Commento alle letture di domenica 23 Agosto 2020 – Carlo Miglietta

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Il commento alle letture di domenica 23 Agosto 2020 a cura di Carlo Miglietta, biblista; il suo sito è “Buona Bibbia a tutti“.

Da: C. MIGLIETTA, EDIFICHERO’ LA MIA CHIESA. Perché (e come) essere Chiesa secondo la Bibbia, Gribaudi, Milano, 2010, con presentazione di S. E. Mons. Guido Fiandino

“Edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18)

Il capitolo 16 del Vangelo di Matteo è una grande lezione ecclesiologica:

“I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. Ma egli rispose…: <<Una generazione perversa e adultera cerca un segno, ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona>>. E lasciatili, se ne andò. Nel passare però all’altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere il pane… Essi parlavano tra loro e dicevano: <<Non abbiamo preso il pane!>>. Accortosene, Gesù chiese: <<Perché, uomini di poca fede, andate dicendo che non avete il pane? Non capite ancora e non ricordate i cinque pani per i cinquemila e quante ceste avete portato via? E neppure i sette pani per i quattromila e quante sporte avete raccolto…? Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: <<La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?>>. Risposero: <<Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti>>. Disse loro: <<Voi chi dite che io sia?>>. Rispose Simon Pietro: <<Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente>>. E Gesù: <<Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli>>. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo” (Mt 16,1-20).

Il racconto della confessione messianica di Pietro è comune a tutti i Sinottici[1]. “Matteo rielabora ampiamente il testo tradizionale e vi aggiunge particolari nuovi. Soprattutto è esclusivo del primo evangelista il discorso che Gesù rivolge a Pietro con le solenni parole di promessa e di investitura[2]” (C. Doglio[3]).

Il discorso più propriamente sulla fondazione della Chiesa di Cristo[4] è incastonato in una serie di rivelazioni costitutive per la Chiesa stessa. Meditiamo su alcuni ammonimenti che Gesù in questo brano regala alla Chiesa di tutti i tempi.

  1. Gesù Risorto unica salvezza

Il primo messaggio è che la Chiesa si fonderà sulla resurrezione del Signore: di fronte alla pretesa di avere miracoli come segni della sua divinità, Gesù risponde che l’unico segno sarà il “segno di Giona”. La vicenda del profeta Giona, inghiottito da un grosso pesce nelle cui viscere restò tre giorni e tre notti, e dal cui ventre, “nel profondo degli inferi”, invocò la salvezza, venendo alfine rigettato sull’asciutto[5], fu sempre letta dalla Chiesa come tipo della resurrezione di Gesù, “il terzo giorno”[6], “secondo le Scritture”[7].

Il secondo messaggio forte del capitolo 16 è il discorso sul “pane”. Nel capitolo precedente c’era stato l’episodio della Cananea che aveva implorato almeno le “briciole” del “pane dei figli”, ed era stata esaudita per la sua “grande fede”[8]: aveva capito che Gesù è il “pane” di salvezza per tutte le genti. Poi c’era stata la prodigiosa moltiplicazione dei sette pani e dei pochi pesci, con cui Gesù aveva sovrabbondantemente sfamato le folle. Eppure al capitolo 16 i discepoli affermano: “Non abbiamo preso il pane!” (Mt 16,7). Non hanno capito che il vero pane, che è sempre con loro, che li sfama e li salva, è Gesù stesso[9]. Solo Gesù è il fondamento della Chiesa. Solo lui ne é il nutrimento indispensabile per la vita.

  1. Una Chiesa fondata sulla croce

Gesù non propone ai suoi una Chiesa potente, trionfante: fondamento della Chiesa è il Cristo crocifisso, e chi vuole essere discepolo deve rinnegare se stesso, prendere la sua croce e seguire Gesù, perdendo la propria vita[10]. Chi la pensasse diversamente sarebbe “satana”, sarebbe “scandalo”[11], e penserebbe secondo una logica umana e non secondo quella di Dio.

  1. Una Chiesa che testimonia il Cristo

Al cuore del capitolo sta il brano con l’esplicitazione del termine “ekklesìa”. Matteo probabilmente attinge da quella che gli esegeti chiamano “fonte comune”, o “fonte Q”, la confessione di Cesarea di Filippo, e vi opera alcune modifiche: al posto di “io” inserisce “Figlio dell’uomo”; aggiunge, tra i possibili “sosia” di Gesù, il profeta Geremia, quello che forse più di tutti ha dovuto soffrire, e proprio a Gerusalemme, la persecuzione da parte dei sacerdoti e degli anziani di Israele; amplia la risposta di Pietro rispetto al testo parallelo del Vangelo di Marco[12] e di quello di Luca[13].

