Commento alle domeniche e feste ANNO A – domenica 22 ottobre 2017 – don Mauro Orsatti

Interpretare i testi: Teologia e politica: distinte, ma non distanti

La storia è fatta di avvenimenti, date, persone che si incontrano o si scontrano. Resterebbe un ammasso informe, se non ci fosse una chiave di lettura, una linea interpretativa, un occhio sapiente che sa scorgere il dipanarsi armonico e provvidenziale. Il compito della fede è di leggere tutto con gli occhi di Dio, con il suo cuore di Padre. La storia cessa di essere un ammasso informe e prende i contorni dell’intelliggibilità e, più ancora, della Provvidenza. Tutto ha un senso e prende valore, compresa la realtà politica. Da essa partono le letture odierne, mostrandone l’esistenza, la necessità e la sua esatta collocazione. Nella storia si incontrano, senza scontrarsi, l’autorità umana e l’autorità divina.

            Il loro confronto ha innescato una discussione che il tempo non riesce a smorzare. Partendo dal brano, che discute la liceità o meno di pagare le tasse all’imperatore, sono affiorate numerose interpretazioni che oscillano su un ampio ed eterogeneo arco di possibilità. Qualcuno vi ha letto una netta distinzione tra sfera temporale e sfera spirituale, senza che tra le due sussista una relazione, in quanto appartenenti a piani diversi. Una sana laicità e la capacità di una serena scelta religiosa sarebbero il frutto della discussione tra Gesù e i suoi avversari. Altri adducono il testo evangelico come fondamento teologico della proverbiale alleanza “trono e altare”, in cui uno fa da supporto all’altro. Altri ancora spingono l’interpretazione all’estremo fino ad ipotizzare uno stato “sacralizzato” e una chiesa “temporalizzata”, oppure l’egemonia dell’uno verso l’altro. La recensione delle proposte potrebbe continuare, mostrando la bizzarra e fantasiosa capacità interpretativa di certi autori.

            Al di là di ogni questione, il brano evangelico ci aiuta a unire politica e teologia in una visione complessiva e armonica: sono realtà distinte, ma non distanti (vangelo).

            Dio promette di risollevare Gerusalemme dal suo stato pietoso e di collocarla nuovamente al centro della vita del popolo. Esecutore materiale di tutto questo sarà Ciro, un re pagano (prima lettura).

            Invertendo una tendenza innata, quella di pubblicizzare più il male che il bene, l’apostolo ricorda due grandi beni che a Tessalonica si sono incontrati producendo copiosi frutti: il disinteressato annuncio del Vangelo ad opera di Paolo e la presa di coscienza, nonché la piena dedizione della comunità. Dall’intreccio di questi due temi nasce l’inizio della lettera, paragonabile ad un sussulto di gioia riconoscente che Paolo fa giungere a Dio in forma di preghiera (seconda lettura).

Vangelo: Politicamente corretto

La situazione tra Gesù e i suoi avversari, già tesa fin dall’inizio della vita pubblica, diventa incandescente man mano si avvicina la fine. A colmare la misura e a far tracimare il vaso contribuisce la parabola di domenica scorsa, con il passaggio del regno dagli invitati della prima ora che con il loro rifiuto hanno disdegnato la preferenza loro accordata, a quelli, raccogliticci, che non presagivano certo di trovarsi un giorno commensali alle nozze del figlio del re. Tale contesto aiuta a capire lo stato di tensione e l’aria pesante che si è creata. Fino a questo punto l’iniziativa è stata prevalentemente di Gesù.

            Ora, a partire dal nostro brano, cambia il “regista”. Sono gli avversari a prendere in mano le redini e a dirigere il gioco. Tentano di risalire la china, dopo essere stati precipitati nel baratro dell’abiezione dalle parole crude, ma veraci, di Gesù. Occorre salvare l’immagine e riprendersi la rivincita. Da qui tre tentativi che sono, nell’ordine, il nostro brano, la questione sulla risurrezione dai morti e l’identificazione del comandamento più importante. I tre casi presentano una coalizione che sarebbe più corretto definire una “associazione a delinquere”, formata da gente diversa, accomunata da un unico scopo: battere l’acerrimo e comune nemico, Gesù.

