Commento alle letture di domenica 28 Febbraio 2021 – Carlo Miglietta

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Il commento alle letture di domenica 28 febbraio 2021 a cura di Carlo Miglietta, biblista; il suo sito è “Buona Bibbia a tutti“.

Questo episodio della vita di Gesù va capito molto bene, analizzando anche i brani paralleli degli altri Vangeli (Mt 17,1-13; Lc 9,28-36).

UN’ESPERIENZA POST-PASQUALE?

“L’originalità di questo brano, oltre che dalla scenografia tipicamente apocalittica, proviene dal contesto. Viene subito dopo l’annuncio della passione e morte del figlio dell’uomo, le rimostranze di Pietro e l’esortazione ai discepoli di seguire il maestro sulla «via crucis». Vuole significare che al di là della passione esiste per Gesù un futuro di gloria divina, che il crocifisso è il figlio dell’uomo che verrà alla fine nello splendore della sua divinità. La luce della Pasqua e della venuta finale illumina la tenebra del venerdì Santo. Il servo sofferente di Dio e il figlio dell’uomo glorioso sono uniti nella stessa persona. Come valutare ora il racconto in relazione all’esperienza che i discepoli hanno avuto del maestro? Sembra di dover escludere prima di Pasqua una rivelazione del suo essere trascendente e divino. Soltanto alla luce della risurrezione essi compresero a fondo, per la prima volta, chi era Gesù è il senso della sua morte tragica. Svelato l’enigma della sua persona nelle apparizioni del Risorto, nasce la professione di fede che egli è il figlio di Dio e il figlio dell’uomo trascendente. La crocifissione non appare più un fallimento ma una tappa necessaria verso la gloria e soprattutto l’espressione della sua obbedienza di servo sofferente glorificato da Dio. Lo scandalo della morte tragica è superato. Essa ha significato l’abbassamento del figlio dell’uomo, che verrà alla fine nella pienezza della sua gloria e come Signore del mondo. Ne é garante la risurrezione. Il racconto della trasfigurazione, originato da questa fede pasquale, intende anticipare nella trama del Vangelo il significato dell’evento di Pasqua. Come nel Vangelo dell’infanzia è stato prefigurato nel bambino il suo destino futuro e sono stati anticipati avvenimenti che solo più tardi ebbero compimento. Si tratta di un accorgimento pedagogico di estrema efficacia per mostrare ai lettori la portata vera della passione di Cristo e rivelarne, subito, l’apertura alla gloria. L’espediente nasconde l’intenzione profonda di mostrare nel «dopo» della glorificazione il «perché» della crocifissione. Sembra dunque probabile che la trasfigurazione debba intendersi come apparizione pasquale anticipata. La concezione della storia che si aveva a quel tempo non era legata tanto alla legge di successione secondo lo schema del prima e del poi, quanto uno sguardo interpretativo teso a coglierne l’unità profonda. Del resto la conclusione del brano mostra il collegamento con la risurrezione…

Nel Nuovo Testamento due altri scritti ne parlano. Il primo è addirittura un parallelo con i racconti sinottici;

Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte” (2 Pt 1,16-18).

L’altro passo è nel Vangelo di Giovanni che presenta però solo una somiglianza tematica, in quanto parla della glorificazione del figlio dell’uomo nell’ora della morte di Gesù:

Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!»” (Gv 12,27-28)” (Giuseppe Barbaglio).

CONTESTO

Nel mezzo dei conflitti con i farisei e gli erodiani (Mc 8,11-21), Gesù lascia la Galilea e si reca nella regione di Cesarea di Filippo (Mc 8,27), dove inizia a preparare i discepoli. Lungo il cammino, lancia una domanda: “Chi dice la gente che io sia?” (Mc 8,27). Dopo aver ascoltato la risposta che lo consideravano il Messia, Gesù comincia a parlare della sua passione e morte (Mc 8,31). Pietro reagisce: “Dio te ne scampi, Signore!” (Mt 16,22). Gesù ribadisce: “lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mc 8,33) Fu un momento di crisi. I discepoli, presi dall’idea di un messia glorioso (Mc 8,32-33; 9,32), non comprendono la proposta di Gesù e cercano di condurla per un altro cammino. Era vicina la festa delle Capanne, in cui l’aspettativa messianica-popolare era solita aumentare e di molto.

