Commento al Vangelo per domenica 24 Maggio 2020 – p. Raniero Cantalamessa

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Perchè state a guardare il cielo?

Oggi la Chiesa celebra la festa dell’Ascensione di Gesù al cielo. Nella prima lettura, sentiamo un angelo che dice ai discepoli:

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.

Questa è l’occasione per chiarirci una buona volta le idee su che cosa intendiamo per “cielo”. Presso quasi tutti i popoli, il cielo si identifica con la dimora della divinità. Anche la Bibbia usa questo linguaggio spaziale. “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini”. A differenza di Dio che sta “nei cieli”, l’uomo sta sulla terra e dopo morte va sottoterra, nel regno dei morti. Con Gesù che risorge dai morti e sale al cielo, questa rigida separazione è rotta. Con lui il primo uomo è salito al cielo e con lui è stata data una speranza e data una garanzia a tutta l’umanità di salire al cielo.

Con l’avvento dell’era scientifica, tutti questi significati religiosi attribuiti alla parola cielo sono entrati in crisi. Il cielo è lo spazio entro cui si muove il nostro pianeta e l’intero sistema solare, e nulla più. Conosciamo la battuta attribuita a un astronauta sovietico, di ritorno dal suo viaggio nel cosmo: ”Ho girato a lungo nello spazio e non ho incontrato da nessuna parte Dio!”
È importante dunque che cerchiamo di chiarire cosa intendiamo noi cristiani quando diciamo “Padre nostro che sei nei cieli”, o quando diciamo di qualcuno che “è andato in cielo”. La Bibbia si adatta, in questi casi, al modo di parlare popolare (lo facciamo del resto anche oggi, nell’era scientifica, quando diciamo che il sole “sorge” o “tramonta”); ma essa sa bene e insegna che Dio è “in cielo, in terra e in ogni luogo”, che è lui che “ha creato i cieli” e, se li ha creati, non può essere in essi “racchiuso”. Che Dio sia “nei cieli” significa che “abita in una luce inaccessibile”; che dista da noi “quanto il cielo è alto sulla terra”. In altre parole, che è infinitamente diverso da noi.

Anche noi cristiani siamo d’accordo, quindi, nel dire che il cielo come luogo della dimora di Dio e dei beati non esiste. È un modo di dire. Il cielo, in senso religioso, è più uno stato che un luogo. Dio è fuori dello spazio e del tempo e così è il suo paradiso. Quando si parla di lui, non ha alcun senso dire sopra o sotto, su o giù. Ma con questo non abbiamo affermato che Dio non esiste, che il paradiso non esiste; abbiamo solo costatato che a noi mancano le categorie per potercelo rappresentare.

Prendiamo una persona totalmente cieca dalla nascita e chiediamogli di descriverci cosa sono i colori: il rosso, il verde, il blu…Non potrà dirne assolutamente niente, ne un altro sarà in grado di spiegarglielo, perché i colori si percepiscono solo con gli occhi. Così succede a noi nei confronti dell’aldilà e della vita eterna che è fuori del tempo e dello spazio.
Ma questo non avviene solo per le cose di Dio. Lo scienziato si trova, in certa misura, nella stessa posizione, solo che non ci riflette. Per lui il cosmo, per quanto sconfinato (miliardi di galassie, distanti l’una dall’altra miliardi di anni luce) è però finito. Ebbene, riesce forse egli ha immaginare cosa c’è al di là di esso, dove esso finisce? Risponderà: “Il nulla, il vuoto!” Sì, ma che cos’è il nulla? Se non riusciamo a immaginare Dio che è l’Essere, non riusciamo neppure a immaginare il nulla. Fate la prova se riuscite a rappresentarvi cosa è il nulla. ”Per arrivare al nulla, dice Pascal, ci vuole tanta capacità quanta per giungere a comprendere il tutto” (Pensieri 72 Br.). Voglio dire che anche se eliminiamo l’idea di Dio e dell’aldilà, non abbiamo ancora eliminato il mistero dalla nostra vita. Esiste un “aldilà” del mondo, in ogni caso, e dobbiamo rassegnarci a vivere con qualcosa che ci supera.

Quando sento oggi degli astronomi dichiarare che la scienza non permette loro di continuare a credere in Dio, non posso fare a meno di pensare a scienziati come Galileo, Keplero, Newton e anche, a modo suo, a Einstein. Non erano costoro buoni astronomi e scienziati? Che cosa conosciamo oggi di sostanzialmente diverso e di più di loro? Eppure essi avevano una fede in Dio commovente. Keplero termina la sua opera Le armonie cosmiche con una vibrante preghiera di lode al creatore.
Alla luce di quello che abbiamo detto, che cosa significa proclamare, come fa la Chiesa nella festa di oggi, che Gesù “è asceso al cielo”? La risposta la troviamo nel Credo:

“È salito al cielo, siede alla destra del Padre”.

