Commento al Vangelo di domenica 5 novembre 2017 – Comunità Monastica Ss. Trinità

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La liturgia della Parola accosta in questa domenica alcuni testi che a prima vista possono apparire alquanto stridenti tra loro. Il profeta Malachia, denunciando il peccato dei sacerdoti, si domanda: «Non abbiamo forse tutti noi un solo padre?» (Ml 2,10). Gesù lo riafferma con forza nella dura invettiva contro scribi e farisei con cui si apre il capitolo 23 dell’evangelo secondo Matteo: «Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbì’, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare ‘guide’, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo» (vv. 8-10). Anche se le parole iniziali  di  questo  discorso  sembrano  indirizzarsi  soprattutto  alle  guide  di  Israele,  incapaci  di adempiere con fedeltà al loro servizio, queste ultime battute finali diventano un monito rivolto ai discepoli e all’intera comunità cristiana.

D’altro  canto  l’apostolo  Paolo,  nel  suo  scritto  più  antico  rivolto  alla  comunità  di Tessalonica, non esita a paragonare il suo ministero a quello di una madre amorevole che ha cura dei propri figli, in un contesto in cui utilizza per sé anche la metafora del ‘padre’. La liturgia omette quei versetti, ma val la pena richiamarli alla memoria: «Sapete pure che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria». Si tratta dei vv. 11 e 12 del capitolo secondo, che il lezionario liturgico salta, passando dal v. 9 al v. 13. Viene il sospetto che la scelta di tagliare via questa manciata di parole sia stata dettata proprio dal timore del contrasto tra quanto scrive Paolo, paragonando se stesso a una madre e a un padre, e l’invito di Gesù a non chiamare nessuno ‘padre’ sulla terra. Paolo disobbedirebbe dunque, o addirittura smentirebbe la parola di Gesù? Lo stesso imbarazzo si avverte nella comunità cristiana antica e nella tradizione patristica. Girolamo afferma che «l’unico Padre e Maestro non pregiudica che altri, quasi per abuso, vengano chiamati anch’essi padri e maestri».

Credo che per noi sia utile non evitare la difficoltà; affrontarla consente infatti di capire meglio le parole di Gesù, che come sempre non vanno né interpretate né osservate alla lettera, secondo una tentazione fondamentalista, ma afferrate nella loro verità più profonda. Ciò che sta a cuore a Gesù è la verità dei rapporti che si devono intessere tra i discepoli all’interno della comunità cristiana, contrassegnati da autentica fraternità, come pure il modo con cui i responsabili della comunità devono esercitare il loro servizio e la loro autorità. Perché ci sia vera fraternità occorre, come ricorda lo stesso profeta Malachia, la consapevolezza di essere stati generati dallo stesso padre, di essere stati creati da un unico Dio (cfr. v. 10). È pertanto necessario – l’abuso necessario al quale allude Girolamo – che nella comunità cristiana, affinché i rapporti siano autenticamente fraterni, ci sia il segno concreto della paternità di Dio. Il problema vero è che coloro che sono chiamati  a  essere  questo  segno  –  nell’esercizio  della  loro  autorità  –  non  offuschino  e  non contraddicano la paternità di Dio – come fanno scribi e farisei con il loro atteggiamento – ma la rendano percepibile e riconoscibile – come fa Paolo.

Il modo con cui l’apostolo esercita la sua autorità sulla comunità è infatti completamente diverso da quello delle false guide conto le quali polemizza Gesù. Per designare la madre, Paolo ricorre al vocabolo greco trophòs, che propriamente indica la ‘nutrice’, colei che vive il suo ruolo materno non solo generando alla vita, ma anche nutrendo e vegliando sui propri figli. Questo nutrimento non viene dato solo attraverso l’insegnamento e la comunicazione della parola, ma attraverso il dono della stessa vita: «avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (v. 8). Inoltre, l’espressione «aver cura dei propri figli» andrebbe resa più fedelmente con l’immagine della chioccia che ‘scalda’, cova la sua nidiata. Com’è diverso l’atteggiamento di Paolo rispetto a scribi e farisei! Costoro «dicono e non fanno» e impongono fardelli difficili e pesanti da portare, che essi non vogliono portare neppure con un dito (cfr. Mt 23,3-4). Paolo, al contrario, testimonia l’evangelo di Gesù vivendo per primo ciò che annuncia, nella disponibilità a offrire la propria vita. L’evangelo ha plasmato l’intera sua esistenza, rendendola conforme, sempre più somigliante, all’immagine di Gesù Cristo. Anziché imporre pesi sulle spalle degli altri, ha scelto di sottoporre se stesso a un duro lavoro e a una incessante fatica: «lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio» (v. 9). Non ha desiderato lo sguardo ammirato degli altri, non ha ambito ai primi posti – come fanno scribi e farisei – al contrario, ha cercato di divenire un modello imitabile per i cristiani di Tessalonica, assumendo su di sé, nella propria vita, il giogo del vangelo che proclamava. Non ha imposto ad altri pesi se non dopo averli portati per primo, e più di tutti gli altri, facendosi ultimo e servo di tutti. Può infatti scrivere in questa stessa lettera, al capitolo primo, pochi versetti prima del nostro brano:  «voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore» (1,6). Paolo diviene imitabile proprio perché lui stesso si è lasciamo plasmare dal vangelo sul modello del Signore Gesù.

L’esempio di Paolo ci aiuta a comprendere meglio la parola di Gesù. Non chiamare nessuno ‘rabbì’, perché uno solo è il Maestro; non chiamare nessuno ‘padre’ perché uno solo è il Padre; non farsi chiamare ‘guide’ perché una sola è la Guida, il Cristo: tutto ciò significa che la vita del discepolo non ha fondamento in se stessa, né può proporsi agli altri in modo autoreferenziale e assoluto. Il discepolo, soprattutto quando è chiamato a vivere un servizio nella comunità, deve rimanere radicalmente relativo a Gesù, fondarsi su di lui e sul suo esempio, essere segno nella comunità che uno solo è il maestro, uno solo è il Padre, una sola è la guida. «Divenite miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1). Più che essere qualcuno da ammirare, il discepolo deve diventare un segno che consenta di imitare Cristo, il solo Maestro e Guida; il solo a rivelarci nella verità il volto dell’unico Padre e a consentirci, condividendo i suoi stessi sentimenti filiali, di vivere tra noi come fratelli.

Fonte: Monastero Dumenza

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XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Mt 23, 1-12
Dal Vangelo secondo  Matteo

1Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli 2dicendo: «Sulla cattedra di Mosé si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. 4Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, 7dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. 8Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. 9E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. 10E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 11Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; 12chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 05 – 11 Novembre 2017
  • Tempo Ordinario XXXI
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo A
  • Salterio: sett. 3

Fonte: LaSacraBibbia.net

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