L’evento della trasfigurazione è un evento profetizzato da Gesù, il quale dopo il primo annuncio della sua passione-morte-resurrezione dice ai discepoli: “In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non gusteranno la morte prima di vedere il Regno di Dio venire con potenza” (Mc 9,1; cfr Mt 16,28; Lc 9,27). Dunque alcuni dei discepoli saranno destinatari di una visione prima di morire, nella loro stessa vita, e vedranno il Regno di Dio veniente (Mc e Lc), vedranno il Figlio dell’uomo veniente (Mt). Come il vecchio Simeone aveva ricevuto dallo Spirito santo la promessa “di non vedere la morte senza prima avere visto il Cristo del Signore” (Lc 2,26), così alcuni ricevono una promessa da Gesù stesso: sarà loro manifestato il Regno di Dio, che Matteo identifica con il Figlio dell’uomo, dunque con Gesù stesso. Gesù è il Regno di Dio in persona, è l’autobasileía, come ha ben compreso Origene (cfr Commento a Matteo XIV,7,10.17 [su Mt18,23]). Gesù, che ha annunciato la venuta del Regno di Dio, ora lo rivela; o meglio, Gesù è rivelato dal Padre come Regno di Dio veniente con potenza, e dunque l’evento della trasfigurazione appare come un’anticipazione.

RETROTERRA EBRAICO

Il brano della Trasfigurazione di Gesù può essere compreso solo nell’ambito della grande tradizione ebraica. Il racconto della Trasfigurazione è storico, ma raccontato come un midrash, una riflessione sapienziale.

Tre sono i retroterra culturali di questo testo.

  1. La teofania sinaitica

La teofania al monte Sinai è evocata dal tema del monte, della gloria, di Mosè, dell’irradiazione del volto (Es 24,15-17; 34,29-35).

  1. La visione apocalittica di Daniele (Dn 10,4-21)..
  2. La Festa delle Capanne

Si pensa alla Festa delle Capanne per l’allusione alle tende fatta da Pietro. Era la festa di Sukkot, che iniziava sei giorni dopo il Kippur., in cui gli ebrei sono ancor oggi invitati per una settimana a vivere nelle tende, nelle capanne, per ricordare il momento meraviglioso del fidanzamento d’Israele con Dio, il tempo dell’Esodo, in cui il popolo era nomade del deserto. In questa festa, i pii ebrei dovevano salire a Gerusalemme. Qui Gesù con i suoi salgono sul monte che è il luogo della teofania, della presenza di Dio. Gerusalemme era il luogo della Presenza di Dio nel tempio, il monte è il luogo che ricorda il Sinai, dove Dio si è rivelato.

Durante la festa, si usa vivere in capanne, in tende. Qui Pietro dice a Gesù: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosé, una per Elia”.

Durante i primi sei giorni della festa viene eletto il Qohelet, il libro che dice: “Vanità delle vanità: tutto è vanità!” (Qo 1,2). Ora Gesù nel versetti precedenti (Mt 16,24-28; Mc 8,34-38) ci ha parlato proprio di questi temi: rinnegare se stessi, perdere la nostra vita. Nulla vale se non lui, se non il Regno.

Il settimo giorno della festa ci si veste di bianco, e nel tempio ognuno ha una luce, simbolo della Torah, della Legge di Dio. Qui Gesù è vestito di bianco, così bianco che più non si può, ed è splendente.

Nella festa delle Capanne gli ebrei celebrano la cosiddetta “letizia della Torah”, la letizia della Legge. È una celebrazione liturgica in cui si leggono i capitoli 33 e 34 del Deuteronomio. In essi si legge, tra l’altro: “In Israele non ci fu più un profeta come Mosé: il Signore si era manifestato a lui faccia a faccia” (Dt 34,10). Come abbiamo visto, Mosè parla faccia a faccia a Dio e a Gesù Cristo Signore.

Durante la festa delle Capanne viene nominato lo chatan Torah, “lo sposo della Torah”, il priore della festa. Costui è incaricato di leggere la Torah a tutti. Gesù tante volte dirà di sé di essere lo sposo messianico atteso (Mt 9,15; 25,1-13; Gv 3,29; 2 Cor 11,2; Ap 19,7-8; 21,2), e per questo Gesù taccerà di adulterio, in senso ovviamente metaforico, il popolo che lo rifiuta (Mc 8,38; Mt 12,39; 16,4).