Per quanto concerne la struttura, il brano si muove con un’andatura classica e chiara. In forma schematica vi leggiamo: un’introduzione (v. 15), la parte centrale costituita dalla disputa dove dominano dapprima gli avversari (vv. 16-17), e poi Gesù che prospetta qualcosa di nuovo (vv. 18-21). Manca nel testo liturgico, purtroppo, la conclusione (v. 22). La costruzione è armonica perché parte da un movimento di avvicinamento degli avversari per un conciliabolo nel tentativo di intrappolare Gesù, e si conclude con un loro allontanamento, non dopo aver accolto con sorpresa la risposta. Gli avversari accusano il colpo e devono registrare lo smacco. La contrapposizione si nota anche nelle parole: gli avversari fanno riecheggiare parole “mielate” e subdolamente velenose, Gesù, invece, si esprime subito molto chiaramente, smascherando la malvagità degli interlocutori. Alla fine si impone la sua parola, accettata perché veritiera, coerente, completa.

La domanda insidiosa

In apertura del brano compaiono i farisei che battono in ritirata. La parabola degli invitati, appena conclusa, aveva azzerato la loro presuntuosa sicurezza. Essi potevano facilmente specchiarsi – e vergognarsi – negli invitati che avevano anteposto futili interessi all’invito a nozze del figlio del re.

Il ritiro dei farisei non segna una pausa delle ostilità contro Gesù. Essi si riuniscono per concertare un nuovo piano di attacco, sempre nella speranza che sia la volta buona per eliminare il pericoloso nemico. Le loro intenzioni malvagie sono conficcate nel verbo «coglierlo in fallo». Il lettore, ora in possesso di un’ideale bussola di comprensione, può facilmente intuire un’aria di tempesta, che non lascia presagire nulla di buono. I farisei preferiscono rimanere nelle quinte e inviano i loro discepoli insieme agli erodiani. Costoro sono gli amici o i partigiani di Erode Antipa, tetrarca della Galilea e della Perea. La loro presenza denuncia l’intento di arrestare Gesù. Infatti, senza il loro appoggio, non era possibile intraprendere un’azione legale contro Gesù. Sapere che gli erodiani erano politicamente favorevoli ai romani aiuta a capire il seguito, soprattutto la trappola.

Le parole iniziali degli avversari sono patinate di complimenti, forse con l’intento di guadagnarsi un’attenzione di primo piano. A Gesù viene dato il titolo di «maestro». Potrebbe sembrare un modo abituale per indirizzarsi a persone che godono stima e fama, ma l’uso che ne fa Matteo è rivelatore: lo troviamo spesso in bocca a persone che sono spiritualmente distanti o ostili al Maestro (9,11; 12,38). Meno usuale l’adulazione «sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità». È invece di conio biblico l’espressione «via di Dio» (Dt 8,6; At 9,2), che valorizza Gesù come colui che insegna la volontà di Dio, dimostrandosi così genuino maestro. Essi aggiungono un dato vero e incontestabile: «non guardi in faccia alla gente». Infatti l’autonomia di Gesù risulta ben documentata anche dalle controversie che precedono il nostro brano. Egli è un uomo interiormente libero, alieno da qualsiasi servile dipendenza, sganciato da qualsiasi condizionamento, capace di esprimere con assoluta chiarezza e senza remore il proprio giudizio su fatti e persone. Gli avversari sono quasi costretti dalle circostanze a riconoscergli tale prerogativa.

Le parole seducenti lasciano subito il posto a quelle insidiose. La trappola è pronta a scattare: «Dunque, di’ a noi il tuo parere: È lecito o no, pagare il tributo a Cesare?». Viene chiesto a Gesù di prendere una precisa e personale posizione su un argomento scottante, il pagamento delle tasse a Cesare. Questo è il nome comune dato a tutti gli imperatori di Roma. In quel momento regnava Tiberio. Il nocciolo della domanda non investe tanto la liceità del pagare le tasse, quanto il fatto che il denaro era dato all’occupante pagano. Il problema finanziario diventa questione politica e teologica. Per capire questo, occorre chiarire un poco la questione del tributo.

Pagamento delle tasse

Le tasse sono un onere per tutti i contribuenti, ieri come oggi. Lo diventano ancora di più quando sono un segno di sudditanza. Quest’ultimo fattore gioca un ruolo pesante nella storia di Israele. Fin dal ritorno dall’esilio i giudei avevano pagato le tasse ai dominatori di turno: Persiani, Tolomei, Seleucidi, Romani. Il sistema tributario era fluttuante e la pressione fiscale si inaspriva in occasione di guerre. Quando la Giudea divenne provincia imperiale, la popolazione aveva alle spalle una lunga storia di gravami fiscali. Secondo Giuseppe Flavio, al tempo di Archelao erano versati quattrocento o seicento talenti.

