Commento alle letture di domenica 25 Agosto 2019 – don Jesús GARCÍA Manuel

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Prima lettura: Isaia 66,18-21

 Così dice il Signore: «Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti. Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari, al mio santo monte di Gerusalemme – dice il Signore –, come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore. Anche tra loro mi prenderò sacerdoti levìti, dice il Signore».

La prospettiva universale riecheggiata nel Vangelo ha alcuni felici anticipi in testi dell’AT, uno dei quali è proposto come prima lettura.

Il lungo rotolo del profeta Isaia è alle ultime battute, siamo alla fine del complesso 56-66 e di tutto il libro. Come in un poderoso ripieno d’organo, vengono inseriti tutti i migliori registri. Tra questi annotiamo quello della universalità e quello della fratellanza.

Nel nostro brano il profeta indirizza il suo sguardo verso il futuro (discorso escatologico). Qualcuno potrebbe avere l’impressione che sia una fuga dalla realtà. Il profeta lo ritiene invece un tuffo nella realtà, quella di Dio. Egli prepara il giudizio che in questo caso equivale alla salvezza per tutti gli uomini. Tutti, senza distinzione e senza eccezione, devono poter vedere la «signoria» («gloria») di Dio, che si storicizza negli interventi prodigiosi e potenti, a favore del suo popolo e di tutti i popoli.

Il termine «gloria» ricorre ben tre volte ed esprime un concetto importante del profeta Isaia che l’aveva contemplata fin dal momento della sua vocazione (cf. Is 6,1ss). La parola ebraica kabod implica l’idea di peso, qualcosa che si rende visibile. La «gloria di Dio» designa Dio stesso in quanto si rivela nella sua maestà, nella sua potenza, nello splendore della sua santità, nel dinamismo del suo essere. Quella gloria ha quindi il carattere di epifania. Isaia che aveva già celebrato la gloria di Dio che risplendeva su Gerusalemme (cf. 60,1), estende ora il suo sguardo e profetizza un Dio che si manifesta a tutti i popoli: «essi verranno e vedranno la mia gloria». Gerusalemme diventa l’ideale luogo teologico dove si danno appuntamento tutti i popoli. In essa sarà posto un «segno» (l’ebraico ‘or potrebbe designare anche uno «stendardo» o un «monumento»), non meglio identificato, ma punto di sicuro richiamo. Per poter raggiungere tutti, Dio organizzerà una spedizione missionaria: «manderò i loro superstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan, alle isole lontane… annunceranno la mia gloria alle genti».

È inserito anche il registro della fratellanza: «Ricondurranno tutti i vostri fratelli…»: sono certamente i fratelli ebrei dispersi tra i vari popoli e ora ricondotti in patria; non è da escludere che «fratelli» indichi tutti i popoli che, vista la gloria di Dio, sono accomunati nella stessa famiglia. Sussistono le distinzioni sono cadute le divisioni.

La porta di cui parla il vangelo sarà stretta perché impegnativo è l’ingresso, ma larga perché tutti possono, se vogliono, accedervi, in quanto Dio non fa distinzioni di sorta e ha inviato il Figlio a raccogliere tutti i suoi figli dispersi.

Seconda lettura: Ebrei 12,5-7.11-13

 Fratelli, avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio». È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.

La mano tesa da Dio all’uomo, perché questi vi si aggrappi (salvezza), si avvale talora anche di metodi forti. L’argomentazione va comunque ricondotta entro i binari del messaggio, per non far approdare a conclusioni indebite, del tipo: Dio è Padre perché castiga. Vale semmai la formulazione: Dio è Padre, nonostante il castigo. Non si deve sconfinare nella «mistica della punizione» e tener presente il sottofondo di fede e di fedeltà tra la comunità e Dio, che ha in Cristo il suo prototipo e mediatore.

Il tema correggere/correzione (due volte il verbo e tre volte il sostantivo) attraversa il brano composto da due pezzi (vv. 5-7 e 11-13), tra i quali è da collocare il riferimento ai padri che sono amati nonostante i loro interventi correttivi, cioè punitivi. Sempre nella parte mancante, troviamo l’argomentazione a fortiori che giustifica l’operato divino che «agisce per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità» (v. 10). Forse era il caso di non omettere questo versetto, perché, non solo «scagiona» Dio, ma soprattutto perché mette in luce il fine positivo di ogni correzione. Comunque, l’idea è reperibile anche nel nostro testo.

