Commento alle letture di domenica 28 Luglio 2019 – Carlo Miglietta

Il commento alle letture di domenica 28 Luglio 2019 a cura di Carlo Miglietta, biblista; il suo sito è “Buona Bibbia a tutti“.

Il “Padre nostro”, modello di preghiera

Spesso invece la nostra preghiera, soprattutto nel momento della sofferenza, non riesce ad essere lode, ma si limita ad un superstizioso e pagano elenco di richieste. Anche noi dobbiamo quindi dire  con umiltà:

“Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1).

E nel Nuovo Testamento il Signore Gesù stesso verrà incontro alla richiesta dei suoi discepoli, insegnando loro una “preghiera modello”, il “Padre nostro” (Mt 6,9-13; Lc 11,1-4). Nella prima parte del “Pater”, l’invocazione è al contempo lode a Dio e richiesta che presto per noi si realizzi il suo progetto d’amore.

a) Padre nostro, che sei nei cieli

Innanzitutto Dio non è l’Assente, l’Essere impersonale: è colui al quale io posso parlare, che ascolta la mia voce, con cui posso entrare il colloquio. Anzi egli mi è “Padre”: la paternità è l’icona più usata, con quella sponsale, nella Bibbia, per esprimere che Dio è amore: noi non siamo a lui indifferenti, ma siamo l’oggetto della sua benevolenza, siamo preziosi ai suoi occhi “come la pupilla del suo occhio” (Dt 32,10; Sl 17,8), siamo suoi figli amatissimi (Es 4,22; Dt 1,31; 14,1; Est 8,12; Sl 103,13; Pr 3,12; Sap 9,4; 16,26; Ger 31,20; Os 11,1; Gv 1,12; 11,52; Mt 5,45; Ef 1,5; Gal 3,26; 4,6-7; Rm 8,12-17; 1Gv 3,1-2; Ap 21,7…). Tutti siamo suoi figli: il “nostro” che Matteo aggiunge (Mt 6,9) ci ricorda questa universalità dell’amore di Dio  che abbraccia tutti gli uomini, anzi ogni creatura e tutto il creato:

“Poichè tu ami tutte le cose esistenti

e nulla disprezzi di quanto hai creato…

perchè tutte le cose son tue, Signore, amante della vita” (Sap 11,24.26).

Tutti quindi possono chiamare Dio “Padre”, anzi “Abba’” (Rm 8,15; Gal 4,6), cioè “Papi”, “Papino”, il più tenero vezzeggiativo dei bimbi.

b) Sia santificato il tuo nome

Al Dio “Papi” innanzitutto chiediamo che

“sia santificato il tuo nome” (Mt 6,9; Lc 11,2):

siamo probabilmente di fronte ad un “passivo divino”, cioè ad uno di quei modi ebraici per evitare di nominare il nome di Dio invano, e che quindi può vedere Dio come complemento d’agente; potremmo tradurlo: “Fa’ che sia manifesta la santità del tuo nome”. La “santità” traduce l’ebraico “qedushah“, derivante da una radice che dignifica “separare”, “tagliare”. Il termine richiama l’assoluta alterità di Dio, la sua trascendenza: Matteo rafforza questo concetto ricordando che il Padre nostro a cui ci rivolgiamo è  “nei cieli”:

“Padre nostro, che sei nei cieli” (Mt 6,9),

cioè in una dimensione diversa dalla nostra: i suoi pensieri e le sue vie non sono le nostre (Is 55,9-10).

Di converso, con questa invocazione chiediamo a Dio di comprendere la nostra alterità da lui: che cioè noi siamo creature, e come tali limitate, finite, mortali. E’ la richiesta di comprendere, soprattutto nel momento del dolore, che non è Dio a mandarci il male e la morte, ma che esse fanno parte della nostra condizione creaturale, che sono il modo di essere di noi che siamo “sulla terra” e non “nei cieli”. Ma è al contempo la domanda di capire che la nostra alterità da lui non è una punizione, ma il suo dono più bello, l’unico modo per poterci permettere di essere suoi partners nell’amore, capaci con lui di dialogo e di relazione.

c) Venga il tuo regno

Ma la “santità” di Dio, la sua alterità da noi non restano inaccessibili. L’affermazione in Osea

“Io sono Santo in mezzo a te” (Os 11,9)

indica già nell’Antico Testamento la possibiltà che Dio venga in mezzo a noi a farci partecipi della sua santità, della sua vita divina, della sua beata immortalità. Dio “soffre”, come abbiamo detto, di vedere il suo amato, la creatura, oppressa dalla finitudine e della morte. E fin dalla creazione progetta l’incarnazione del Figlio, per la quale sussumerà il limite umano nella sua dimensione divina. Tutto il tema dell’Alleanza, nella Bibbia, altro non è che il richiamo all’hesed di Dio, al suo amore tenero e misericordioso che cerca di relazionarsi con l’uomo in un rapporto paterno e sponsale.

