mosé” (Mc 9,4), ma “Mosé ed Elia”. Con questa opzione rabbinica, Matteo stabilisce una priorità di Mosé su Elia e, al tempo stesso favorisce la presa di coscienza di un dialogo che Gesù intrattiene, mediante le due figure più rappresentative, con tutta la Legge e i Profeti, ossia con tutto l’Antico Testamento.

È significativo che entrambi questi profeti siano stati sull’Oreb e siano stati i destinatari di una teofania (Es 24; 1 Re 19). Ma forse è ancora più significativa la morte di entrambi: Mosé prima di entrare nella terra promessa (Dt 34), Elia rapito su un carro di fuoco come da un turbine (2 Re 2). Perché è senza dubbio di questo che Gesù sta discorrendo con loro, o che essi stanno discorrendo con lui, come esplicita Luca 9,31: “del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”.

Mosè il legislatore, dunque la Legge, è nominato più volte nei vangeli sinottici proprio in relazione alla Legge (cfr Mc 1,44; 7,10; ecc.), ma solo qui appare direttamente. Sull’alta montagna del Sinai-Oreb Mosè aveva ricevuto in dono diverse teofanie, e proprio per la sua intimità con Dio aveva ricevuto in dono anche la luminosità del volto, che i figli di Israele non potevano sostenere (cfr Es 34,29-35). Egli era pure il profeta atteso alla fine dei giorni, quando – secondo il Poema delle quattro notti nel Targum a Es 12,42 – sarebbe salito dal deserto, mentre il Re Messia sarebbe sceso dall’alto. Mosè era dunque atteso per i tempi messianici, quando sarebbe sorto il profeta simile a lui, cui doveva andare l’ascolto del popolo santo di Israele: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: ascoltatelo!” (Dt 18,15). Ma Mosè era anche colui che aveva pregato Dio: “Fammi vedere la tua gloria!” (Es 33,18), sentendosi da lui rispondere: “Non è possibile vedere la mia gloria e restare in vita… Tu vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere” (Es 33,20.23).

Nell’evento della trasfigurazione Mosè è presente, vivente nel mondo di Dio, e vede finalmente la gloria di Dio, Gesù Cristo, che in quell’ora appare come “la gloria del Dio invisibile” (cfr Eb 1,3), “il Signore della gloria” (1 Cor 2,8), colui sul volto del quale “brilla lo splendore della gloria di Dio” (cfr 2 Cor 4,6).

Accanto a Mosè appare Elia, il prototipo dei profeti, anche lui salito sulla montagna di Dio per una rivelazione nella “voce di un silenzio sottile” (1 Re 19,12), anche lui atteso alla fine dei tempi “prima che venga il giorno grande e terribile del Signore” (Ml 3,23) e che “si levi per quelli che temono il Nome di Dio il Sole di giustizia nei cui raggi sta la salvezza” (cfr Ml 3,20; cfr anche Sir 48,10-11). Elia rappresenta e sintetizza in sé tutta la profezia dell’Antico Testamento, quella che si era chiusa con Giovanni il Battista, anch’egli visto e identificato come “nuovo Elia” (cfr Mt 11,14; 17,10), precursore di Gesù nella vita, nella predicazione del Regno veniente, nella testimonianza e nella morte violenta. Nel racconto dei discepoli di Emmaus, il misterioso viandante dimostra la necessità della passione e della resurrezione “cominciando da Mosè e da tutti i profeti” (Lc 24,27).

4: Impulsivo e previdente, ma coraggioso come sempre, Pietro osa intromettersi nel discorso. A questo punto, è istruttivo a dare uno sguardo a una sinossi. Pietro si rivolge a Gesù chiamandolo “Rabbi” in Marco, “Maestro” in Luca, “Signore” in Matteo. Luca traduce in greco il titolo di Marco, Matteo invece lo cambia, perché non permette mai ai discepoli di chiamare Gesù “Rabbi”: il solo che lo fa sarà Giuda (26,25.49): non è, Gesù, un maestro come gli altri (cfr 23,8: “Ma voi non fatevi chiamare «Rabbì», perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli”)!