E’ un passo di grande importanza, su cui il dibattito è da sempre vivo, fecondo, ma talora contrastato. Innanzitutto vi si afferma che compito della Chiesa è la professione di Gesù come “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E’ questa la missione della Chiesa. Essere nel mondo l’annuncio di Gesù Signore del mondo, essere il suo segno e la sua testimonianza.

Si noti come in Giovanni, in una situazione analoga, si affermi semplicemente: “Tu sei il santo di Dio” (Gv 6,69); nei brani paralleli in Marco: “Tu sei il Messia” (Mc 8,29), in Luca: “Tu sei il Messia di Dio” (Lc 9,21): forse il testo di Giovanni, per la sua arcaicità, è il più vicino alla professione storica, che Marco già interpreta in senso messianico, mentre Luca fonde le formule marciana e giovannea: Matteo assume la formula marciana, completandola con il titolo di “Figlio di Dio”[14]. Questa espressione ha le sue origini nella tradizione regale davidica: “Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio” (2 Sam 7,13-14); “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti” (Is 9,5-6); “Annunzierò il decreto del Signore. Egli mi ha detto: <<Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai>>“ (Sl 2,7-9); “Ho trovato Davide, mio servo, con il mio santo olio l’ho consacrato… Egli mi invocherà: <<Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza>>. Io lo costituirò mio primogenito, il più alto tra i re della terra. Gli conserverò sempre la mia grazia, la mia alleanza gli sarà fedele. Stabilirò per sempre la sua discendenza, il suo trono come i giorni del cielo” (Sl 89,21.27-30); “Dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato” (Sl 100,3). “Nella rielaborazione giudaica del tempo…, in piena età ellenistica, si verificò la convergenza di più concezioni, quella della generazione fisica, quella analogica e quella giuridico-sacrale” (M. Nobile[15]).

Questa confessione di fede era comparsa poco prima sulla bocca dei discepoli quando Gesù aveva camminato sulle acque: letteralmente: “Veramente di Dio figlio sei!” (“Alethòs theoù uiòs eì”: Mt 14,33); così alla morte i soldati di guardia, colpiti dai fenomeni cosmici che accompagnano il trapasso del Nazareno, esclamano: “Veramente di Dio figlio era costui” (“Alethòs theoù uiòs èn oùtos”: Mt 27,54). Si noti come non ci siano articoli determinativi: Gesù è riconosciuto genericamente come un personaggio divino. Ma Pietro invece rafforza la sua affermazione con ben due articoli determinativi: “Tu sei il Figlio del Dio!” (“Su eì o Chrisòs, ò uiòs toù Theoù”: Mt 16,16). Così farà Caifa al momento del processo: “Dicci se sei il Cristo, il Figlio del Dio” (“Eìpes eì su eì o Chrisòs, ò uiòs toù Theoù”: Mt 26,63): affermazione così chiara della singolarità del rapporto di figliolanza di Gesù che sarà la causa della sua condanna a morte[16].

Gesù afferma che la missione di Pietro non è scelta da parte degli uomini, ma precisa volontà di Dio: “perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). “Carne e sangue” è un ebraismo che indica la dimensione umana: “carne”, “basar”, indica la fragilità, “sangue”, “dam”, indica la vita umana, ma spesso nella sua connotazione di impurità legale. La capacità umana non è sufficiente per professare la messianicità di Gesù: ci vuole una “rivelazione”, un’“apocalissi” (“apekàlupsen”). C’è un chiaro parallelismo con un altro brano di Matteo: “In quel tempo Gesù disse: <<Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te>>” (Mt 11,25-26[17]).

  1. Una Chiesa realtà sovrannaturale

Gesù promette alla sua Chiesa che “le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt

16,18). L’espressione “porte degli inferi”[18] fa riferimento alle “porte”, luogo dove si praticava la giustizia e il potere, e agli “inferi”, in ebraico “sheol”, il mondo sotterraneo di morti. Il significato è che la Chiesa non sarà sottomessa al potere della caducità e della morte, cioè che non sarà una realtà di ordine solamente naturale, ma avrà una dimensione ultraterrena.