Due erano le principali imposte dirette, quella fondiaria (tributum soli), pagata in natura, e quella sul reddito (tributum capitis), pagata in denaro. Questa era dovuta da tutti coloro che avessero compiuto il tredicesimo anno di età, fino al sessantesimo. Certamente nessuna tassa è amata, ma, come si esprime M. Hengel, «la più odiata era, probabilmente, quella personale e sul reddito, gravante sul singolo individuo».

Quanto fosse invisa questa tassa, lo si percepisce dal nome stesso, che conserva la sua origine latina: la traduzione italiana «tributo» rende il greco kênson che traslittera il latino census. Tale nome entra nella lingua ebraica e aramaica con il significato peggiorativo di «multa». Ogniqualvolta veniva pronunciata la parola «censo», essa evocava in un ebreo un pesante onere, segno della sua sudditanza. Quindi, sia la lingua greca, sia quella ebraica non fanno che traslitterare il nome latino. Il senso di dipendenza si percepiva anche solo nel pronunciare la parola «censo». Che cosa stava dietro a questa parola, lo si evince dalla seguente citazione dello storico E. Schürer: «Se si anteponeva a tutto la fede nell’elezione di Israele, il soggiogamento del popolo di Dio ai pagani appariva come una mostruosità da rimuovere ad ogni costo. Israele non doveva riconoscere altra sovranità se non quella di Dio e del suo unto della casa di David. Il dominio dei pagani era contrario alla Scrittura. Da questo punto di vista, era discutibile non solo se si dovesse, ma anche se fosse legittimo obbedire alle autorità pagane, pagando loro il tributo richiesto (Mt. 22,17ss.; Mc. 12,14ss.; Lc. 20,22ss.)».

Si incrociano diversi motivi che rendono ostica questa tassa. Il giudeo, che riconosceva l’autorità di Cesare, metteva in dubbio la propria sottomissione a Dio. Inoltre la tassa somigliava a quella che ogni ebreo doveva pagare per il tempio (cfr. Mt 17,24). Perciò i mestatori politici, per creare confusione, cercavano di dare un significato religioso, equiparando il tributo a Cesare con quello per il tempio. Non fu mai intenzione dei Romani dare un significato religioso alle tasse, ma la domanda posta a Gesù sottende l’equivoco di scambiare un tributo puramente fiscale in tributo religioso.

C’era sufficiente materiale per formare una pericolosa miscela esplosiva. Bastava poco perché la situazione scoppiasse, con conseguenze non facilmente prevedibili. La questione non nasceva in questo momento. Da tempo gli ebrei si interrogavano sul problema, ma avevano maturato soluzioni diverse e contrastanti. Gli erodiani erano favorevoli al pagamento del tributo, in quanto molto legati a Roma. I farisei erano rassegnati al pagamento, in cambio della libertà religiosa di cui godevano. Il gruppo degli zeloti era decisamente contrario.

Il pensiero di Gesù

Ora è Gesù che deve manifestare la sua personale opinione: «Di’ a noi il tuo parere». La domanda era ben congegnata: «È lecito o no?». Sembra che Gesù debba scegliere tra l’accoglienza del tributo da pagare o il suo rifiuto. Nella prima ipotesi, si sarebbe rivelato filoromano, rinnegando o adombrando il pensiero giudaico che considerava il pagamento come una sudditanza. Nel caso avesse sostenuto l’illegittimità della tassa, si poneva in rotta di collisione con i Romani. Gli erodiani sarebbero stati pronti a denunciarlo come un sovvertitore dell’ordine pubblico, un ribelle alle leggi di Roma. Qui si comprende meglio l’importanza della loro presenza. Molto subdolamente i farisei li hanno arruolati e inseriti in una lega, eterogenea nei membri, ma omogenea nella finalità.

Gesù reagisce denunciando subito la cattiveria della domanda e mostrando di saper leggere le intenzioni. Bolla i suoi avversari con il pesante titolo di «ipocriti». Sposta quindi la domanda dal piano puramente teorico a quello pratico, chiedendo di avere una moneta. Il termine greco nómisma, usato solo qui in tutto il NT, significa propriamente «moneta legale». Gli viene presentato un «denaro» (equivalente ad uno stipendio giornaliero medio, cfr. Mt 20,2), una moneta d’argento dell’impero, con la quale nelle province si pagava il tributo all’imperatore. La richiesta di Gesù di vedere una moneta è immediatamente soddisfatta: ciò significa la facilità di reperire tale moneta in tasca ai suoi interlocutori e la loro disponibilità a farne uso. Quindi i giudei portano con sé il denaro romano e, com’è facile presumere, ne fanno uso regolare.