Il tono parenetico della pericope si evince fin dall’inizio, anche per la presenza del termine «esortazione». Nella prima parte (vv. 5-7) si vuole inculcare il valore della correzione ad opera di Dio, il quale agisce come un padre che si prende amorevole cura dei propri figli. Il termine da illustrare è il greco paideia che traduciamo, secondo i casi, «correzione severa» (anche con inflizione di castighi), «educazione», «istruzione». Nel presente passo, il senso di «correzione» si addice meglio al contesto. La comunità cristiana di quel tempo — e pure quella di oggi — non riusciva a capacitarsi circa le pene che la colpivano. Il valore dell’esortazione sta nell’incanalare subito in senso teologico, il negativo che si abbatte sulla comunità. Si precisa che gli interventi di Dio, quelli duri e difficili da capire, sono un mezzo pedagogico che esprimono il suo amore: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore… Il Signore corregge colui che egli ama». Viene citato un passo del libro dei Proverbi (Prv 3,11-12) per documentare che la correzione appartiene ai mezzi pedagogici abituali. L’autore, con fine psicologia, sviluppa un discorso ampio che attinge al serbatoio dell’esperienza per far poi passare idee squisitamente teologiche. In fondo, Dio non fa che comportarsi come i padri nei confronti dei figli. Il «di più» per Dio sta in quell’infinito amore che egli porta agli uomini. In questo, Egli non può essere eguagliato da nessun padre terreno.

La seconda parte (vv. 11-13) continua il tema della paideia con toni generali, ma pur sempre capaci di avere presa psicologica. È ancora l’esperienza ad insegnare che non si prova piacere («gioia») ad essere rimproverati, semmai il contrario. Superato il momento iniziale di disagio, la situazione cambia sensibilmente e si gusta «un frutto di pace». Il passaggio non è automatico, né assicurato a tutti, ma solo a coloro che «per suo mezzo sono stati addestrati» (il participio greco gegymnasmenos contiene la radice che formerà la parola italiana «ginnastica»). Il senso è che per raggiungere la pace occorre esercitarsi. I vv. 12-13 sono l’approdo di tutto il discorso (cf. il «perciò»); riprendono il tono esortativo che balza evidente con «rinfrancate… camminate diritti» (in greco ritorna un comune tema, orthos, l’essere diritto, giusto). Utilizzando reminiscenze profetiche (Is 35,3) e sapienziali (Pr 4,26), l’autore esorta a continuare la dura battaglia della coerenza quotidiana. Il cap. 11 aveva fornito un esaltante quadro di personaggi dell’A.T. Il cap. 12 propone l’esempio di Gesù stesso. La comunità dispone quindi di validi modelli per raccogliere il messaggio esortativo e riprendere serena la sua strada, facendo tesoro anche delle correzioni del Signore, il Padre dei cieli che ha cura di tutti i suoi figli.

Vangelo: Luca 13,22-30

 In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.  Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.  Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Esegesi

Il brano odierno è situato nel contesto lucano del grande viaggio che vede Gesù in movimento dal nord al sud, dalla Galilea a Gerusalemme.

Luca utilizza con maestria un materiale reperibile, in forma sparpagliata, anche in Matteo, e costruisce un discorso logico, abbastanza omogeneo, e letteralmente vivace. L’inizio è dato da una domanda, a cui Gesù risponde, «sceneggiando» un racconto con più personaggi. Isolando le idee-guida, troviamo una composizione di tre detti di Gesù. Il primo riguarda la porta stretta (vv. 23-24), il secondo la porta chiusa (vv. 25-27) e il terzo l’accesso di tutti gli uomini nel Regno di Dio (vv. 28-30).

Come introduzione abbiamo il v. 22 che presenta Gesù itinerante e nella sua veste di maestro. Il suo cammino, partito a 9,51, si concluderà a 19,28 e avrà come meta Gerusalemme. La città santa è un «luogo teologico» particolarmente caro a Luca che con esso apre e chiude il suo vangelo. Verso la città santa Gesù si orienta coscientemente, sapendo quello che succederà (cf. 18,31).

Il discorso di Gesù, che occupa quasi tutto il brano odierno, è causato da una domanda (propria di Luca) circa il numero dei salvati: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». La domanda non giunge spaesata e totalmente fuori luogo, perché Gesù aveva parlato già in precedenza di un piccolo gregge (cf. Lc 12,32 e la XIX domenica). Inoltre, la formulazione della domanda denota l’origine giudaica dell’interlocutore, per il quale la questione della salvezza finale (connessa con quella della elezione) era di capitale importanza. Le risposte rabbiniche non concordavano. Il mondo farisaico era incline a pensare che tutti gli ebrei conseguissero la salvezza, altri, soprattutto i circoli apocalittici, tendevano decisamente al ribasso: «Molti (= tutti) sono creati, ma pochi salvati» (4 Esdra 8,3). In simile stato di incertezza, si può meglio capire la domanda rivolta all’accreditato maestro di Nazaret, chiamato «Signore».