La festa terminava in sinagoga con una preghiera per l’avvento del Messia. Qui è Dio stesso che dice: “Questi è il mio figlio prediletto: ascoltatelo!”, che proclama Gesù come Messia.

ESEGESI

  1. La meditazione della Scrittura ci rivela Cristo

Che cosa è probabilmente successo? Che Gesù si è preso una giornata di ritiro con i suoi amici più cari, se ne è andato monte e si è messo a leggere la Bibbia, cioè Mosé ed Elia. Per dire “La Sacra Scrittura”, gli ebrei dicevano “Mosé ed Elia”, oppure “Mosé e i profeti”. Gesù legge la Bibbia – questo significa parlare con Mosé ed Elia-, ed in questa riflessione sulla Scrittura Gesù prende coscienza di essere il Messia e, per miracolo divino, questa consapevolezza viene capita anche dai tre ai discepoli che sono con lui. Non vogliamo negare a Dio la possibilità di trasfigurarsi, di diventare bianco, splendente, con tutti i raggi intorno, ma è molto più vicino a noi pensare che quando riusciamo a trovare mezza giornata per ritirarci su un monte per leggere la Scrittura, in quei momenti anche noi parliamo con Mosé e con Elia, in quei momenti Dio parla a noi e ci trasfigura, si rivela a noi, ci dice che siamo suoi figli, ci fa capire la nostra missione, ci dà coraggio per portare avanti la nostra vita. Nulla vieta di pensare e credere che sia avvenuto un fatto strepitoso, ma dobbiamo leggere la Bibbia al di là del genere letterario e recuperare il senso plastico di questo brano, la rivelazione concreta che in esso ci viene data.

Mosè ed Elia, la Legge e i profeti che sintetizzano tutte le Scritture di Israele, il Primo Testamento, sono accanto a Gesù come testimoni e interpreti. Anzi, in quel loro “intrattenersi”, in quel loro “parlare insieme” (sunlaleîn: cfr Mc 9,4 e par.) a Gesù mostrano un’autentica interpretazione spirituale in atto: Gesù è l’ermeneuta della Legge e dei profeti che sempre, “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiega in tutte le Scritture ciò che si riferisce a lui” (cfr Lc 24,27); e Mosè ed Elia, definiti da Luca “due uomini”, sono coloro che, presenti accanto alla tomba vuota, interpreteranno le parole dette da Gesù nella sua vita e lo proclameranno Crocifisso-Risorto (cfr Lc 24,4-7). Proprio in quest’ottica, nel racconto della trasfigurazione Luca specifica che Mosè ed Elia “parlavano con Gesù del suo esodo (élegon tèn éxodon autoû), che stava per compiere a Gerusalemme” (Lc 9,31). Dunque la Legge e i profeti testificano la necessitas passionis di Gesù, lo indicano come il Servo del Signore che deve passare attraverso la kénosis e l’innalzamento, e così mostrano la continuità della fede tra Antica e Nuova Alleanza.

Le attese messianiche di Israele sono veramente compiute, e Gesù il Messia appare come l’esegesi vivente e il compimento autentico delle Scritture. Con questa convinzione Origene può commentare: “Se si comprende e si contempla il Figlio di Dio trasfigurato al punto che il suo viso sia sole e i suoi vestiti bianchi come la luce, si vedranno, contemplando Gesù in questa forma, Mosè la Legge ed Elia, che non è un profeta solo ma li rappresenta tutti, mentre conversano con Gesù … E se qualcuno ha visto la gloria di Mosè, poiché ha compreso che la Legge spirituale è tutt’una con la parola di Gesù, e ha compreso che nei profeti «la sapienza è nascosta nel mistero» (1 Cor 2,7), allora egli ha visto Mosè ed Elia nella gloria, proprio vedendoli con Gesù” (Commento a Matteo XII,38,29-37.43-49 [su Mt 17,2-3]).

La Trasfigurazione è anche mistero di luce, che illumina tutto il corpo (Israele e la Chiesa; Mosè, Elia e i discepoli) insieme al Capo. Infatti il Primo Patto testimonia e Gesù interpreta il Primo Patto; i discepoli, a loro volta, accolgono Gesù, accolgono la testimonianza delle Scritture e accolgono il comando del Padre in vista dell’ascolto del Figlio. Non c’è immagine biblica più efficace per narrare l’unità della fede nei due Testamenti, la centralità di Gesù il Messia, la pienezza della rivelazione in lui, l’essere un solo corpo da parte dei credenti che nell’Antico Testamento attendevano il Messia e nel Nuovo lo confessano e lo annunciano.