Ora, secondo la tecnica della controversia, Gesù pone una controdomanda circa l’identità dell’effigie e l’iscrizione, i due segni inequivocabili di appartenenza. I suoi avversari rispondono che immagine e iscrizione sono di Cesare. L’immagine era quella dell’imperatore Tiberio, ornata con una corona d’alloro tipica della dignità divina. Sua era anche l’iscrizione che lo proclamava «figlio del divino Augusto» e «sommo pontefice». Non si vergognano di far circolare una valuta pagana, segno della loro sottomissione all’occupante straniero. Nella prassi smentiscono quanto in teoria vogliono sostenere e che hanno implicitamente racchiuso nell’insidiosa domanda.

A questo punto Gesù dà la risposta completa, costruita in modo simmetrico: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Ciò che appartiene a Cesare è ben definito nel contesto immediato della discussione: è il denaro, simbolo del potere economico e amministrativo. I giudei facevano uso della moneta romana con notevoli vantaggi; dovevano anche assoggettarsi agli obblighi civili che non interferivano su quelli religiosi. Sul pagamento delle tasse non si pone nessuna questione di principio. Il resto è di Dio. Per Lui si deve avere una donazione totale, che antepone gli interessi del regno e fa posporre gli affetti familiari (cfr. Mt 10,34-37). Non viene detto espressamente che cosa appartenga a Dio.

La salomonica risposta di Gesù trova impreparati i suoi avversari che restano meravigliati. Non rimane loro che andarsene. Volevano tendere un laccio a Gesù e sono rimasti intrappolati dalla parola di verità, quella che inchioda all’evidenza di una logica che supera la miopia umana.

Il peso teologico dell’episodio gravita attorno alla risposta di Gesù. Una più approfondita analisi consentirà di cogliere meglio il senso delle sue parole.

Un approfondimento

Il brano liturgico tralascia il v. 22. Peccato, perché appartiene al brano e ne aiuta la comprensione. Quel «rimasero meravigliati» fa la differenza. Essendo dei nemici che parlano a Gesù per tendergli un trabocchetto e che si aspettano una sua parola da usare contro lui, la reazione più attesa sarebbe quella dello scandalo, di una sorpresa al negativo. Invece è una sorpresa al positivo che raggiunge i discepoli dei farisei e gli erodiani, due gruppi che politicamente e teologicamente avevano idee parecchio distanti tra di loro. Se tutti rimangono sorpresi della parola di Gesù e si ritirano in buon ordine, significa che non hanno nulla da eccepire. In qualche modo si rispecchiano in tale risposta.

Gli erodiani non possono accusare Gesù di essere un sovversivo o un antiromano, perché riconosce il diritto dell’imperatore. La domanda formulata verteva proprio sulla tassa: «È lecito o no, pagare il tributo a Cesare?». Gesù ne ammette la liceità. Sull’altro versante, i farisei sentono che il diritto di Roma è integrato e avvalorato dal diritto di Dio. Non sono bendisposti nei confronti dei Romani, tuttavia alimentano la speranza che un giorno la situazione cambierà, come citato nella preghiera, presa dai Salmi di Salomone: «Affretti Dio su Israele la sua misericordia; ci libererà dalla sozzura di nemici impuri. Il Signore è nostro re, in eterno e per sempre». Anch’essi si ritrovano nella risposta di Gesù.

All’ «o…o» della domanda sembrerebbe far da contrappunto l’ «e…e» della risposta. La cosa non convince. Non si esce dal problema in uno stato di parità. Come in tanti altri casi, Gesù non si limita a risolvere una questione, sia pure spinosa, ma apre prospettive inedite e impensabili. Non la questione teorica della liceità del potere politico, bensì la sua persona era l’oggetto, non dichiarato, della controversia. Non si può parlare qui di semplice disputa a carattere politico. C’è il “politicamente corretto”, profumato di sapienza evangelica. Con l’incarnazione, Cristo assume tutto, lo integra in una prospettiva unitaria che distingue senza dividere.