  1. Il ruolo di Pietro

Si dice poi che la Chiesa sarà fondata su Pietro, a cui vengono assegnati “le chiavi del regno dei cieli” e il potere di “legare o sciogliere” (Mt 16,18-19). Ci soffermiamo un po’ di più su questo testo, per l’enorme importanza che ha avuto nel definire il ruolo del papato nella Chiesa cattolica, e perché esso è ancora oggi al centro di un intenso confronto ecumenico.

– Bar Jona

 Notiamo come Pietro sia chiamato “bar Jona”, “figlio di Giona”, in lingua aramaica, anche nel contesto del brano che è in greco: è curioso notare che invece nel quarto Vangelo Pietro non è “figlio di Giona”, bensì “figlio di Giovanni” (Gv 1,42). Nella letteratura apocalittica, si affermava che alcuni grandi personaggi di Israele, come Enoc, Esdra, i patriarchi, potessero avere grandi visioni sul futuro di Israele, e ne nacquero le grandi Apocalissi apocrife a loro attribuite. Forse Matteo, attribuendo al profeta Giona la paternità di Pietro, vuole dare all’affermazione di quest’ultimo una rilevanza profetica: “Pietro, che si situa nella linea di un grande profeta del passato, Giona, assume il valore di un veggente apocalittico, reso degno da Dio di vedere chi sia il Figlio dell’uomo” (M. Nobile[19]).

– Roccia di salvezza

La missione di Simone è poi delineata con tre metafore: quella della pietra[20], quella delle chiavi e dalla frase “legare-sciogliere”[21].

Il cambio del nome, nella Bibbia, indica sempre una vocazione particolare. Si pensi ad Abram, che significa “il padre è grande”, il cui nome viene mutato in Abramo, che probabilmente vuol dire “padre di una moltitudine”[22]; a Sarai, che viene chiamata Sara (forse due varianti di “principessa”)[23]; Giacobbe, il cui nome deriva dal fatto che alla nascita afferra il calcagno, “’aqeb” del fratello[24], vede il suo nome mutato da Dio in Israele, che significa “Dio combatte”, “Ysre’èl”, dal verbo “sarà”, combattere, o “Dio è forte”, dal verbo “saran”, “essere forte, prevalere”. Anche la tradizione posteriore cristiana, soprattutto nel monachesimo, userà il cambio del nome come segno di un nuovo ruolo o una nuova missione da parte di Dio.  

In Marco l’imposizione del nome di Pietro avviene all’istituzione dei Dodici[25], in Giovanni addirittura al momento della chiamata[26]; lo stesso Matteo lo ha fin qui più volte chiamato Pietro e non Simone[27]. Siamo di fronte a un midrash, cioè a una lettura meditativa sapienziale, sul nome di Pietro[28].

Gesù fa un gioco di parole, dicendo a Simone che d’ora in poi si chiamerà Pietro. Noi siamo ormai abituati ad usare correntemente questo nome proprio, e abbiamo perso la novità e l’originalità di questa “invenzione” di Gesù. In aramaico è più immediato coglierne il significato, perché “kepha”, “la pietra”, è maschile: Simone si chiamerà “la pietra”. In greco invece, come in italiano, la parola “pètra”, “pietra”, è femminile, mentre “Petròs” è maschile: nemmeno in greco quindi “Petròs” è un nome proprio abituale. Il Vangelo usa quindi un neologismo per indicare la funzione di Simone: egli sarà “la pietra”, la roccia su cui Gesù costruirà l’edificio della sua “ekklesìa”. Forse sarebbe più intuitivo per gli inglesi equiparare il nuovo nome di Simone non tanto a “Peter” quanto a “Rocky”.  

Pietro è la roccia secondo la posizione tradizionale, detta “orientale”. Ma non tutti gli esegeti concordano che sia Simone la “pietra” su cui Gesù edificherà la sua Chiesa. Agostino, ad esempio, affermò che la roccia è Gesù stesso: affine a questa posizione è quella di Caragounis, che sostiene che non è Pietro la roccia, ma il contenuto della sua confessione, cioè la messianicità di Gesù Cristo[29]: ma non si capirebbe allora l’uso per Simone del genere letterario del cambio del nome, che collega il concetto direttamente alla sua persona.