Afferma Papa Francesco: “L’ascesa dei discepoli verso il monte Tabor ci induce a riflettere sull’importanza di staccarci dalle cose mondane, per compiere un cammino verso l’alto e contemplare Gesù. Si tratta di disporci all’ascolto attento e orante del Cristo, il Figlio amato del Padre, ricercando momenti di preghiera che permettono l’accoglienza docile e gioiosa della Parola di Dio. In questa ascesa spirituale, in questo distacco dalle cose mondane, siamo chiamati a riscoprire il silenzio pacificante e rigenerante della meditazione del Vangelo, della lettura della Bibbia, che conduce verso una meta ricca di bellezza, di splendore e di gioia. E quando noi ci mettiamo così, con la Bibbia in mano, in silenzio, cominciamo a sentire questa bellezza interiore, questa gioia che genera la Parola di Dio in noi… Al termine dell’esperienza mirabile della Trasfigurazione, i discepoli scesero dal monte (cfr v. 9) con occhi e cuore trasfigurati dall’incontro con il Signore. È il percorso che possiamo compiere anche noi. La riscoperta sempre più viva di Gesù non è fine a se stessa, ma ci induce a «scendere dal monte», ricaricati della forza dello Spirito divino, per decidere nuovi passi di conversione e per testimoniare costantemente la carità, come legge di vita quotidiana. Trasformati dalla presenza di Cristo e dall’ardore della sua parola, saremo segno concreto dell’amore vivificante di Dio per tutti i nostri fratelli, specialmente per chi soffre, per quanti si trovano nella solitudine e nell’abbandono, per gli ammalati e per la moltitudine di uomini e di donne che, in diverse parti del mondo, sono umiliati dall’ingiustizia, dalla prepotenza e dalla violenza”.

  1. La Cristofania

Qualcosa della gloria, della luce di Dio risplende in Gesù, per quanto era possibile vedere ai discepoli: Gesù appare nella forma di uno dei “giusti splendenti come il sole nel Regno del Padre loro” (cfr Mt 13,43), come lui stesso aveva rivelato, appare come uno dei santi sapienti “splendenti nel firmamento come stelle per sempre” della visione di Daniele (Dn 12,3). Ciò che accade è dunque una vera Cristofania, anzi una teofania come quelle raccontate nell’Antico Testamento, di cui beneficiarono Mosè (cfr Es 3,1-15; 34,5-28), Elia (cfr 1 Re 19,1-18) e gli altri profeti, soprattutto Isaia (cfr Is 6) ed Ezechiele (Ez 1).

Nello stesso tempo l’evento della trasfigurazione annuncia ciò che accadrà a Gerusalemme, quando nell’ora della croce il centurione confesserà: “Veramente quest’uomo è il Figlio di Dio!” (Mc 15,39; Mt 27,54). Sì, l’evento della trasfigurazione è memoriale del battesimo e oracolo della croce, e la posizione centrale assegnatogli dagli evangelisti vuole proprio indicare questa sua qualità di memoriale e di profezia, di compimento di ciò che è stato detto nel battesimo e di anticipazione di ciò che avverrà nella resurrezione e nella parusia. “Nell’attesa di quel giorno a noi non resta che contemplare, per quanto ne siamo capaci, «il volto di Cristo su cui risplende la gloria di Dio» (cfr 2 Cor 4,6): così, «riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasfigurati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, attraverso l’azione dello Spirito santo» (cfr 2 Cor 3,18). Così nella tua luce vediamo la luce, Signore (cfr Sl 36,10)!” (E. Bianchi). “La comunità cristiana ha le più alte garanzie della sua predicazione: la legge, i profeti e lo stesso Padre” (O. Da Spinetoli).