Nella linea di Gesù, dobbiamo riconoscere a Dio il suo primato di Creatore e Signore dell’universo, soprattutto il suo primato di amore, che ci rende capaci di amare e di apprezzare la città in cui viviamo, la nostra Italia, l’Europa e il mondo intero. Vogliamo essere cittadini del mondo, pronti ad impegnarci con cristiana passione là dove la sua Provvidenza ci ha collocati per la costruzione di un mondo migliore, sulla base di una civiltà dell’Amore.

Prima lettura: Un pagano al centro dell’agire divino

Teologia e politica si confrontano anche nella prima lettura, che ripropone l’idea che le due realtà sono distinte, ma non distanti. Una lettura teologica, capace di valorizzare la dimensione politica, diventa la chiave interpretativa del presente brano che, all’interno di un complesso che tratta della missione di Ciro, offre questa semplice scansione: Ciro è scelto e attrezzato da Dio (v. 1), per il bene di Israele (vv. 4-6).

            La presentazione di Ciro si rivela solenne ed elogiativa fin dall’inizio con il titolo «eletto», nel significato di «consacrato», «unto». La parola evoca e sintetizza tutte le attese future di Israele. Lo comprendiamo meglio se traslitteriamo il termine dall’ebraico, ottenendo l’italiano «messia», e dal greco ottenendo «cristo». Era il solenne titolo riservato per l’investitura di re e di profeti, e apparterrà in senso pieno a Gesù di Nazaret. Qui, sorprendentemente, è riservato a un re pagano, Ciro il persiano.

            Dio lo ha fatto suo strumento attrezzandolo per una missione di successo, “fotografata” con immagini suggestive: abbattimento delle nazioni, apertura di ogni porta, scioglimento della cintura ai fianchi dei re; nella cintura si teneva la spada e, una volta allentata la cintura, l’arma non era più utilizzabile, rendendo la persona indifesa e alla mercé del suo nemico.

            Dopo la magnifica presentazione di Ciro, i vv. 4-6 aiutano a capire che è Dio il vero regista della storia e le motivazioni che lo spingono ad intervenire. Dio continua ad amare il suo popolo, anche se in esilio, e se ne prende cura in modo originale e impensabile: servendosi di un pagano. Constatiamo l’assurdità che Israele è liberato da uno che non conosce Dio. Il profeta sta facendo una lettura teologica della storia: non gli interessa sapere se Ciro ha agito per motivi politici, per interessata diplomazia, o per altra “ragion di stato”. A lui preme interpretare tutto dalla prospettiva divina, e lo fa pubblicizzando i risvolti esaltanti. Il Dio di Israele è un Dio sopranazionale, senza limiti territoriali o di potere, perché Lui solo «è il Signore e non c’è alcun altro». La solenne professione dell’unicità di Dio e della sua potenza ridimensiona la figura di Ciro, in quel momento sovrano incontrastato del mondo antico, riducendolo ad un semplice, ma provvidenziale, strumento. Chi sta al centro è Dio, presentato ripetutamente con formule solenni. Il riconoscimento della sua unicità, espressione del suo amore, fonda una lettura positiva della storia con tutti i suoi avvenimenti. Anche quelli fortemente negativi, come l’esilio, possono essere raddrizzati dalla potenza divina, così fantasiosa da servirsi anche di un potente sovrano straniero per soccorre Israele.

Seconda lettura: Lettura teologica della storia

Paolo aiuta a leggere la storia come dispiegamento dell’amore divino che fa giungere l’annuncio evangelico anche ai pagani di Tessalonica.

            Leggiamo oggi l’inizio della Prima Lettera ai Tessalonicesi, il primo scritto di tutto il Nuovo Testamento, databile verso l’anno 51. Dopo l’indirizzo (v. 1), Paolo si esprime in termini di riconoscenza verso Dio per la fervente vita cristiana dei Tessalonicesi, animati da fede, speranza e carità (vv. 2-3). Da Dio parte una iniziativa di amore (v. 4) che, per mezzo degli annunciatori del Vangelo, giunge alla comunità (v. 5).

            Noi siamo soliti ridurre l’indirizzo all’essenziale e lo scriviamo sulla busta. Anche gli antichi si limitavano a tre scarni elementi: mittente, destinatari e saluto. Gli stessi, ripresi dalle lettere paoline e spruzzati con un tocco di originalità cristiana, sono caricati teologicamente e diventano praticamente nuovi. La lettera si apre con queste parole: «Paolo, Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace!» (1,1). Paolo è il responsabile della missione, ma non si presenta da solo, anche se poi da lui verranno indicazioni teologiche e direttive pratiche. Sprovvisto di titoli, il suo nome è unito a quello di Timoteo e di Silvano (o Sila negli Atti degli Apostoli) che diventano i suoi più stretti collaboratori a partire dal secondo viaggio missionario. Insieme formano il trio missionario.