La figura della “pietra” o della “roccia”, in ebraico “sùr”, è nell’Antico Testamento spesso riferita a Dio: “Infatti, chi è Dio, se non il Signore? O chi è roccia di difesa, se non il nostro Dio?” (Sl 18,32); “Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare” (Sl 62,7); “La roccia del mio cuore è Dio” (Sl 73,26); “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza” (Sl 89,27). “Il termine <<rupe>>, usato come titolo di Dio, rivela chiaramente l’antico sistema di guerra: se si riusciva a fissare la propria posizione su una delle balze scoscese tanto numerose in Palestina si poteva resistere quasi ad ogni attacco” (J. L. Mc Kenzie[30]).

Ma talora la figura della “pietra” definisce anche i Patriarchi: “Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo vostro padre, a Sara che vi ha partorito” (Is 51,1-2). Interessante è il sogno di Nabucodonosor nel libro di Daniele, che vede staccarsi dalla montagna una pietra (questa volta si usa “’eben”, in aramaico “’abnà”) che distrugge la statua simbolo di tutti i regni precedenti, e poi “divenne una grande montagna che riempì tutta quella regione” (Dn 2,1-49): è indubbiamente una visione apocalittica che descrive il Regno (in aramaico “malkù”) messianico: “Il Dio del cielo farà sorgere un Regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre” (Dn 2,44).

Spesso si accosta il brano del primato petrino a quello in cui Gesù parla di “un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia” (Mt 7,24-25)[31]. Ma se il contesto di questo detto di Gesù è meteorologico, alludendo a una tempesta particolarmente distruttiva, il brano del primato di Pietro richiama una situazione bellica: quando si parla delle “porte” dello Sheol, il termine significa “<<le forze attive della città in armi>>, <<le forze militari della città>>… Solo <<Rupe>>, <<Rupe inaccessibile>> alle potenze del Male e della Morte può essere l’esatto significato metaforico del nuovo nome <<Kefà/Pètros>> attribuito da Gesù all’apostolo Simone di Giovanni… La traduzione di <<Kefà/Pètros>> e di <<kefà/pètra>> con Pietro, pietra e roccia, non sarebbe affatto il vero senso della metafora bellica, né sarebbe possibile capire per quale motivo un esercito all’assalto non riuscirebbe ad espugnare una città costruita sulla roccia, su una base rocciosa o addirittura su una pietra” (A. Salerno)[32].

La traduzione più precisa quindi non sarebbe: “Tu sei <<Pietra>>”, ma: “Tu sei <<Fortezza inespugnabile>>, <<Rupe di salvezza>>”. Pietro è dato alla Chiesa come un dono di sicurezza, di difesa, come promessa di stabilità e vittoria. In ogni caso “non c’è motivo di vedere il nuovo nome <<Kefà/Pètros>> come un <<soprannome di significato misterioso>>[33]. E non può essere accettato… che il <<senso>> di questo testo <<permane per noi oscuro ed incerto>>[34]“ (A. Salerno[35]), o che si riferisca solo al carattere impetuoso dell’apostolo Pietro, come da taluni affermato.

– Il potere delle chiavi

Il tema delle chiavi è tipicamente biblico. Si pensi a quando Isaia profetizza a Sebna, primo ministro del Regno: “In quel giorno chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkia; lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua sciarpa e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide; se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un paletto in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre. A lui attaccheranno ogni gloria della casa di suo padre: discendenti e nipoti, ogni vaso anche piccolo, dalle tazze alle anfore” (Is 22,20-24). Gesù rimprovererà i farisei: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il Regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (Mt 23,13). Nell’Apocalisse è Gesù che si presenta come “il Santo, il Verace, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre” (Ap 3,7).

            Taluni leggono questo brano di Matteo in riferimento al potere dato a tutti gli apostoli di perdonare i peccati: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,23). Ma l’espressione “legare – sciogliere”, in aramaico “’asar – sèrah”, è tipicamente rabbinica e indica un preciso intervento nel campo della dottrina o della morale, indicando ciò che è verità e ciò che è menzogna, oppure ciò che è permesso e ciò che è proibito, e il potere di ammettere o di escludere dalla comunità. Il tema del possesso delle chiavi indica quindi gli ampi poteri che Pietro avrà sull’accesso al Regno, le sue amplissime facoltà: e garantisce che ciò che Pietro deciderà avrà una corrispondenza anche a livello di Dio stesso.