Il proposito petrino di costruire delle tende, per quanto generoso (“farò”, in Matteo, non “faremo”), rimane fortunatamente senza effetto: riemerge la tentazione di un messianismo trionfante, il tentativo di impedire la discesa verso la Passione e Morte, le insinuazioni di Satana alle tentazioni (Mt 4,1-11) e, poco prima, dello stesso Pietro che suggeriva a Gesù di evitare il cammino della croce (Mt 16,23).

5: – Non ha il tempo di finire di parlare quand’ecco apparire una “nube luminosa”. Nella Bibbia spesso si parla del mistero della “nube”, altro modo per indicare la Presenza di Dio che però si manifesta in modo velato: tra i vari elementi naturali in cui Dio si rivela, spiccano le nubi, definite “carro” o “seggio” di Dio[1], e spesso, nelle teofanie, accompagnate da fuoco, tempesta, terremoto. Nell’Antico Testamento la parola anan, nube, compare circa cento volte, e settanta volte designa una teofania. Forse, nell’Esodo, il ricordo delle fiaccole accese per guidare la carovana si sovrappose a quello della tempesta sinaitica o di qualche eruzione vulcanica: tutti questi fenomeni vennero interpretati come interventi di Dio a fianco del suo popolo.

La nube indica la strada ad Israele nel deserto[2], avvolge il Sinai durante la teofania[3], scende presso la Tenda del convegno[4], riempie di gloria il Tempio[5]: essa aveva poi abbandonato il tempio[6], ed il giudaismo ne attendeva con ansia il ritorno[7]. Questa nube “copre” Maria[8] all’annunciazione: il verbo usato in proposito nel Vangelo è episkiàzein, che richiama l’ebraico shakàn, che contiene la stessa radice di Shekinah, la Presenza di Dio[9]: meglio che la solita traduzione: “Ti coprirà con la sua ombra”, dovremmo dunque dire: “Ti coprirà con la nube della sua Presenza”. La stessa nube divina sarà presente poi alla trasfigurazione di Gesù[10], e accompagnerà la venuta ultima del Signore[11].

– “Ed ecco” per la terza volta, in progressione, una voce celeste, una bat qol, quasi identica a quella del battesimo, che in poche battute unisce prodigiosamente il destino messianico del Figlio (Sl 2), con quello di Isacco (il figlio “unico”, “prediletto”: Gen 22) e con quello del Servo (il compiacimento del Padre: Is 42). La necessità della passione del Messia è inscritta nella Legge (Isacco) e nel Profeti (il Servo).

Abbiamo così un concentrato di riflessione messianica davvero sorprendente:

Questi è il Figlio mio: il Messia (Sl 2,7)

il prediletto (agapetòs): il nuovo Isacco (Gen 22,2)

nel quale mi sono compiaciuto: il Servo del Signore (Is 42,1)

ascoltatelo: il profeta, nuovo Mosé (Dt 18,15).

“Il termine «figlio» indica il grado di parentela, forse meglio di intimità, di unione e comunione che egli ha con lui. Intimità che si traduce in fiducia, affidamento da parte del Padre e confidenza da parte del figlio… La Chiesa di Matteo fa il suo annunzio cristologico, additando in Gesù il Servo sofferente e il Figlio dell’uomo rivestito di potestà e gloria che gli uomini sono tenuti ad accettare. Nel fare ciò essa non fa che ripetere un messaggio preciso del Padre, non le proprie favole, dirà l’autore della seconda lettera di Pietro ( 2 Pt 1,16)” (O. Da Spinetoli).

– Rispetto alla voce del battesimo la voce della trasfigurazione aggiunge una parola: “Ascoltatelo!”, imperativo che ricorda la consegna di Mosé: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, di mezzo a te, un profeta come me: ascoltatelo” (Dt 18,15).  