Nasce in Israele l’attesa del “giorno di JHWH”, dell’avvento definivo del “Regno di Dio” (Ez 20,33; Mi 4,7):

“Lodai e glorificai colui che vive in eterno,

la cui potenza è potenza eterna

e il cui regno è di generazione in generazione” (Dn 4,31);

il regno di colui che vive nella dimensione dell’eternità vuole farsi storia, uscire “dai cieli” per entrare nelle generazioni degli uomini. Nella profezia (Is 2,2-5; 9,1-6; 11,1-9; 32,1-5; Mi 5,1-3; Zc 6,12-13…) e nella teologia della sovranità regale (2 Sam 7, 8-16; 1 Re 8,25; Sl 2; 89; 110; 132…) si fa strada l’idea di un Messia che instaurerà il Regno di Dio (Gen 17,16; 49,8-14;1 Sam 2,10; Sl 72; Ger 23,5-6; 33,14-16; Dn 2,44; Zc 12,7-10…).

Ma è in Gesù Cristo che

“è dunque giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20);

è in Gesù che

“i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi acquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5),

realizzando l’attesa di Israele (Is 26,19; 29,18-23; 35,5-6; cfr Lc 4,17-21 e Is 61,1-2):

“Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono” (Lc 10,24).

Per questo Gesù predica:

“Il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17; Lc 21,31),

“Al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno” (Lc 12,32),

ed esorta i suoi discepoli:

“Predicate che il regno dei cieli è vicino” (Mt 10,7).

Ormai, in Gesù, Dio si è fatto “vicino” agli uomini, la divinità si fonde con l’umanità, e noi partecipiamo della vita di Dio pur nell’alterità da lui. Gesù lo esplicita rispondendo ai farisei, che lo interrogarono:

“”Quando verrà il regno di Dio?”… Rispose: “Il regno di Dio è in mezzo a voi!” (Lc 17,20.21).

E’ interessante che Matteo (Mt 11,5), dichiarando compiuto in Gesù il regno messianico, cita la profezia di Isaia che collega la realizzazione del “giorno del Signore” con la glorificazione del suo santo Nome:

“Udranno in quel giorno

i sordi le parole di un libro;

liberati dall’oscurità e dalle tenebre,

gli occhi dei ciechi vedranno.

Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore,

i più poveri gioiranno nel Santo di Israele…

Perchè il tiranno non sarà più, sparirà il beffardo…

Vedendo il lavoro delle mie mani tra di loro,

santificheranno il mio Nome,

santificheranno il Santo di Giacobbe

e temeranno il Dio d’Israele” (Is 29,18-23).

Il regno di Dio si è instaurato una volta per tutte nell’incarnazione, morte e resurrezione di Gesù, nell'”ora” (Gv 13,1) in cui egli è passato da questo mondo al Padre, e con lui ha fatto fare Pasqua, cioè passaggio, anche a noi.

Ma se ciò si è già realizzato nella fede “una volta per tutte” (Rm 6,10; Eb 7,27; 9,12; 1 Pt 3,18), per noi che restiamo ancora nella creaturalità, soggiacendo ai limiti dello spazio e del tempo, c’è ancora l’esperienza della sofferenza e della morte: per questo talora nei Vangeli questo regno è presentato come evento non ancora realizzato (Mt 7,21; 8,11; 13,43; 19,23; 25,34; Mc 14,25; 1 Cor 6,9-10; Ef 5,5; 2 Pt 1,11…). Nella fede siamo già salvati, partecipi della vita stessa di Dio, del suo regno glorioso; nell’esperienza quotidiana siamo ancora sotto il segno della creaturalità e dei suoi limiti. Per questo preghiamo:

“Venga il tuo regno” (Mt 6,10; Lc 11,2),

chiedendo a Dio che sperimentiamo presto anche nella nostra dimensione storica quanto si è già realizzato nell’eternità di Dio, la vittoria definitiva sul male e sulla morte da parte del Figlio. E’ il grido del credente che implora:

“Maranà tha: vieni, Signore!” (1 Cor 16,22),

come la Sposa dell’Apocalisse (Ap 22,17.20).