  1. La Chiesa di Cristo, nuovo Tempio

In ogni caso la Chiesa è sempre solo di Cristo (“la mia Chiesa”: Mt 16,18), anche se si serve degli apostoli per edificarla. Già i profeti aveva definito il Messia “pietra angolare”[36]. Gesù applicherà a sé questa definizione, citando il Salmo 118,22-23: “Non avete mai letto nelle Scritture: <<La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri>>?” (Mt 21,42). Altri passi neotestamentari ribadiranno che anzi l’unica roccia è Cristo: afferma infatti proprio la prima lettera di Pietro: “Si legge infatti nella Scrittura: <<Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso>>[37]. Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo” (1 Pt 2,6-8). E Paolo ribadirà: “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1 Cor 3,11); “I nostri padri… bevevano da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10,1.4).

Poiché il tema della “pietra angolare” è tradizionalmente riferito alla costruzione del tempio, il brano afferma anche l’autocoscienza che la Chiesa ha di essere ormai il nuovo tempio, la dimora di Dio in Gesù Cristo.

  1. Chiesa e Regno di Dio

Il contesto non permette di stabilire se quando Gesù afferma: “Edificherò la mia Chiesa”, il verbo “edificherò” (“oikodomèo”: Mt 16,18) sia relativo alla vita terrena di Gesù o al periodo dopo la sua resurrezione. L’ammonimento con cui si chiude il brano deporrebbe per una dimensione post-pasquale: “Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo” (Mt 16,20): la testimonianza di Cristo da parte della Chiesa inizia solo dopo la sua resurrezione. Ma forse il termine “edificare” abbraccia sia la dimensione terrena che quella successiva della vita del Signore, perché l’insegnamento di Gesù qui sulla Chiesa pare rapportabile a quello sul “Regno di Dio” che tanto caratterizza tutta la predicazione di Gesù nel Vangelo di Matteo.

In questi stesso brano è evidente il parallelismo tra “edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18) e “a te darò le chiavi del Regno dei cieli” (Mt 16,19). “Regno dei cieli” è un’espressione tipica di Matteo, che la usa trentadue volte; è una circonlocuzione usata nel tardo giudaismo per evitare di pronunciare il Nome santo di Dio: significa quindi che “Dio regna”. Designa pertanto un regno che viene da Dio e che sarà dato ai “beati” del discorso della montagna: “di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5,3-12).

Il problema della relazione tra “Regno di Dio” e “Chiesa” è complesso. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha enunciato: “Il Signore Gesù diede inizio alla sua Chiesa predicando il buon annuncio, cioè la venuta del Regno di Dio promesso da secoli nelle Scritture”[38]. Barbaglio afferma che “Gesù, cosciente del suo ruolo messianico, comprese a un dato momento della sua esistenza il destino tragico che lo attendeva. D’altra parte Israele lo aveva abbandonato chiudendosi nel rifiuto più ostinato e nell’incredulità più cocciuta. Ripiegò allora sui dodici… Nacque in lui l’idea di una comunità messianica, che si sostituisse al popolo israelitico e si realizzasse come comunità della nuova alleanza… Il Regno di Dio annunciato e atteso esclude la possibilità che Gesù si sia prospettato l’idea di una Chiesa? In senso affermativo rispondevano gli escatologisti, come A. Schweitzer e A. Loisy, per i quali Cristo si attendeva una prossima venuta della fine del mondo. Famosa al riguardo l’affermazione di Loisy: Gesù attese il Regno e venne la Chiesa. Oggi anche da parte protestante si è meno drastici e diversi studiosi ammettono che tra Regno e Chiesa non c’è contraddizione e che Gesù ha di fatto annunciato la venuta del Regno e ha costituito la Chiesa”[39].

Nell’Antico Testamento solo a Dio spetta di regnare[40]. L’espressione “Regno di Dio” in Israele era carica di attese escatologiche. Nel Vangelo di Matteo, il Regno di Dio è il tema centrale della predicazione e dell’azione di Gesù. In questo Vangelo, gli insegnamenti di Gesù sono raccolti in cinque grandi discorsi, richiamando quindi il Pentateuco o Torah: il primo ha come sfondo un monte, ed è perciò chiamato il “Discorso della montagna” (capitoli 5-7), e può essere interpretato in riferimento al Sinai: Cristo non è venuto ad abolire la legge di Mosè ma a portare a pienezza l’ordinamento del Regno.