6: Già Marco (9,6) aveva registrato la reazione di paura di discepoli. Ma Matteo vi insiste ancora di più: “caddero sulla loro faccia”, e la pone in relazione non con la visione ma con l’audizione della voce celeste (v. 6). In ogni caso Pietro, Giacomo e Giovanni sono presi da spavento per la rivelazione di cui sono destinatari, lo stesso spavento provato dalle donne nell’alba di Pasqua (cfr Mc 16,5.8).

7: Gesù che li conforta. A questo proposito bisogna rileggere la visione apocalittica dell’uomo vestito di lino in Daniele 10. Gli stessi elementi teofanici appaiono in Daniele e nel racconto di Matteo, nello stesso ordine: lo splendore luminoso volto, la voce, l’incoraggiamento: Gesù tocca i discepoli con la mano e dice loro: “Non temere!”. Attraverso questi elementi comuni è permesso riconoscere lo schema di una rivelazione, o apocalisse, che ordinariamente esige il segreto e progredisce grazie alla conversazione con un angelo interprete.

8: “Ecco il messaggio dell’evento della trasfigurazione: occorre ascoltare Gesù. Ma ciò va compreso bene: l’ascolto di Gesù è ascolto della parola del Vangelo e non di altre parole, è ascolto di ciò che Gesù ha detto e fatto, è ascolto della sua umanità, quell’umanità che egli ha vissuto con noi, condividendola in tutto, in tutto, senza venire meno all’amore del Padre” (E. Bianchi)

Ma la visione svanisce, e Gesù è di nuovo contemplato “solo” nella quotidianità umile della natura umana (cfr Mc 9,8 e par.). “I due esponenti della rivelazione veterotestamentaria si erano ritirati per fare posto a Gesù, il figlio prediletto. È lui che il Padre impone di ascoltare… La storia della salvezza aveva preso un nuovo corso (Mt 16,4), non era più mosaica ma cristiana. Ormai solo Gesù è il legislatore ed il profeta voluto dal Padre… io fa intendere di aver costituito solo Gesù suo unico plenipotenziario e intermediario tra gli uomini” (O. Da Spinetoli).

Ma c’è anche un’altra rivelazione. “È significativo che Matteo concluda: “Gesù resto solo”, che significa non la sua solitudine ma che i discepoli dopo la rivelazione vedevano soltanto Gesù, vedevano un uomo. Vedevano un uomo come prima, ma con la grazia della rivelazione da quel momento nell’umanità di Gesù potevano vedere Dio” (E. Bianchi).

9: Alla rivelazione della gloria del Figlio dell’uomo (termine danielico), segue l’ingiunzione di non dire niente a nessuno “quello che avevano visto” (Mc 9,9). La rivelazione è stata straordinaria, ma deve restare sotto silenzio, perché non sia svelato il segreto messianico prima dell’ora della resurrezione, per evitare implicazioni politico-nazionalistiche. Ora è istruttivo che, per Matteo “quello che avevano visto” diventi “la visione” (tò hòrama: v. 9): inserendo il termine visione Matteo dichiara qual è la propria interpretazione della Trasfigurazione: una visione apocalittica, la visione del Figlio dell’uomo nella sua gloria (Dn 7,13-14). Quella visione che non sarà piena, fino a quando “il Figlio dell’uomo non si levi dai morti”.

10: C’è quindi una conversazione con Gesù stesso, che riguarda il ritorno di Elia. La conversazione che ha luogo, scendendo dal monte, verte solo su uno solo dei protagonisti della visione, quello più importante per Marco: il profeta Elia. Il semplice fatto che gli scribi sostengano la necessità del suo ritorno, e già indice di una discussione a questo riguardo. Elia deve venire “prima”: ma prima di chi, o di che cosa?