Che già ora, nella nostra vita, possiamo partecipare, nella fede, alla vittoria di Cristo sul male e sulla morte, che già ora la nostra vita sia piena della gioia del regno! Nell’attesa dell’incontro definitivo con il Signore che si realizzerà con la nostra morte, quando usciremo dallo spazio e dal tempo per andare incontro a Dio nella sua eternità.

d) Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra

Chiedendo .poi:

“Sia fatta la tua volontà

come in cielo così in terra” (Mt 6,10),

invocazione presente solo nella versione di Matteo, altro non facciamo che implorare da Dio che si compia per noi il suo progetto di salvezza, che è proprio l’incarnazione fino a morire del Figlio per farci partecipi della vita divina con la sua resurrezione: è il tema evangelico della “volontà” del Padre (Gv 6,38-40; 8,42; 10,17-18; 12,49-50; 14,31; 18,11; 19,30; Mt 26,39…), cui corrisponde la meditazione paolina sull'”obbedienza” del Figlio (Ef 2,5-9; Rm 5,19…). Noi chiediamo a Dio che il suo piano di salvezza si realizzi per noi già nel nostro oggi, e che tutti già fin d’ora ne diventino partecipi nell’adesione al Cristo, che ci rende capaci di passare dalla morte alla vita (Rm 6,4-11; Col 1,12-14.20; 3,3-4).

e) Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Se le invocazioni della prima parte del “Padre nostro” sono in fondo soprattutto una lode per il progetto d’amore di Dio, oltre che una supplica perchè tutti gli uomini lo accettino nella propria vita e rispondano nell’amore all’offerta d’amore  di Dio, qualche problema in più ci pongono le istanze della seconda parte, che sono delle vere e proprie richieste.

Innanzitutto noi chiediamo a Dio:

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6,11; Lc 11,3: “ogni giorno il nostro pane quotidiano”):

noi riconosciamo che tutto ci viene da Dio: il termine “pane” per gli ebrei indica il nutrimento in genere, ciò di cui necessitiamo (Gen 28,20; 47,15…). Noi dipendiamo completamente dalla Provvidenza di Dio, confessiamo di essere creature che sussistono per la liberalità del Creatore, e gli chiediamo il nostro sostentamento, che proviene da lui, e non unicamente dai nostri sforzi. Anche se il pane è frutto della nostra fatica (“Chi non vuol lavorare neppure mangi”: 2 Ts 3,10),

“Se il Signore non costruisce la città

invano vi faticano i costruttori.

Se il Signore non custodisce la città,

invano veglia il custode.

Invano vi alzate di buon mattino,

tardi andate a riposare

e mangiate pane di sudore:

il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno” (Sl 127,1-2).

Ma attenzione: il pane che Dio ci dà non è riconducibile alla logica del “mio” e del “tuo”, ma del “nostro”: Dio dà il suo pane a tutti gli uomini come famiglia umana. Se poi c’è chi muore di fame mentre altri soffrono per i problemi collegati all’obesità, ciò è da ricercarsi nel peccato degli uomini. Chiedere quindi a Dio il “nostro” pane significa farsi carico della fame dei fratelli, significa impegnarsi a partecipare  i nostri beni con chi non ne ha, significa battersi contro ogni sperequazione ed ingiustizia sociale, contro un sistema malvagio che rende troppo ricco il venti per cento della popolazione mondiale e troppo povero il restante ottanta per cento. Non si tratta solo di dare il supefluo, ma di impegnarsi davanti a Dio per la vera solidarietà ed unità della famiglia umana, da Dio convocata al banchetto terreno, segno e profezia di quello celeste (Is 25,6; 55,1-3; Mt 22,2; 26,29; Ap 19,9), in cui tutti “non avranno più fame, non avranno più sete” (Ap 7,16).

“Quotidiano” (Mt 6,11; Lc 11,3), “epiousion“, che compare solo qui in tutto in Nuovo Testamento, può significare “per il giorno che viene”, cioè per l’oggi, se lo si fa derivare da epi-ienai: in tal caso è un rafforzativo di “dacci oggi”, o “dacci ogni giorno”, per aprirci ad una fiducia illimitata. Ma se lo si fa derivare da epi-einai, può significare “necessario per l’esistenza”:  in questo caso è domanda a Dio di tutto ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra vita, è affidare a lui tutto il nostro essere; ma può anche tradursi “sovrasostanziale”, ed in tal senso vi sarebbe una chiara allusione all’Eucarestia, Pane di Vita, corpo di Cristo, “farmaco di immortalità” (Ignazio di Antiochia, Epistula ad Ephesios, 20,2: PG 5,661), indispensabile per la vita eterna (Gv 6,53-56). Chiediamo cioè a Dio anche il dono dell’Eucarestia, mistero per cui si fa presente a noi Dio stesso, il Figlio diventa tutt’uno con la nostra carne mortale per farla partecipe della sua immortalità, si fonde con la nostra finitudine per farci partecipi dell’infinito di Dio, vero Viatico verso il Regno, in cui pienamente parteciperemo della vita divina.

f) Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

“E rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,10; “E rimetti a noi i nostri peccati, e infatti anche noi li rimettiamo a ogni nostro debitore”: Lc 11,4):

chiediamo qui a Dio di inglobarci nel suo piano di salvezza. Noi confessiamo a Dio la nostra limitatezza, il nostro peccato, il nostro bisogno  di lui, di essere incorporati in Cristo,

“per opera del quale abbiamo la redenzione,

la remissione dei peccati” (Col 1,14; Ef 1,7).