Nel secondo discorso, detto “missionario” (capitolo 10), il Regno è annunziato, accolto e rifiutato. Nel terzo, il discorso in “parabole” (capitolo 13), il Regno è descritto nella sua crescita lenta ma inarrestabile nella storia. Nel quarto discorso (capitolo 18) la Chiesa diventa il segno del Regno durante il cammino della storia, nell’attesa che esso giunga a pienezza nella salvezza finale (quinto discorso, “escatologico”, capitolo 24).

            Il Regno annunciato da Gesù è una realtà futura: si prega infatti: “Venga il tuo Regno” (Mt 6,10), si parla di una venuta escatologica del Figlio dell’uomo[41] per un giudizio finale[42]. Ma il Regno è presentato anche come imminente: Giovanni Battista e Gesù predicano alla stessa maniera: “Il Regno di Dio è vicino” (Mt 3,2; 4,17); così i discepoli dovranno annunciare “che il Regno dei cieli è vicino” (Mt 10,7); bisogna vegliare, perché verrà quando meno ce lo aspettiamo[43]. Anzi, il Regno di Dio è già qui ora in mezzo a noi: Gesù afferma: “Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il Regno di Dio” (Mt 12,28); “Beati i poveri, i perseguitati, perché di essi è il Regno di Dio” (Mt 5,3.10).

            Il Regno di Dio infatti si realizza in Gesù Cristo, il “Dio con noi” (Mt 1,23). Gesù aveva profetizzato: “Alcuni non morranno finché non vedranno il Figlio venire nel suo Regno” (Mt 16,28); e Gesù è acclamato re sulla croce: “Salve, re dei Giudei!” (Mt 27,29-30); “Questi è Gesù, il re dei Giudei” (Mt 27,37).

            Il Regno di Dio ha uno sviluppo graduale, come un seme[44], un granello di senape [45] o di lievito[46]. E’ un dono di Dio: non lo si ottiene né con la lotta armata degli zeloti né con la scrupolosa osservanza della Legge dei farisei: è soprannaturale e trascendente. Il Regno di Dio cambia la storia: dove arriva si stravolgono le logiche umane[47], si amano i nemici[48], non ci si preoccupa più del cibo o del vestito[49], c’è pienezza di gioia e di salvezza[50]: davvero si deve annunciare allora l’“Evangelo del Regno” (Mt 24,14), la lieta notizia del Regno di Dio.

Certo, il “Regno dei cieli” supera le dimensioni della “Chiesa”, ma essa né è in qualche modo profezia, segno. “L’<<ekklesìa>> protocristiana si concepisce come annunciatrice della Signoria di Cristo, signoria imminente per la venuta, ritenuta prossima, della parusia, anzi già presente mediante l’azione dello Spirito sui credenti. Essa è anche consapevole, tuttavia, di essere ancora parte di questo mondo e di non potersi quindi ancora identificare totalmente con la <<basileìa>>, con il Regno di Dio che viene” (L. Coenen[51]).

La Chiesa è quindi conscia di non essere ancora il Regno di Dio, ma di esserne in qualche modo un’anticipazione. La Chiesa è “il Regno di Dio già presente in mistero”, di cui “costituisce in terra il germe e l’inizio” (Lumen gentium, nn. 3.5). “A partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa viene comunemente definita <<sacramento del Regno>>. Questo significa che la Chiesa non è la totalità del Regno, ma che ne offre un determinato volto nella storia: lo incarna anche se non lo monopolizza. Essa è <<del Regno>> pur continuando a camminare <<verso il Regno>>. Questo Regno può manifestarsi altrove, in altre esperienze sociali e religiose, e la Chiesa sa che il suo Dio può servirsi di altre strade oltre a lei, per raggiungere l’uomo” (B. Chenu[52]).

Afferma il Concilio Ecumenico Vaticano II: “La promessa restaurazione che aspettiamo è già cominciata in Cristo, è portata avanti con l’invio dello Spirito Santo e per mezzo di lui continua nella Chiesa…: già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi… Tuttavia la Chiesa porta ancora la figura fugace di questo mondo e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto sino a ora e sospirano la manifestazione dei figli di Dio. In essa non si registra ancora la pienezza del Regno di Dio. Il suo compimento non avrà luogo se non nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose” (Lumen Gentium, n. 48).