11: In Ml 3,23-24 si annunzia il ritorno di Elia in questi termini:

“Ecco, io mando voi il profeta Elia

prima che venga il giorno del Signore

grande e terribile,

e ricondurrà il cuore dei padri verso i figli

e il cuore dei figli verso i padri,

affinché io non venga a colpire

il paese con lo sterminio”.

Perciò deve venire Elia prima del giudizio, e il suo compito sarà di sistemare ogni cosa, mettendo ordine nelle relazioni tra padri e figli: ma non è così sicuro in base alla profezia, né generalmente ammesso tra gli scribi, che egli debba venire quale precursore del Messia.

12: Ora, è proprio questo che il Vangelo afferma, dicendo che Elia è già venuto. Non solo, ma la sua stessa sorte (“hanno fatto di lui quello che hanno voluto”) preannunzia quella del Figlio dell’uomo senza però che tale necessità sia così strettamente deducibile dalla Scrittura come vorrebbe Marco 9,12-13, ripetendo per due volte “come sta scritto”, ciò che Matteo omette.

13: Infine Matteo toglie ogni suspense alla discussione identificando espressamente Elia con il Battista, come aveva già fatto 11,14: “E se lo vorrete accogliere (ndr: è un dato di Fede. non è un fatto rigorosamente probabile sulla base delle Scritture), è lui Elia che deve venire”. Questo è ben compreso dai discepoli (A. Mello). Anche se in Gv 1,21 si dice che il Battista non era l’Elia che doveva venire (“Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono»”), la teologia cristiana vedrà in lui l’Elia escatologico.

ESEGESI

  1. La meditazione della Scrittura ci rivela Cristo

Che cosa è probabilmente successo? Che Gesù si è preso una giornata di ritiro con i suoi amici più cari, se ne è andato monte e si è messo a leggere la Bibbia, cioè Mosé ed Elia. Per dire “La Scrittura”, gli ebrei dicevano “Mosé ed Elia”, oppure è “Mosé e i profeti”. Gesù legge la Bibbia – questo significa parlare con Mosé ed Elia-, ed in questa riflessione sulla Scrittura Gesù prende coscienza di essere il Messia e, per miracolo divino, questa consapevolezza viene capita anche dai tre ai discepoli che sono con lui. Non vogliamo negare a Dio la possibilità di trasfigurarsi, di diventare bianco, splendente, con tutti i raggi intorno, ma è molto più vicino a noi pensare che quando riusciamo a trovare mezza giornata per ritirarci su un monte per leggere la Scrittura, in quei momenti anche noi parliamo con Mosé e con Elia, in quei momenti Dio parla a noi e ci trasfigura, si rivela a noi, ci dice che siamo suoi figli, ci fa capire la nostra missione, ci dà coraggio per portare avanti la nostra vita. Nulla vieta di pensare e credere che sia avvenuto un fatto strepitoso, ma dobbiamo leggere la Bibbia al di là del genere letterario e recuperare il senso plastico di questo brano, la rivelazione concreta che in esso ci viene data.

Mosè ed Elia, la Legge e i profeti che sintetizzano tutte le Scritture di Israele, il Primo Testamento, sono accanto a Gesù come testimoni e interpreti. Anzi, in quel loro “intrattenersi”, in quel loro “parlare insieme” (sunlaleîn: cfr Mc 9,4 e par.) a Gesù mostrano un’autentica interpretazione spirituale in atto: Gesù è l’ermeneuta della Legge e dei profeti che sempre, “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiega in tutte le Scritture ciò che si riferisce a lui” (cfr Lc 24,27); e Mosè ed Elia, definiti da Luca “due uomini”, sono coloro che, presenti accanto alla tomba vuota, interpreteranno le parole dette da Gesù nella sua vita e lo proclameranno Crocifisso-Risorto (cfr Lc 24,4-7). Proprio in quest’ottica, nel racconto della trasfigurazione Luca specifica che Mosè ed Elia “parlavano con Gesù del suo esodo (élegon tèn éxodon autoû), che stava per compiere a Gerusalemme” (Lc 9,31). Dunque la Legge e i profeti testificano la necessitas passionis di Gesù, lo indicano come il Servo del Signore che deve passare attraverso la kénosis e l’innalzamento, e così mostrano la continuità della fede tra Antica e Nuova Alleanza.