Il riconoscerci limitati e peccatori è il primo indispensabile passo per entrare nel suo mistero di amore, prendendo coscienza della sua tenerezza che ci salva e rispondendo di sì alla sua misericordia.

Ma perchè “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”? Perchè il perdono di Dio è condizionato al nostro perdonarci tra di noi? Non siamo qui nella logica mercantile del “do ut des”, tipica di tante religioni: siamo qui ancora una volta al cuore del cristianesimo. Chiedere a Dio qualcosa significa sempre immediatamente farcene carico, cominciare a viverla: per questo possiamo chiedere a Dio riconciliazione solo se siamo diventati riconciliazione con i nostri fratelli. Più volte Gesù esplicita questa logica:

“Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perchè con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio” (Lc 7,36-38);

“Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perchè siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,44-45);

“Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15);

e Gesù racconta la parabola del servo spietato, cui il Padrone condona un debito immenso, e che non sa perdonare un piccolo debito di un altro servo, concludendo:

“Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perchè mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu avere pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te?”. E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finchè non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore il vostro fratello” (Mt 18, 23-35);

“Se dunque presenti la tua afferta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24).

Il vero amore verso Dio è sempre l’amore per i fratelli:

“Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1 Gv 4,19-21).

Solo se siamo riconciliati con i fratelli possiamo quindi essere riconciliati con Dio: e la preghiera di essere perdonati da lui diventa impegno di perdono verso tutti gli uomini.

g) Non ci indurre in tentazione

“E non ci indurre in tentazione” (Mt 6,13; Lc 11,4):

la “tentazione” è certamente un tema costante nella Bibbia: poichè l’amore è un atto libero, è “voler” bene, si può sempre dire di no all’alleanza proposta da Dio, si può sempre rifiutare la sua offerta. La possibilità di dire di no a Dio, di cercare altrove che in lui ciò che per l’uomo è bene e felicità, è presente fin dall’esperienza di Adamo ed Eva (Gen 3), di Abramo (Gen 22,1-19), di Giobbe (Gb 1,9-12; 2,4-6), dell’intero Israele (Dt 8,2-5). La tentazione fa parte del nostro essere liberi (Gdt 8,25-27): è la conseguenza del nostro essere “a immagine e somiglianza” di Dio (Gen 1,26), capaci di amore e quindi di atti volontari. In questo senso Dio ci “manda” la tentazione: ci ha dato cioè la possibilità di rapportarci o no con lui in una libera scelta. Anche Gesù, vero uomo, ebbe questa possibilità: per questo si dice che

“fu condotto dallo Spirito (ndr.:!!!) nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1).

Ma se è reale la tentazione, che significa chiedere a Dio di non “indurci” in essa? “Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile: significa “non permettere di entrare in” (cfr Mt 26,41: “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione”), “non lasciarci soccombere alla tentazione”.

“Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” (Gc 1,13);

al contrario , vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce  al peccato. Siamo impegnati nella lotta “tra la carne e lo Spirito”. Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza” (Catechismo della Chiesa Cattolica, op. cit., n. 2846). Noi chiediamo cioè a Dio quello Spirito che egli non nega mai, e che ci rende capaci di dire “Abbà, Padre!” (Gal 4,6) e “Gesù è Signore” (1 Cor 12,3), di aderire quindi con fede al suo piano d’amore. Ancora una volta, la richiesta fatta a Dio è affermazione della nostra disponibilità ad aprire il nostro cuore a lui.

h) Liberaci dal male

“Ma liberaci dal male” (Mt 6,13):

 apò toù poneroù: è molto controverso se derivi dal neutro poneròn, il male, o dal maschile poneròs, il maligno, cioè satana (cfr Mt 13,19 in parallelo a Mc 4,15 e Lc 8,12). Nel primo caso, chiediamo che si compia presto per noi il piano di Dio che prevede che noi superiamo ogni dolore, ogni sofferenza, la morte, per vivere della sua stessa vita in Cristo. Nel secondo caso invochiamo di essere liberati da satana, il diavolo (da dia -ballo, dividere, colui che vuole dividerci da Dio , tra di noi e in noi stessi), “omicida fin da principio…, menzognero e padre di menzogna” (Gv 8,44), “che seduce tutta la terra” (Ap 12,9), “principe del mondo” (Gv 14,30). E forse più probabile la seconda interpretazione: ” 13b deve essere considerato alla luce di 13a: secondo J. Jeremias la parola “tentazione” non si riferisce “alle piccole tentazioni quotidiane”, bensì “alla grande tentazione finale… , satana al posto di Dio…”.  Se dunque 13a implora così apertamente aiuto contro il demonio, allora il genitivo poneroù in 13b andrà inteso come maschile: l’orante chiede di essere strappato da questa potenza (K. G. Kuhn). Su questo I. A. Bengel …: “la sesta e settima domanda sono intimamente legate” -quasi una formulazione negativa e una positiva- “talchè alcuni le ritengono una sola e unica domanda”. Su Mt 6,13 Bengel cita Hiller: “Il maligno non ha ancora cambiato idea dal tempo di Adamo: è e rimane il maligno, nemico di Dio e di Cristo e di tutti coloro che credono in Dio e in Cristo”” (L. Coenen, E. Beyreuther, H. Bietenhard, Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento, Dehoniane, Bologna, 1976, pgg. 963-964).