Gesù non sembra interessato a fornire dati e statistiche, quasi fosse un impiegato del catasto, tanto meno a rivestire i panni della Cassandra di turno con catastrofiche previsioni. Egli si rifiuta di impegnarsi nella matematica (tanti o pochi), e orienta la sua risposta verso un altro versante. È vero che parla di «molti» che vorranno entrare al banchetto della vita senza riuscirci o dell’allontanamento di altri, però, più che di previsioni, sono una sollecitazione per una scelta coraggiosa e improrogabile. Il racconto, volutamente un po’ forte, diventa esortazione affinché non venga dilazionato l’impegno personale. La domanda, impersonale, riceve una risposta personalizzata, perché anziché una sterile e generica informazione viene data un’opportunità di riflessione e soprattutto di conversione. Perciò Gesù propone una serie di indicazioni utili al conseguimento della salvezza. Vivacizza il suo discorso interpretando ruoli e voci diversi, dando vita ad un dialogo, gustoso letteralmente e corposo teologicamente.

L’esortazione iniziale è la chiave di volta di tutto il messaggio: «Sforzatevi (in greco agonizesthe dove la radice “agone” rimanda al concetto di “lotta” e “fatica”) di entrare per la porta stretta». È subito chiaro che l’accesso non è costituito da un gigantesco cancello, ma da una porticina. Ne consegue immediatamente che non sarà facile entrarvi e quindi sono poste le premesse per l’imperativo «sforzatevi» con il richiamo alla fatica e al serio impegno. L’imperativo, collocato all’inizio in modo enfatico, attira subito l’attenzione al seguito, «perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno», più che una pessimistica previsione, del resto contraria allo stile evangelico, esprime l’urgenza dell’impegno e la necessità di chiamare a raccolta tutte le energie disponibili.

Sciupare occasioni ha effetti deleteri, come esprime il breve racconto drammatico. Il padrone che si alza a chiudere la porta esprime la conclusione delle possibilità. La porta che era prima stretta diventa ora la porta chiusa. Il tempo è scaduto. Un cupo senso di tragedia avvolge la narrazione che continua nei disperati tentativi di vedere la porta riaperta.

Il primo tentativo è attribuito a un generico «voi» che, nella sua accorata supplica «Signore aprici!», denota una certa conoscenza del Signore. La risposta è un glaciale «Non so di dove siete».

Un secondo tentativo fa leva su una esplicita relazione con il Signore, concretizzata nella familiarità condivisa a tavola (luogo di intimità) e sulla piazza (luogo della vita sociale). Il richiamo non sortisce migliore effetto e la risposta suona tagliente come la prima. Il più duro colpo è inferto con l’aggiunta «Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!» (v. 27).

È l’ultimo imperativo del brano da porre in relazione con il primo, lo «sforzatevi di entrare per la porta stretta» del v. 24. Il secondo è la conseguenza della negligenza del primo: non avendo compiuto lo sforzo necessario per passare attraverso la porta stretta, ora sono condannati a vedere la porta irrimediabilmente chiusa. La partita è conclusa tragicamente persa, come denota la formula stereotipa «pianto e stridore di denti» che esprime, secondo lo studioso tedesco Jeremias, la salvezza definitivamente perduta.

L’esclusione di alcuni ha il suo contrappunto nell’accettazione di altri. Sono persone che provengono dai quattro punti cardinali, cioè da tutte le parti. Il gruppo ha accesso al banchetto del regno, segno di una comunione con Dio, espressa anche in altre occasioni come un sontuoso banchetto (cf. Is 25). Il versetto finale (v. 30) ripropone un detto proverbiale che, applicato al contesto esprime un ribaltamento di situazione. Attenzione però a non cedere a indebite generalizzazioni. In questo ha ragione la traduzione italiana che parte da «alcuni», termine non presente nel testo greco, ma sotteso al significato di tutto il discorso. Precisato questo, è facile vedere nei «primi» gli ebrei che hanno ricevuto le promesse, l’elezione a popolo di Dio, senza però corrispondervi in modo adeguato. Non hanno titoli preferenziali o di privilegio per entrare, mancando loro dello sforzo (o lotta) richiesto all’inizio (cf. v. 23). Altri, raggiunti dal messaggio profetico (cristiano) in un secondo tempo, hanno corrisposto. Non viene detto come siano stati chiamati, né che cosa abbiano fatto per riuscire a passare attraverso la porta stretta. Esplicitamente non è detto, però l’espressione di sedere «alla mensa del regno» denota la loro partecipazione alla salvezza. Per loro si è spalancata quella porta rimasta sigillata ad altri.