Le attese messianiche di Israele sono veramente compiute, e Gesù il Messia appare come l’esegesi vivente e il compimento autentico delle Scritture. Con questa convinzione Origene può commentare:

“Se si comprende e si contempla il Figlio di Dio trasfigurato al punto che il suo viso sia sole e i suoi vestiti bianchi come la luce, si vedranno, contemplando Gesù in questa forma, Mosè la Legge ed Elia, che non è un profeta solo ma li rappresenta tutti, mentre conversano con Gesù … E se qualcuno ha visto la gloria di Mosè, poiché ha compreso che la Legge spirituale è tutt’una con la parola di Gesù, e ha compreso che nei profeti «la sapienza è nascosta nel mistero» (1 Cor 2,7), allora egli ha visto Mosè ed Elia nella gloria, proprio vedendoli con Gesù” (Commento a Matteo XII,38,29-37.43-49 [su Mt 17,2-3]).

La Trasfigurazione è anche mistero di luce, che illumina tutto il corpo (Israele e la Chiesa; Mosè, Elia e i discepoli) insieme al Capo. Infatti il Primo Patto testimonia e Gesù interpreta il Primo Patto; i discepoli, a loro volta, accolgono Gesù, accolgono la testimonianza delle Scritture e accolgono il comando del Padre in vista dell’ascolto del Figlio. Non c’è immagine biblica più efficace per narrare l’unità della fede nei due Testamenti, la centralità di Gesù il Messia, la pienezza della rivelazione in lui, l’essere un solo corpo da parte dei credenti che nell’Antico Testamento attendevano il Messia e nel Nuovo lo confessano e lo annunciano.

“L’ascesa dei discepoli verso il monte Tabor ci induce a riflettere sull’importanza di staccarci dalle cose mondane, per compiere un cammino verso l’alto e contemplare Gesù. Si tratta di disporci all’ascolto attento e orante del Cristo, il Figlio amato del Padre, ricercando momenti di preghiera che permettono l’accoglienza docile e gioiosa della Parola di Dio. In questa ascesa spirituale, in questo distacco dalle cose mondane, siamo chiamati a riscoprire il silenzio pacificante e rigenerante della meditazione del Vangelo, della lettura della Bibbia, che conduce verso una meta ricca di bellezza, di splendore e di gioia. E quando noi ci mettiamo così, con la Bibbia in mano, in silenzio, cominciamo a sentire questa bellezza interiore, questa gioia che genera la Parola di Dio in noi… Al termine dell’esperienza mirabile della Trasfigurazione, i discepoli scesero dal monte (cfr v. 9) con occhi e cuore trasfigurati dall’incontro con il Signore. È il percorso che possiamo compiere anche noi. La riscoperta sempre più viva di Gesù non è fine a se stessa, ma ci induce a “scendere dal monte”, ricaricati della forza dello Spirito divino, per decidere nuovi passi di conversione e per testimoniare costantemente la carità, come legge di vita quotidiana. Trasformati dalla presenza di Cristo e dall’ardore della sua parola, saremo segno concreto dell’amore vivificante di Dio per tutti i nostri fratelli, specialmente per chi soffre, per quanti si trovano nella solitudine e nell’abbandono, per gli ammalati e per la moltitudine di uomini e di donne che, in diverse parti del mondo, sono umiliati dall’ingiustizia, dalla prepotenza e dalla violenza” (Papa Francesco)..