  1. La bellezza di Dio

Nel contesto liturgico, celebrando la Festa delle Capanne, i discepoli capiscono che Gesù è il Messia annunciato da tutta la Scrittura, che Gesù è lo chatan Torah, lo sposo, l’ermeneuta, colui che spiega tutta la Torah; evidentemente sono arrivati gli ultimi tempi, la preghiera per il Messia si è realizzata, il Messia è qui tra loro e instaura il Regno. E poiché realizza il Regno, la creazione diventa bella: “Dio vide che tutto era buono”, nel creare l’universo (Gen 1,4.10.12.18.21.25.31). È qui i discepoli che cosa dicono? “È bello per non restare qui” (Mt 17,4), il mondo è tutto bello. Tu, Signore, in questo momento sei venuto e porti veramente a compimento il piano creazionale di Dio. Sei la Genesi, sei il nostro paradiso”. I padri diranno: “Creavit Deus Adam et posuit eum in paradiso, id est in Christo”: “Dio pose Adamo in paradiso, cioè in Cristo”. Il paradiso è simbolo del Cristo, perché solo in Cristo si compie il progetto creazionale (la Genesi non racconta come eravamo, ma come saremo!) nel quale i figli di Dio parlano tutti con il Padre, lo vedono non solo più di spalle (Es 33,23), ma faccia a faccia (Es 33,11), partecipano alla sua stessa vita, godono dell’immortalità (Rm 8,17). Il paradiso è Cristo, Gesù è il nostro paradiso: questa è la lettura più completa e più esatta del libro della Genesi. Allora quello che era il caposaldo della fede ebraica, lo “Shemà, Israel”,  l’“Ascolta, Israele” (Dt 6,3-4; 9,1; 20,3; 27,9), che veniva proclamato tutti i giorni in sinagoga, ora diventa l’obbedienza alla Parola di Gesù: il Padre dice: “Questi è il mio figlio prediletto: ascoltatelo!” (Mt 17,5).

“Nella fatica di ogni giorno per seguire Gesù portando la nostra propria croce (cf. Mt 16,24) abbiamo bisogno di momenti in cui poter dire: «È bello per noi stare qui accanto a te, Gesù, nostro Signore!»; momenti in cui la luce del «Dio-con-noi» (Mt 1,23) si fa evidente, in cui la nostra fede è confermata dalla voce di Dio che ascoltiamo nel cuore: «È lui il mio Figlio amato, ascoltatelo!». Sono momenti rari, di presenza elusiva, ma ci sono necessari” (E. Bianchi).       

  1. La tentazione di rifiutare la Croce

“La risurrezione è il messaggio fondamentale del Vangelo ma non può essere disgiunto dalla passione. L’intervento di Pietro, evidentemente funzionale (v. 5), viene a mettere in risalto il contrasto segnalato varie volte nel corso della vita pubblica di Gesù tra le aspirazioni dell’uomo e il disegno di Dio… Le tre tende rivelano il senso che Pietro aveva dato alla scena accomodandosi subito sugli allori di un’immeritata vittoria. Anche in questo caso Pietro rappresenta la voce della carne e del sangue (Mt 16,17), colui che pensa non secondo Dio ma a modo degli uomini (Mt 16,23), per questo è ancora una volta motivo di intralcio più che collaboratore di Dio. La spiegazione di Pietro non è solo sua; Paolo la ritrova a Corinto (1 Cor 1-4), ad Atene (At 17,16-32) presso il procuratore Festo e re Agrippa (At 25-26). E’ il tentativo di accomodare il disegno di Dio al piacimento e alla «saggezza» dell’uomo. L’apostolo questa volta non è tacciato di «uomo di poca fede» (Mt 14,31), né meno ancora da alleato satanico (Mt 16,23), ma il Padre stesso si scomoda a redarguire sue aspirazioni e a rettificare le sue concezioni” (O. Da Spinetoli).

  1. Vedere Dio nel volto dei fratelli

Dopo la Trasfigurazione, i discepoli vedono “Gesù solo”. Ne contemplano ormai solo la sua umanità, la sua presenza tra gli uomini, la sua Incarnazione. “Siamo chiamati a esercitarci alla capacità di vedere l’umanità, come i tre discepoli l’hanno vista in Gesù: una «visione» di Dio, almeno per noi, una traccia di Dio. Essere uomini e donne destinatari della trasfigurazione significa anche essere capaci di mutare lo sguardo per vedere l’invisibile nel volto umano, e lì vedere Dio… Al nostro orizzonte c’è la promessa del profeta Malachia: «Si leverà per voi che credete nel suo Nome il sole della giustificazione, nei cui raggi c’è la guarigione» (Ml 3,20). Sole che, illuminando i volti degli umani, così feriti, piagati, sporchi, li guarirà e li farà apparire a noi come i volti dei fratelli di Gesù, dei figli di Dio, di Dio stesso…! È come dice Benedetto nella sua Regola: «Davanti agli ospiti che arriveranno o partiranno si inchinerà la testa o ci si prosternerà a terra, adorando in essi il Cristo che si accoglie nella loro persona» (53,6-7). I discepoli sono dunque invitati a un cammino che è ben riassunto in un detto di Gesù riportato da Clemente Alessandrino: «Hai visto tuo fratello, un uomo? Hai visto Dio» (Stromati I,19,94). Questo è il mistero della trasfigurazione: «Hai visto tuo fratello, tua sorella? Hai visto Dio»” (E. Bianchi).