Ma sappiamo che nell”ora” di Gesù, in cui “elevato da terra, attira tutti a sè” (Gv 12,31), “il principe di questo mondo” è stato “gettato fuori” (Gv 12,31), e sconfitto una volta per tutte. E chi sta con Dio non soggiace  più alle forze del male:

“Chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1 Gv 5,18-19);

Quindi l’uomo già può partecipare, nella fede, alla vittoria definitiva di Gesù; il cristiano perciò invoca di aderire pienamente a Cristo, di sfuggire alla possibilità di opporsi a Dio, perchè nel tempo presente ancora abbiamo la possibilità di rifiutare Dio:

“Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede” (1 Pt 5,8-9).

Chiedere  a Dio di liberarci dal “male-maligno” significa professare la nostra volontà di aderire alla salvezza, e aprire il nostro cuore al Figlio venuto sulla terra a sconfiggere il dolore, la sofferenza, il peccato, la morte.

Globalmente quindi “la preghiera modello”, il “Padre nostro”, ci insegna nelle sette  domande di Matteo (Mt 6,9-13) e nelle cinque forse più antiche domande di Luca (Lc 11,2-4) a chiedere la nostra conversione, la nostra adesione piena a amorosa al

“mistero della sua volontà,

secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui (ndr: nel Figlio) prestabilito

per realizzarlo nella pienezza dei tempi:

il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose,

quelle del cielo come quelle della terra

In lui siamo stati fatti anche eredi” (Ef 1,9-11).

La preghiera di domanda

Nel Salterio abbiamo visto portare a Dio richieste concrete; ma nel “Padre nostro” Gesù ci ha insegnato che la preghiera è essenzialmente lode e richiesta della nostra conversione. Alla luce della rivelazione di Dio in Cristo, che senso ha ancora la preghiera di domanda, se Dio è un Padre buono che a tutti provvede con un piano di infinita misericordia? Infatti Gesù ci dice:

“Pregando, poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di essere ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perchè il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate” (Mt 6,7-8).

Ma d’altra parte lo stesso Gesù ci esorta:

“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perchè chi chiede ottiene, chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto” (Lc 11,9-10);

e perciò racconta la parabola dell’amico importuno, che ottiene esaudimento dall’altro, già a letto con i bambini, non

“per amicizia, … ma per la sua insistenza” (Lc 11,5-8).

Gesù ci invita a

“pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1),

e racconta a proposito la parabola del giudice disonesto che dà udienza alla vedova solo perchè questa non smette di importunarlo (Lc 18,2-8).

Ma allora come conciliare l’invito a non sprecare parole, perchè il Padre sa già tutto, con quello di pregare incessantemante? E poi: Dio ha bisogno di essere “stancato” dalle nostre preghiere per esaudirci? E ci esaudirà solo per la nostra cocciutaggine e non per amore? Anzi, è un “disonesto” (Lc 18,6), che ascolta solo chi lo stressa e non per giustizia? Con che criterio allora Dio esaudisce le nostre preghiere? Conta quindi la loro quantità, se non addirittura le “raccomandazioni” di questo o di quel Santo più “potente” degli altri? Anche i rapporti con l’Altissimo viaggiano con la logica perversa delle relazioni umane, spesso improntate solo sulla petulanza quando non addirittura su bustarelle e tangenti?

a) Una preghiera del tempo irredento

Innanzittutto, mentre la preghiera di lode non cesserà mai, perchè farà parte della nostra dimensione paradisiaca (i santi cantano in cielo il “cantico nuovo” (Ap 5,9-10.13), il cantico di Mosè (Ap 15,3) e il cantico dell’Agnello (Ap 15,3-4), oltre ad altri inni a Dio (Ap 19,1-3.6-8)…), la supplica fa ancora parte del tempo irredento, nasce dall’uomo non ancora compiuto. E’ l’uomo che è ancora sotto la minaccia delle tenebre, che ancora non riesce a scorgere il piano di Dio, che porta a lui le sue domande.