  1. La Cristofania

Qualcosa della gloria, della luce di Dio risplende in Gesù, per quanto era possibile vedere ai discepoli: Gesù appare nella forma di uno dei “giusti splendenti come il sole nel Regno del Padre loro” (cfr Mt 13,43), come lui stesso aveva rivelato, appare come uno dei santi sapienti “splendenti nel firmamento come stelle per sempre” della visione di Daniele (Dn 12,3). Ciò che accade è dunque una vera Cristofania, anzi una teofania come quelle raccontate nell’Antico Testamento, di cui beneficiarono Mosè (cfr Es 3,1-15; 34,5-28), Elia (cfr 1 Re 19,1-18) e gli altri profeti, soprattutto Isaia (cfr Is 6) ed Ezechiele (Ez 1).

Nello stesso tempo l’evento della trasfigurazione annuncia ciò che accadrà a Gerusalemme, quando nell’ora della croce il centurione confesserà: «Veramente quest’uomo è il Figlio di Dio!» (Mc 15,39; Mt 27,54). Sì, l’evento della trasfigurazione è memoriale del battesimo e oracolo della croce, e la posizione centrale assegnatogli dagli evangelisti vuole proprio indicare questa sua qualità di memoriale e di profezia, di compimento di ciò che è stato detto nel battesimo e di anticipazione di ciò che avverrà nella resurrezione e nella parusia. “Nell’attesa di quel giorno a noi non resta che contemplare, per quanto ne siamo capaci, «il volto di Cristo su cui risplende la gloria di Dio» (cfr 2 Cor 4,6): così, «riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasfigurati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, attraverso l’azione dello Spirito santo» (cfr 2 Cor 3,18). Così nella tua luce vediamo la luce, Signore (cfr Sl 36,10)!” (E. Bianchi). “La comunità cristiana ha le più alte garanzie della sua predicazione: la legge, i profeti e lo stesso Padre” (O. Da Spinetoli).

  1. La bellezza di Dio

Nel contesto liturgico, celebrando la Festa delle Capanne, i discepoli capiscono che Gesù è il Messia annunciato da tutta la Scrittura, che Gesù è lo chatan Torah, lo sposo, l’ermeneuta, colui che spiega tutta la Torah; evidentemente sono arrivati gli ultimi tempi, la preghiera per il Messia si è realizzata, il Messia è qui tra loro e instaura il Regno. E poiché realizza il Regno, la creazione diventa bella: “Dio vide che tutto era buono”, nel creare l’universo (Gen 1,4.10.12.18.21.25.31). È qui i discepoli che cosa dicono? “È bello per non restare qui” (Mt 17,4), il mondo è tutto bello. Tu, Signore, in questo momento sei venuto e porti veramente a compimento il piano creazionale di Dio. Sei la Genesi, sei il nostro paradiso”. I padri diranno: “Creavit Deus Adam et posuit eum in paradiso, id est in Christo”: “Dio pose Adamo in paradiso, cioè in Cristo”. Il paradiso è simbolo del Cristo, perché solo in Cristo si compie il progetto creazionale (la Genesi non racconta come eravamo, ma come saremo!) nel quale i figli di Dio parlano tutti con il Padre, lo vedono non solo più di spalle (Es 33,23), ma faccia a faccia (Es 33,11), partecipano alla sua stessa vita, godono dell’immortalità (Rm 8,17). Il paradiso è Cristo, Gesù è il nostro paradiso: questa è la lettura più completa e più esatta del libro della Genesi. Allora quello che era il caposaldo della fede ebraica, lo “Shemà, Israel”,  l’“Ascolta, Israele” (Dt 6,3-4; 9,1; 20,3; 27,9), che veniva proclamato tutti i giorni in sinagoga, ora diventa l’obbedienza alla Parola di Gesù: il Padre dice: “Questi è il mio figlio prediletto: ascoltatelo!” (Mt 17,5).