            I destinatari sono presenti nel concetto teologico di «Chiesa dei Tessalonicesi». Dire solo «chiesa» (greco ecclesia) significa richiamare una istituzione civile presente in ogni città greca – quindi anche a Tessalonica – indicante l’assemblea popolare che riunisce i cittadini liberi, ma ancor più richiama la santa assemblea convocata da Dio (cfr. Dt 4,10), in ascolto della sua parola. L’aggiunta «che è in Dio Padre e Signore Gesù Cristo» la qualifica subito come comunità cristiana che ha in Gesù di Nazaret il suo fondatore e in Dio la sua sorgente. Con «Chiesa dei Tessalonicesi» si intende una cellula vivente della grande Chiesa che è la comunità completa di cui i tre missionari sono i portavoce. Per mezzo loro si crea un flusso di comunione fatto di «grazia e pace» che, partendo da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo, passa attraverso il macro organismo della grande Chiesa e giunge al micro organismo di ogni singola comunità. Di questa comunione i tre sono i portavoce e, più ancora, gli artefici visibili.

            Paolo non si serve del saluto greco (“sta bene”) né di quello ebraico (“pace”), inventando un’originale formula cristiana: «grazia e pace». Egli utilizza termini antichi con significato nuovo: la grazia è la benevolenza mostrata dal Padre nel realizzare in Cristo il suo progetto di salvezza, la pace è l’avvenuta riconciliazione dell’umanità con Dio tramite Gesù, morto e risorto: «È lui infatti la nostra pace» (Ef 2,14).

            La prima parte della lettera si apre con un solenne «Ringraziamo sempre Dio per tutti voi» (v. 2), inaugurando un’abitudine paolina. In genere il ringraziamento si insegna e non è spontaneo. Nel caso di Paolo però esso fuoriesce spontaneo, come celebrazione di una esuberanza interiore che trova in queste parole uno sfogo per esprimersi; è il cuore traboccante che parla. Così facendo, Paolo insegna un’arte spesso sconosciuta o negletta, l’arte di pregare ringraziando o, se si preferisce, l’arte di ringraziare pregando. Egli ringrazia perché constata l’opera di Dio, il suo intervento di amore che produce frutti copiosi.

            L’apostolo non considera concluso il suo servizio ecclesiale nel dono di tempo e di fatica, e fa della preghiera un prolungamento della sua attività. Così i rapporti non si allentano, grazie ad un ricordo che li tiene vivi. E c’è motivo di ringraziare e di pregare, quando si considerano i fatti. Paolo ricorda «l’efficienza della fede, la fatica dell’amore, la pazienza della speranza». Per la prima volta nel NT si elencano le tre virtù chiamate teologali, perché permettono l’inserimento della vita divina nell’uomo. Sono dono, come ricorda il riferimento a «Dio Padre» e al «Signore nostro Gesù Cristo», ma sono altresì impegno dell’uomo, come indicano i termini «efficienza, fatica, pazienza» che le accompagnano. I cristiani di Tessalonica sanno per personale esperienza che l’adesione al Vangelo implica scelte coraggiose, amore che impegna, resistenza nella speranza.

            Il ringraziamento continua ora nel tracciare il profilo teologico della comunità. L’amore con il quale Dio l’ha amata si è storicizzato nella elezione, che si esprime nella vocazione (cfr. 1Cor 1,26) alla vita cristiana. Questa ha preso consistenza dal momento in cui Paolo, arrivato un giorno a Tessalonica, ha fatto conoscere il progetto di Dio, la sua elezione appunto. L’elezione divina, un tempo riservata al solo popolo di Israele (cfr. Dt 7), amplia in Cristo i suoi orizzonti fino ad abbracciare tutti gli uomini. Concretamente sono ora i Tessaloncesi a ricevere la parola che salva – il Vangelo – proclamata da Paolo e accompagnata da segni prodigiosi che la accreditano e la sostanziano.

Fonte

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XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Mt 22, 1-14
Dal Vangelo secondo  Matteo

15Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». 21Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 22 – 28 Ottobre 2017
  • Tempo Ordinario XXIX
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo A
  • Salterio: sett. 1

Fonte: LaSacraBibbia.net

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