Anche il Nuovo Testamento ci testimonia continuamente la preghiera di domanda: il centurione

“avendo udito parlare di Gesù, mandò… a pregarlo di venire e di salvare il suo servo” (Lc 7,3);

“Giairo, capo della sinagoga, … lo pregava di recarsi a casa sua, perchè aveva un’unica figlia, che stava per morire” (Lc 8,41-42);

il padre dell’epilettico implora:

“Maestro, ti prego di volgere lo sguardo a mio figlio” (Lc 9,38);

i dieci lebbrosi pregano:

“Gesù Maestro, abbi pietà di noi!” (Lc 17,13);

e il cieco di Gerico:

“Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!” (Lc 18,28);

uno dei due ladroni sulla croce:

“Ricordati di me quando sarai nel tuo regno” (Lc 23,42);

la donna siro-fenicia

“lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia” (Mc 7,26);

“La suocera di Pietro era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei” (Mc 1,30);

“e gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano” (Mc 7,32);

“gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo” (Mc 8,22);

Maria e Marta mandano a dire a Gesù:

“Signore, ecco, il tuo amico è malato” (Gv 11,3)…

Gesù stesso esorta a pregare il Padre “perchè mandi operai alla sua messe” (Mt 9,38), perchè nel momento della grande tribolazione “la vostra fuga non accada d’inverno o di sabato” (Mt 24,20),

“per non entrare in tentazione” (Lc 22,40); ed egli stesso prega “perchè non venga meno la fede” di Pietro (Lc 22,32), perchè passi da lui il calice della Passione (Lc 22,41-42; Gv 12,27), perchè il Padre perdoni i suoi crocifissori (Lc 23,34), perchè mandi ai suoi il Consolatore (Gv 14,16), per tutti i suoi discepoli nella stupenda “preghiera sacerdotale” dell’ultima cena (Gv 17).

E Paolo esorta:

“Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche” (Fil 4,6);

e Giacomo:

“Chi è malato, chiami a sè i presbiteri della chiesa e preghino su di lui” (Gc 5,14).

b) Un dialogo con il Papà

Ma

“Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate” (Mt 6,8);

“Chiederete nel mio nome e io non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso vi ama!” (Gv 16,26-27):

perchè allora la preghiera di domanda? 

Questo è già un fatto stupendo: Dio è colui che mi ascolta, è l’Amico con cui confidarmi, è il Papà buono a cui posso rivolgermi in ogni circostanza, certo di essere capito. Il nostro Dio non è colui che tace, ma è colui che per noi si è fatto Verbo, Parola incarnata (Gv 1,14), con cui posso avere dialogo. Posso sottoporre a lui ogni mio problema, ogni mia ansia, ogni mia angoscia, certo che saranno compresi nel suo Amore. E’ quindi giusto e gesto d’affetto che io gli parli, che gli sottoponga quelle che mi sembrano le mie necessità.

c) Richiediamo il nostro massimo bene?

Ma perchè talora Dio non ci esaudisce? Una delle risposte che ci dà la Scrittura è che spesso ciò che chiediamo non è il bene più grande per noi: anche la guarigione, la fine di una prova, il superamento di quella difficoltà che tanto ci angustia, talora agli occhi di Dio non sono il massimo bene per noi. Talora siamo come il bimbo che chiede al papà la caramella o di giocare con l’accendino, ma che si vede negare le sue richieste perchè il padre sa che il figlio potrebbe fare indigestione o bruciarsi con il pericoloso giocattolo. Al bimbo le sue richieste sembrano grandi beni, nell’ottica sapiente del genitore queste non sono il meglio per lui.

Spesso la logica lungimirante di Dio è diversa dalla nostra: e ciò che a noi appare una inconsolabile sciagura può essere agli occhi di Dio occasione di un dono migliore:

“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio,

nessun tormento le toccherà.

Agli occhi degli stolti parve che morissero;

la loro fine fu ritenuta una sciagura,

la loro partenza da noi una rovina,

ma essi sono nella pace…

Quanti confidano in lui comprenderanno la verità” (Sap 3,1-8);

“Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo.

Vecchiaia veneranda non è la longevità,

nè si calcola dal numero degli anni;

ma per gli uomini la canizie sta nella sapienza;

e un’età senile è una vita senza macchia.

Divenuto caro a Dio, fu amato da lui

e poichè viveva fra peccatori, fu trasferito.

Fu rapito, perchè la malizia non ne mutasse i sentimenti

o l’inganno non ne traviasse l’animo,

perchè il fascino del vizio deturpa anche il bene

e il turbine della passione travolge una mente semplice.

Giunto in breve alla perfezione,

ha compiuto una lunga carriera.

La sua anima fu gradita al Signore;

perciò egli lo tolse in fretta da un ambiente malvagio.