“Nella fatica di ogni giorno per seguire Gesù portando la nostra propria croce (cf. Mt 16,24) abbiamo bisogno di momenti in cui poter dire: «È bello per noi stare qui accanto a te, Gesù, nostro Signore!»; momenti in cui la luce del «Dio-con-noi» (Mt 1,23) si fa evidente, in cui la nostra fede è confermata dalla voce di Dio che ascoltiamo nel cuore: «È lui il mio Figlio amato, ascoltatelo!». Sono momenti rari, di presenza elusiva, ma ci sono necessari” (E. Bianchi).        

  1. La tentazione di rifiutare la Croce

“La risurrezione è il messaggio fondamentale del Vangelo ma non può essere disgiunto dalla passione. L’intervento di Pietro, evidentemente funzionale (v. 4), viene a mettere in risalto il contrasto segnalato varie volte nel corso della vita pubblica di Gesù tra le aspirazioni dell’uomo e il disegno di Dio… Le tre tende rivelano il senso che Pietro aveva dato alla scena accomodandosi subito sugli allori di un’immeritata vittoria. Anche in questo caso Pietro rappresenta la voce della carne e del sangue(Mt 16,17), colui che pensa non secondo Dio ma a modo degli uomini (Mt 16,23), per questo è ancora una volta motivo di intralcio più che collaboratore di Dio. La spiegazione di Pietro non è solo sua; Paolo la ritrova a Corinto(1 Cor 1-4), ad Atene (At 17,16-32) presso il procuratore Festo e re Agrippa (At 25-26). E’ il tentativo di accomodare il disegno di Dio al piacimento e alla «saggezza» dell’uomo. L’apostolo questa volta non è tacciato di «uomo di poca fede» (Mt 14,31), né meno ancora da alleato satanico (Mt 16,23), ma il Padre stesso si scomoda a redarguire sue aspirazioni e a rettificare le sue concezioni” (O. Da Spinetoli).

  1. Vedere Dio nel volto dei fratelli

Dopo la Trasfigurazione, i discepoli vedono “Gesù solo”. Ne contemplano ormai solo la sua umanità, la sua presenza tra gli uomini, la sua Incarnazione. “Siamo chiamati a esercitarci alla capacità di vedere l’umanità, come i tre discepoli l’hanno vista in Gesù: una «visione» di Dio, almeno per noi, una traccia di Dio. Essere uomini e donne destinatari della trasfigurazione significa anche essere capaci di mutare lo sguardo per vedere l’invisibile nel volto umano, e lì vedere Dio… Al nostro orizzonte c’è la promessa del profeta Malachia: «Si leverà per voi che credete nel suo Nome il sole della giustificazione, nei cui raggi c’è la guarigione» (Ml 3,20). Sole che, illuminando i volti degli umani, così feriti, piagati, sporchi, li guarirà e li farà apparire a noi come i volti dei fratelli di Gesù, dei figli di Dio, di Dio stesso…! È come dice Benedetto nella sua Regola: «Davanti agli ospiti che arriveranno o partiranno si inchinerà la testa o ci si prosternerà a terra, adorando in essi il Cristo che si accoglie nella loro persona» (53,6-7). I discepoli sono dunque invitati a un cammino che è ben riassunto in un detto di Gesù riportato da Clemente Alessandrino: «Hai visto tuo fratello, un uomo? Hai visto Dio» (Stromati I,19,94). Questo è il mistero della trasfigurazione: «Hai visto tuo fratello, tua sorella? Hai visto Dio»” (E. Bianchi).