Alla fine, senza ottenere una risposta sul numero, che soddisferebbe solo la curiosità e la matematica, godiamo la serena certezza che la porta è aperta per tutti coloro che, con la grazia di Dio, si impegnano ad entrarvi. È una nota di consolante certezza, ci sono più salvati di quanti una miope teologia o grette statistiche vorrebbero far credere.

Meditazione

«Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra».

Il ritornello del Salmo responsoriale ci apre la giusta prospettiva in cui ascoltare la parola di Dio, in particolare le affermazioni di Gesù che risuonano nel vangelo di Luca. L’adorazione di tutti i popoli della terra è la risposta alla promessa di Dio, relativa a una salvezza universale, secondo quanto Isaia profetizza nella prima lettura: «Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria» (Is 66,18). Anche il Vangelo propone un’immagine simile: «Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio» (Lc 13,29). Tutti i popoli verranno da ogni estremità della terra perché il Signore stesso verrà a radunare tutte le genti e tutte le lingue!

Di fronte a questa visione così ampia, senza confini, può apparire stridente l’immagine usata da Gesù: una porta stretta che diventa addirittura una porta chiusa, con alcuni che ne rimangono esclusi (v. 25). È spontaneo domandarsi, mettendosi in qualche modo nei panni del tale che interroga Gesù: sono pochi quelli che si salvano? (cfr. v. 23). La salvezza è per molti o per pochi? E a quali condizioni ci si può salvare? Com’è possibile partecipare alla stessa mensa del regno con Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti, senza correre il rischio di rimanere al di qua di una porta che non si apre?

Per rispondere a questi interrogativi poniamo anzitutto attenzione ai due punti di vista che si confrontano nel Vangelo, quello di Gesù e quello del tale che lo interroga, nel quale, lo ripeto, ci è facile immedesimarci. Ed è bene farlo, per consentire a Gesù di condurci a condividere un diverso punto di vista, il suo.

Di fatto la domanda viene posta in termini alquanto astratti, tipici di una disputa di scuola tra rabbini di differente orientamento teologico. All’epoca di Gesù si discuteva molto in Israele se ogni membro del popolo, in forza dell’elezione e delle promesse di Dio, avrebbe partecipato al mondo futuro, oppure se la salvezza sarebbe stata riservata a pochi. Questo è il retroterra che si cela dietro la domanda di chi interpella il rabbi Gesù di Nazaret, trattandolo in qualche modo al pari di altri scribi esperti delle Scritture, per conoscere quale fosse il suo orientamento teologico. Da notare, peraltro, che in questo dibattito teologico la salvezza riguarda Israele, non gli altri popoli. Tutto Israele parteciperà del regno che viene, oppure vi sarà un giudizio dentro il popolo stesso dell’alleanza? Affiora in tal modo un interrogativo più implicito: essere parte di Israele e della sua elezione è garanzia sufficiente per partecipare anche del mondo futuro, oppure no?

Gesù risponde alla domanda correggendola e orientandola verso tutt’alta prospettiva. Possiamo individuare almeno due correzioni. La prima: se la domanda risultava astratta e impersonale, nella sua risposta Gesù interpella direttamente ciascun ascoltatore. Il suo linguaggio non è di tipo sapienziale o teologico, ma profetico. Pone un imperativo personale che esige conversione e obbedienza nella fede. Non preoccupatevi – risponde Gesù – di speculare sul numero dei salvati, se saranno pochi o molti; badate piuttosto a sforzarvi di entrare per la porta stretta. Agonizo è il verbo usato dal testo greco, dunque ‘lottate’, ‘gareggiate’. In altri termini, all’interrogativo sul numero dei salvati Gesù non risponde. Non gli interessa farlo. Ciò significa che l’immagine alla quale ricorre – la ‘porta stretta’ – non vuole significare che anche la salvezza sia ‘stretta’, riservata a pochi. Tutt’altro: Gesù fa intuire che è uno spazio molto ampio, tanto da non poter essere abbracciato con un solo sguardo, poiché si estende da oriente a occidente, da settentrione a mezzogiorno. Nel testo parallelo, Matteo si limita a dire «da oriente e da occidente» (8,11). Luca, con il suo tipico respiro universale, non si accontenta di questa affermazione, la allarga ulteriormente aggiungendo «da settentrione e da mezzogiorno». Non c’è punto cardinale che rimanga escluso. La salvezza è universale, ma esige lotta. La porta stretta ricorda appunto questo aspetto: è necessaria una decisione, una fatica, un combattimento. Una presa di posizione personale.