I popoli vedono senza comprendere;

non riflettono nella mente a questo fatto

che la grazia e la misericordia sono per i suoi eletti

e la protezione per i suoi santi…

Le folle vedranno la fine del saggio,

ma non capiranno ciò che Dio ha deciso a suo riguardo

nè in vista di che cosa il Signore l’ha posto al sicuro” (Sap 4,7-17).

“Perchè i miei pensieri non sono i vostri pensieri,

le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore.

Quanto il cielo sovrasta la terra,

tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,

i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55,8-9).

Solo Dio sa qual è il supremo bene per noi. E la nostra preghiera non cambia il suo parere, nonostante alcuni antropomorfismi dell’Antico Testamento, come in occasione dell’episodio in cui Abramo parrebbe voler distogliere Dio dall’intenzione di distruggere Sodoma (Gn 18,18-32), o quando Mosè fa recedere Dio dal proposito di sopprimere il popolo idolatra (Es 32, 9-14):

“Io sono il Signore, non cambio” (Ml 3,6).

Inoltre se Dio cambiasse idea per la nostra preghiera, o avrebbe pensato qualcosa di non bene per noi prima della nostra supplica, o avrebbe deciso qualcosa che non è il massimo bene per noi dopo la nostra invocazione: è ciò è impossibile, perchè l’Amore non può che volere il massimo bene per l’amato.

“Noi non sappiamo che cosa sia conveniente domandare…, ma lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza e intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26).

Spesso quindi non siamo esauditi perchè non chiediamo a Dio “i beni per noi convenienti”, anche se quella grazia a noi pare indispensabile per la nostra felicità. Durissimo è al proposito l’apostolo Giacomo:

“Non avete perchè non chiedete; chiedete e non ottenete perchè chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele!… O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito che egli ha fatto abitare in noi? Ci dà anzi una grazia più grande” (Gc 4,2-6).

Questo Dio che ci ama alla follia, che addirittura è “geloso” di noi, ci esaudisce sempre, ma talora con “una grazia più grande” di quella che noi gli chiediamo. La fede è proprio credere al suo Amore, che la sua volontà altro non è che il massimo bene per noi:

“Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32).

Abbandonarsi quindi totalmente a lui è giungere quindi al sommo bene, alla più vera realizzazione di noi stessi.

 

  1. d) Chiedere il “miracolo”?

Ma parliamoci chiaramente: anche se sappiamo

“che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28),

la morte di una persona cara, la malattia, le tragedie di questo mondo restano male oggettivo; anche se Dio sa trarre da esse un bene più grande per noi, ci possiamo sempre chiedere come mai Dio, onnipotente, non ci dia beni più grandi lasciandoci anche i … beni più piccoli. La risposta che spesso non chiediamo a Dio il nostro massimo bene, se pur può darci talune consolazioni, non ci soddisfa certo. E nessuno, credo, potrà dire che, seppur misteriosamente, la morte di un bambino o lo sterminio di un popolo siano in ogni caso un bene. Nel mistero del mancato esaudimento delle nostre preghiere c’è quindi spazio per il concetto che spesso  Dio  ha preparato per noi beni maggiori, ma ciò non basta a confortarci di fronte al mancato ottenimento di certe sacrosante richieste in ordine alla salute, alla vita, all’onesta prosperità.

Il problema è ancora una volta un altro: come abbiamo più volte cercato di esplicare, l’alterità da Dio è per noi grande dono, perchè ci permette di incontrarlo in un ambito di amore. Ma è un dono che contempla purtroppo sofferenza e morte. Dio non bara dicendo che questa finitudine creaturale è un bene: egli sa che essa è un male, e per questo si pone accanto a noi che soffriamo mandando a noi il suo stesso Figlio che, incarnandosi, morendo e risorgendo, vince per noi malattia e morte e ci fa partecipi della vita divina. Questa è la “volontà di Dio” (Gv 6,38-40.42; 10,17-18; 19,30; Mt 26,39; Eb 10,5-7…), il suo progetto creazionale per noi, che trova il suo compimento nel mistero dell’incarnazione: e l’incarnazione del Figlio, che ci permette di superare la nostra finitudine, è il massimo dono di Dio. Certo, a Dio non è impossibile il “miracolo”, l’intervento straordinario sul libero corso della natura e della storia. Ma lo stesso Gesù, di fronte ai milioni di malati, di sofferenti, di morti del suo tempo, non ne guarì e risuscitò che pochissimi: perchè il vero dono per tutti sarebbe stata la sua stessa vita, che avrebbe, nel mistero pasquale della sua morte e resurrezione, sconfitto ogni malattia a la stessa morte: e di ciò i vari “miracoli” non erano che un piccolo “segno”.

Il credente può anche quindi chiedere a Dio il “miracolo”, di intervenire sospendendo per un attimo il limite creaturale, in qualche modo la nostra alterità da lui: ma deve credere che proprio questa alterità ci permette di amare Dio, e soprattutto  che in ogni caso il vero “miracolo” che Dio sempre opera per tutti è il dono del Figlio che ci fa risorgere con lui.