  1. Trasfigurarci e trasfigurare il mondo

“Ma qui noi ci poniamo una domanda. Siccome in Marco e in Matteo sta scritto che Gesù «fu trasfigurato émprosthen autôn, davanti a loro» (Mc 9,2; Mt 17,2), e solo davanti a loro, allora ci chiediamo: è il corpo di Gesù che si è trasfigurato oppure sono stati i discepoli che, per grazia di una rivelazione, hanno visto nella carne fragile e umana di Gesù la sua gloria divina? Già Origene si poneva tale domanda, e concludeva che sono stati i discepoli a subire una trasfigurazione della loro vista nella fede, fino a vedere nell’umanità del Servo, nella forma dello schiavo, la forma di Dio Egli scrive: «Tu tenti di sapere se i discepoli, quando Gesù si trasfigurò davanti a quelli che aveva fatto salire sull’alta montagna, videro Gesù sotto la forma di Dio, quella che era la sua prima, avendo egli preso quaggiù la forma di schiavo? Ebbene, ascolta queste parole, se tu sei capace, in un senso spirituale, e nota che non è detto solo «fu trasfigurato», bensì «fu trasfigurato davanti a loro», come dicono Matteo e Marco. Tu dunque concluderai che è possibile che Gesù davanti ad alcuni sia trasfigurato e davanti ad altri non lo sia” (Commento a Matteo XII,37,1-21 [su Mt 17,2]).

Ma affinché questa rivelazione, questa apocalisse sia per i discepoli autentica e definitiva, ecco anche la visione della Legge e dei Profeti, di Mosè ed Elia che conversano con Gesù. Mosè ed Elia, servi del Signore, appaiono qui nella condizione gloriosa di viventi presso Dio, quali testimoni della gloria di Gesù. La Legge e i Profeti che sull’alta montagna avevano visto la teofania, la manifestazione di Dio e della sua gloria (cfr Es 19,16-25; 24,12-18,33,18-34,28; 1 Re 19,8-18), ora sull’alta montagna vedono la cristofania, la manifestazione del Messia Gesù! È manifestazione, questa, della Parola di Dio detta dalla Legge e dai Profeti e fatta carne in Gesù” (E. Bianchi).

La trasfigurazione è mistero di trasformazione: il nostro corpo e questa creazione sono chiamati alla trasfigurazione, a diventare “altro”; il nostro corpo di miseria diventerà un corpo di gloria (cfr Fil 3,21), e “la creazione che geme e soffre nelle doglie del parto” (cfr Rm 8,22) conoscerà il mutamento in “cielo nuovo e terra nuova” (Ap 21,1). Ciò che è avvenuto sul monte Tabor in Gesù Cristo avverrà per tutti i credenti e per il cosmo intero alla fine della storia.

Celebrare l’Eucaristia è vivere in anticipo la trasfigurazione in comunione con il Signore e con i fratelli e sorelle: la Parola si trasfigura in pane e in vino e questi in cibo che a sua volta si trasfigura nella nostra vita. In questo modo l’Eucaristia diventa un progetto di trasformazione che deve impegnarci nella nostra storia: abbiamo l’obbligo di trasformare il pane delle nostre possibilità in pane per tutti affinché non vi siano affamati nel mondo; abbiamo il compito di trasfigurare ciò che viviamo e facciamo e tocchiamo perché la pace possa chiamarsi giustizia. Gesù non resta sul monte della trasfigurazione, ma scende nel mondo della storia quotidiana per portare il vangelo della trasformazione agli uomini e alle donne che incontrerà sul suo cammino verso la città di Dio: la città della trasfigurazione definitiva che muta la morte in vita e la croce da strumento di tortura e di morte in simbolo di misericordia e di redenzione. Noi ne siamo testimoni. Noi lo annunciamo con la nostra vita” (P. Farinella).

Carlo Miglietta