  1. Trasfigurarci e trasfigurare il mondo

“Ma qui noi ci poniamo una domanda. Siccome in Marco e in Matteo sta scritto che Gesù “fu trasfigurato émprosthen autôn, davanti a loro” (Mc 9,2; Mt 17,2), e solo davanti a loro, allora ci chiediamo: è il corpo di Gesù che si è trasfigurato oppure sono stati i discepoli che, per grazia di una rivelazione, hanno visto nella carne fragile e umana di Gesù la sua gloria divina? Già Origene si poneva tale domanda, e concludeva che sono stati i discepoli a subire una trasfigurazione della loro vista nella fede, fino a vedere nell’umanità del Servo, nella forma dello schiavo, la forma di Dio Egli scrive: “Tu tenti di sapere se i discepoli, quando Gesù si trasfigurò davanti a quelli che aveva fatto salire sull’alta montagna, videro Gesù sotto la forma di Dio, quella che era la sua prima, avendo egli preso quaggiù la forma di schiavo? Ebbene, ascolta queste parole, se tu sei capace, in un senso spirituale, e nota che non è detto solo «fu trasfigurato», bensì «fu trasfigurato davanti a loro», come dicono Matteo e Marco. Tu dunque concluderai che è possibile che Gesù davanti ad alcuni sia trasfigurato e davanti ad altri non lo sia” (Commento a Matteo XII,37,1-21 [su Mt 17,2]).

Ma affinché questa rivelazione, questa apocalisse sia per i discepoli autentica e definitiva, ecco anche la visione della Legge e dei Profeti, di Mosè ed Elia che conversano con Gesù. Mosè ed Elia, servi del Signore, appaiono qui nella condizione gloriosa di viventi presso Dio, quali testimoni della gloria di Gesù. La Legge e i Profeti che sull’alta montagna avevano visto la teofania, la manifestazione di Dio e della sua gloria (cfr Es 19,16-25; 24,12-18,33,18-34,28; 1 Re 19,8-18), ora sull’alta montagna vedono la cristofania, la manifestazione del Messia Gesù! È manifestazione, questa, della Parola di Dio detta dalla Legge e dai Profeti e fatta carne in Gesù” (E. Bianchi).

La trasfigurazione è mistero di trasformazione: il nostro corpo e questa creazione sono chiamati alla trasfigurazione, a diventare “altro”; il nostro corpo di miseria diventerà un corpo di gloria (cf. Fil 3,21), e “la creazione che geme e soffre nelle doglie del parto” (cfr Rm 8,22) conoscerà il mutamento in “cielo nuovo e terra nuova” (Ap 21,1). Ciò che è avvenuto sul monte Tabor in Gesù Cristo avverrà per tutti i credenti e per il cosmo intero alla fine della storia.

Celebrare l’Eucaristia è vivere in anticipo la trasfigurazione in comunione con il Signore e con i fratelli e sorelle: la Parola si trasfigura in pane e in vino e questi in cibo che a sua volta si trasfigura nella nostra vita. In questo modo l’Eucaristia diventa un progetto di trasformazione che deve impegnarci nella nostra storia: abbiamo l’obbligo di trasformare il pane delle nostre possibilità in pane per tutti affinché non vi siano affamati nel mondo; abbiamo il compito di trasfigurare ciò che viviamo e facciamo e tocchiamo perché la pace possa chiamarsi giustizia. Gesù non resta sul monte della trasfigurazione, ma scende nel mondo della storia quotidiana per portare il vangelo della trasformazione agli uomini e alle donne che incontrerà sul suo cammino verso la città di Dio: la città della trasfigurazione definitiva che muta la morte in vita e la croce da strumento di tortura e di morte in simbolo di misericordia e di redenzione. Noi ne siamo testimoni. Noi lo annunciamo con la nostra vita” (P. Farinella).

[1] Es 20,18; Dt 33,26…

[2] Es 13,21-22; 14,19.24

[3] Es 19,16; 24,15-18

[4] Es 33,9-10

[5] 1 Re 8,10-13; Is 6,4

[6] Ez 10,3-22

[7] 2 Mac 2,8

[8] Lc 1,35

[9] Es 40,35; Nm 9,18.22

[10] Mt 17,1-8; 2 Pt 1,16-19

[11] Mc 14,62; At 1,9; 1 Ts 4,17