La Chiesa quindi comincia oggi il Regno, ma esso avrà la sua realizzazione solo in Paradiso. La Chiesa deve quindi essere fiera della sua chiamata, ma anche restare semplice e modesta, senza mai credersi la completa attuazione del Regno. “Quando i cristiani manifestano sfiducia nella forza evangelica propria dell’umiltà cristiana e dell’inermità della fede, quando progettano una <<religione civile>> cercando di instaurare presidi e tentando alleanze strategiche con chiunque offra un appoggio alla forza di pressione cristiana nei confronti della società, allora confondono la Chiesa con il Regno di Dio, progettano una cristianità che… contraddice la buona notizia di Gesù” (E. Bianchi)[53].

[1] Mt 16,13-20; Mc 8,27-30; Lc 9,18-21

[2] Mt 16,17-19

[3] Doglio C., in Parole di vita, Edizioni Messaggero, Padova, anno LIII, n. 4, luglio-agosto 2008, pg. 23

[4] Mt 16,13-19

[5] Gio 2,1-11

[6] Mt 16,21; 17,23; 20,19; Lc 9,22; 13,32; 18,33; 24,7.46; At 27,19; 1 Cor 15,4

[7] 1 Cor 15,3-4

[8] Mt 15,21-28

[9] Mt 16,5-12

[10] Mt 16,24-26

[11] Mt 16,22-23

[12] Mc 8,27-38

[13] Lc 9,18-27

[14] Barbaglio G., Fabris R., Maggioni B., I Vangeli, Cittadella, Assisi, 1975, pg. 362

[15] Nobile M., Ecclesiologia biblica, Dehoniane, Bologna, 1996, pgg. 25-26

[16] Doglio C., in Parole di vita, Edizioni Messaggero, Padova, anno LIII, n. 4, luglio-agosto 2008, pgg. 25-26

[17] Cfr Gal 1,15-16

[18] Is 38,10; Sap 16,13

[19] Nobile M., Ecclesiologia biblica, Dehoniane, Bologna, 1996, pg. 27

[20] Mt 16,18

[21] Mt 18,19

[22] Gen 17,5

[23] Gen 17,15

[24] Gen 25,26

[25] Mc 3,16

[26] Gv 4,1

[27] Mt 4,18; 8,14; 10,2; 14,28.29; 15,15

[28] Mello A., Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, Bose, Magnano (BI), 1995, pg. 297

[29] Nobile M., Ecclesiologia biblica, Dehoniane, Bologna, 1996, pg. 23

[30] Mc Kenzie J. L., Dizionario Biblico, Cittadella, Assisi, 1981, pg. 358

[31] Brown R. E:, Pietro nel Nuovo Testamento, Borla, Roma, 1988, pg. 109

[32] Salerno A., Tu sei Kefà. Analisi esegetica di Mt 16,18, manoscritto registrato Ufficio Registro di Rivoli (TO), 16-6-1995, n. 2503, serie III, pgg. 5-6

[33] Corsani B., Ricca P., Pietro e il papato nel dibattito ecumenico odierno, Claudiana, Torino, 1978, pg. 10

[34] Subilia V., Tu sei Pietro. L’enigma del fondamento evangelico del papato, Claudiana, Torino, 1978, pg. 65

[35] Salerno A., Tu sei Kefà. Analisi esegetica di Mt 16,18, manoscritto registrato Ufficio Registro di Rivoli (TO), 16-6-1995, n. 2503, serie III, pgg. 11-12

[36] Is 28,16; Zc 10,4

[37] Is 28,16

[38] Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen gentium, n. 5

[39] Barbaglio G., Fabris R., Maggioni B., I Vangeli, Cittadella, Assisi, 1975, pg. 370

[40] Gdc 8,23; Os 3,4; 7,3; 13,10-15; 1 Sam 8,1-22; 10,17-27…

[41] Mt 25

[42] Mt 13,24-30

[43] Mt 24,43-50; 25,1-13

[44] Mt 13,24-30

[45] Mt 13,31-32

[46] Mt 13,33

[47] Mt 5,3-10

[48] Mt 5,38-42

[49] Mt 6,25-33

[50] Mt 4,23; 13,44-45

[51] Coenen L., in Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento, Dehoniane, Bologna, 1976, pg. 265

[52] Chenu B., La Chiesa, popolo di profeti, in Parola, Spirito e Vita, n. 41, 2000, pgg. 237-248

[53] Bianchi E., 16 febbraio 2010, TeologiaSpirituale.it

Carlo Miglietta