Che Cristo sia salito al cielo significa che “siede alla destra del Padre”, cioè che, anche come uomo, egli è entrato nel mondo di Dio; che è stato costituito, come dice san Paolo nella seconda lettura, Signore e capo di tutte le cose.
Le parole dell’angelo: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” contengono dunque un ammonimento, se non un velato rimprovero: non bisogna stare a guardare in su, in cielo, come per scoprire dove Cristo andrà a stare, ma piuttosto vivere in attesa del suo ritorno, proseguire la sua missione, portare il suo Vangelo fino ai confini della terra, migliorare la stessa vita sulla terra.
Egli è andato al cielo, ma senza lasciare la terra. È solo uscito dal nostro campo visivo. Proprio nel brano evangelico lui stesso ci assicura:

“Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Quando si tratta di noi, che significa “andare in cielo”, o andare “in paradiso”? La risposta ce la dà la Scrittura: significa andare a stare “con Cristo” (Filippesi 1,23).

“Vado a prepararvi un posto…
perché siate anche voi dove sono io” (Giovanni 14, 2-3).

Il “cielo”, inteso come luogo del riposo, del premio eterno dei buoni, si forma nel momento in cui Cristo risorge e sale al cielo. Il nostro vero cielo è il Cristo risorto con cui andremo a ricongiungerci e a fare “corpo” dopo la nostra risurrezione e in modo provvisorio e imperfetto già subito dopo morte. Gesù dunque non è asceso a un cielo già esistente che lo aspettava, ma è andato a formare e inaugurare il cielo per noi.
Qualcuno si domanda: ma che faremo “in cielo” con Cristo per tutta l’eternità? Non ci annoieremo? Rispondo: ci si annoia forse a stare bene e in ottima salute? Chiedete a degli innamorati se si annoiano a stare insieme. Quando ci capita di vivere un momento di intensissima e pura gioia non nasce forse in noi il desiderio che ciò duri per sempre, che non finisca mai? Quaggiù questi stati non durano per sempre, perché non c’è un oggetto che possa appagare indefinitamente. Con Dio è diverso. La nostra mente troverà in lui la Verità e la Bellezza che non finirà mai di contemplare e il nostro cuore il Bene di cui non si stancherà mai di godere.

Voglio terminare con una bella storia. In un monastero medievale vivevano due monaci legati tra loro da profonda amicizia. Uno si chiamava Rufus e l’altro Rufinus. In tutte le ore libere non facevano che cercare di immaginare e descrivere come sarebbe stata la vita eterna nella Gerusalemme celeste. Rufus che era un capomastro se l’immaginava come una città con porte d’oro, tempestata di pietre preziose; Rufinus che era organista, come tutta risonante di celesti melodie. Alla fine fecero un patto: quello di loro che sarebbe morto per primo sarebbe tornato la notte successiva, per assicurare l’amico che le cose stavano proprio come le avevano immaginate. Sarebbe bastata una parola: se era come avevano pensato avrebbe detto semplicemente: taliter!, cioè proprio così; se (ma la cosa era impossibile) fosse stato diversamente avrebbe detto: aliter, diverso!

Una sera, mentre era all’organo il cuore di Rufino si fermò. L’amico vegliò trepidante tutta la notte, ma niente; attese in veglie e digiuni per settimane e mesi e finalmente, nell’anniversario della morte, ecco che in un alone di luce entra nella sua cella l’amico. Vedendo che tace, è lui a chiedergli, sicuro della risposta affermativa: taliter? “È così, vero?” Ma l’amico scuote il capo in segno negativo. Disperato, grida allora: aliter? “È diverso?” Di nuovo un segno negativo del capo. E finalmente dalle labbra chiuse dell’amico escono, come in un soffio, due parole: Totaliter aliter: è tutt’un’altra cosa! Rufus capisce in un lampo che il cielo è infinitamente di più di quello che avevano immaginato, che non si può descrivere, e di lì a poco muore anche lui, per il desiderio di raggiungerlo. Il fatto è una leggenda, ma il suo contenuto è quanto mai vero.
Un giorno, quando varcheremo le soglie della vita eterna, sono sicuro che verranno spontanee alle labbra anche a noi quelle due parole: Totaliter aliter! È tutt’un’altra cosa! Lo auguro di cuore a me e a tutti voi.