 

  1. e) Pregare è chiedere: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42)

La vera preghiera del credente, nel dolore, è allora di essere incorporato al mistero del Cristo Salvatore, di aderire cioè al progetto di Dio, alla sua “volontà”. Pregare è quindi chiedere a Dio l’accettazione della sua volontà. Il criterio fondamentale della preghiera cristiana è proprio:

“Sia fatta la tua volontà” (Mt 6,10).

Gesù nel Getsemani chiede sì che

“passi da lui il calice” della Passione (Mt 26,39; Mc 14,36; Lc 22,42);

nel testo di Marco sembra chiedere decisamente il miracolo:

“Abbà, Padre, tutto è possibile a te” (Mc 14,36);

in quello di Luca la richiesta è più sfumata:

“Padre, se vuoi” (Lc 22,42);

in Matteo Gesù pare conscio che il Padre ha voluto vincolarsi all’alterità degli eventi creaturali:

“Padre mio, se è possibile…” (Mt 26,39).

Ma in ogni caso conclude decisamente:

“Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42; cfr Mc 14,36; Mt 26,39).

E nel brano di Giovanni che i biblisti considerano corrispondente ai testi sinottici sul Getsemani, Gesù addirittura non chiede più nulla al Padre, ma solo professa la sua obbedienza alla sua volontà:

“Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome!” (Gv 12,27-28).

La preghiera di essere capaci di compiere la volontà di Dio, che quindi è l’unica autentica orazione, sempre viene esaudita:

“Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già quello che abbiamo chiesto” (1 Gv 5,14-15).

Giovanni ci dice quindi che ciò che noi domandiamo a Dio secondo la sua volontà, Dio ce lo ha già concesso: ciò significa che chiedere di compiere la volontà di Dio  è in realtà interrogarsi se si sta facendo o no il suo volere, è mettersi di fronte a Dio per disporsi ad obbedirlo, certi di ottenere da lui la forza divina per fare quanto egli richiede. Pregare è quindi chiedere a Dio la conversione, l’accettazione del suo piano su di noi, l’obbedienza alla sua Parola: e nella misura in cui la nostra preghiera è sincera scopriamo che Dio ci ha già dato questa grazia.

 

  1. f) Pregare è chiedere lo Spirito Santo

Nella preghiera quindi apriamo il nostro cuore e ci lasciamo trasformare dalla potenza di Dio. E’ per questo che di fronte al brano di Matteo:

“Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano” (Mt 7,9-11),

Luca, il medico (Col 4,14), forse più attento al grande tema del dolore, cambia, nel suo testo parallelo, “le cose buone” in “lo Spirito Santo”:

“il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11,11-13);

la vera preghiera di domanda è richiedere lo Spirito Santo  che ci trasformi secondo il piano di Dio!!!   Preghiera è quindi chiedere la trasformazione del cuore di chi prega perchè sia conforme alla divina volontà: nella preghiera non chiedo a Dio di cambiare i suoi piani, chiedo che Dio mi cambi secondo i suoi piani! La vera preghiera è quindi sempre richiesta dello Spirito Santo perchè ci plasmi, ci trasformi secondo il piano di Dio, incorporandoci al Cristo, realizzando in noi “i disegni di Dio”;

“Lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili: e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poichè egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Rm 8,26-27).

Dio  quindi sempre esaudisce la nostra preghiera dandoci non questo o quel bene, ma il sommo bene, lo Spirito Santo, pienezza di ogni dono, che ci fa comprendere ed amare il mistero di Dio:

“Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 14,26);

“Convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Gv 16,8).

Veramente la preghiera è allora

“cercare il regno di Dio e la sua giustizia”,

cioè lo Spirito stesso di Dio, certi che

“tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt 6,33).

Da: C. MIGLIETTA, PERCHE’ IL DOLORE? La risposta della Bibbia, Gribaudi, Milano, 1997

Letture della
XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Prima Lettura

Non sia adiri il mio Signore, se parlo.

Dal libro della Gènesi
Gen 18, 20-32

In quei giorni, disse il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!».
Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore.
Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo».
Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque».
Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».
Parola di Dio

Salmo Responsoriale

Dal Salmo 137 (138)
R. Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo. R.
 
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza. R.
 
Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;
il superbo invece lo riconosce da lontano.
Se cammino in mezzo al pericolo, tu mi ridoni vita;
contro la collera dei miei avversari stendi la tua mano. R.
 
La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani. R.

Seconda Lettura

Con lui Dio ha dato vita anche a voi, perdonando tutte le colpe.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési
Col 2,12-14


Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.
 
Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.

Parola di Dio

Vangelo

Chiedete e vi sarà dato.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11, 1-13

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
 
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
 
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
 
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Parola di Dio

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