Questo è un primo spostamento che Gesù opera con la sua risposta. Ce n’è poi un secondo, più importante, perché integra e precisa il primo, liberandolo da un possibile fraintendimento. La porta è una metafora che allude a una mediazione: mette infatti in comunicazione l’interno con l’esterno o, nella prospettiva di Gesù, il mondo presente con quello futuro. C’è una mediazione attraverso la quale è necessario passare. Certo, occorrono sforzo, lotta, decisione personale; ma rimane indispensabile attraversare una porta, passare attraverso una mediazione per entrare nella salvezza. C’è bisogno di fatica e di lotta non perché la salvezza sia una realtà che lo sforzo umano può conquistare o meritare; l’impegno consiste piuttosto nel passare attraverso una mediazione che non è nelle mani dell’uomo, ma in quelle di Dio. È Dio il padrone di casa che decide quando chiudere quella porta, dunque è sempre lui – e solamente lui – a poterla aprire per offrirla a tutti come passaggio indispensabile per entrare nello spazio della salvezza.

Due sono le caratteristiche di questa porta di Dio. Anzitutto, è una porta ‘stretta’, di conseguenza lo sforzo consiste anzitutto nel conformarsi a essa. Se la porta è ampia, comunque vi passo. Se è stretta, per attraversarla devo prendere un po’ la sua forma. Sciogliendo la parabola, possiamo dire che la porta – questa mediazione salvifica aperta da Dio – è Gesù stesso. «Io sono la porta», affermerà nel vangelo di Giovanni (cfr. Gv 10,7). È a lui ce occorre conformarsi, scoprendo peraltro che, nel mistero dell’incarnazione, è lui stesso a prendere la nostra forma, per agevolarci il passaggio.

Seconda caratteristica: questa porta stretta diviene presto una posta ‘chiusa’. Con questa seconda immagine Gesù ammonisce circa l’urgenza della decisione. Occorre discernere il tempo opportuno, l’ora favorevole alla salvezza. Dopo sarà troppo tardi. Da notare che al v. 25 l’espressione «si alzerà» è detta in greco con il verbo egeiro, un tipico verbo di risurrezione. A un orecchio cristiano, questo alzarsi del padrone della casa non può che far pensare alla Pasqua e al rialzarsi del Signore Gesù dai morti. È la Pasqua il tempo favorevole della salvezza, che occorre saper discernere e cogliere prontamente. Tempo ultimo e definitivo, dopo il quale non ce ne verrà dato un altro, diverso e ulteriore. Non perché il Signore venga meno alla sua misericordia e al suo desiderio che tutti siano salvi. Piuttosto, la porta chiusa ci ricorda che non c’è salvezza che non custodisca un riferimento, implicito o esplicito, alla pasqua di Gesù. È con la morte e risurrezione che il Padre, il padrone di casa, ci apre la porta. E la apre per tutti, che ne siano consapevoli o meno. La porta, in fondo, rimane chiusa proprio per l’uomo che vanta la pretesa di potersi salvare da solo, senza percepire l’assoluta necessità di passare attraverso la porta di Cristo, lo spazio di mediazione della sua misericordia e del suo perdono.

La porta stretta è la porta di Pasqua, è il Cristo crocifisso e risorto. Per quanto stretta, introduce tuttavia in uno spazio molto ampio, universale, tale da abbracciare l’intero orizzonte cosmico. Gesù stesso è passato per primo attraverso la porta stretta della sua Croce, affinché ogni persona umana potesse entrare nella comunione definitiva con il Padre nel suo regno. Il discepolo non deve avere altro desiderio che conformarsi a lui, prendere la stessa forma di questa porta che è il Signore Gesù. Non gli basta «mangiare e bere alla sua presenza» (cfr. v. 26); vuole sedersi alla sua stessa mensa, conformarsi alla sua stessa Pasqua. Ben sapendo che si tratta di una mensa eucaristica, che ci rende memoria vivente di Gesù, sollecitandoci a offrire la nostra vita come sacrificio spirituale perché tutti, da oriente e occidente, da settentrione a mezzogiorno, possano venire a sedersi alla mensa del Regno con tutti i profeti!

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