Commento al Vangelo di domenica 25 Febbraio 2018 – ElleDiCi

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FIGLIO DI DIO SACRIFICATO E GLORIFICATO

Mentre siamo in cammino verso la Pasqua, celebrazione della morte e risurrezione di Gesù, la liturgia di questa domenica anticipa in qualche modo l’annunzio di questo mistero. In ciascuna delle tre letture, Gesù è presente: nella figura di Isacco, l’«unico figlio» di Abramo, nelle pressanti interrogazioni di Paolo su «Cristo Gesù… morto e risuscitato», nel racconto della trasfigurazione. E in tutti e tre questi passi il riferimento alla morte e alla risurrezione è evidente.

«Il Figlio mio prediletto»

Per capire la Pasqua, a cui la Quaresima ci va preparando, dobbiamo conoscere il protagonista degli eventi che questa festa ci richiama, Gesù morto e risorto. Perché proprio su lui, «segno di contraddizione» fin dall’inizio (Lc 2,34), capita di sentire, anche fra i cristiani, i giudizi più disparati, un po’ come quando egli stesso volle sapere dai discepoli che cosa la gente e loro stessi pensassero di lui (Mc 8,27-29).

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La storia ha conosciuto delle eresie che negavano a Gesù Cristo la realtà della natura umana, ridotta a una pura apparenza o assorbita nella divinità; e non è detto che in certe forme di devozione il Cristo vero uomo, in tutta la pienezza dell’umanità, «provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15), non sia lasciato troppo in disparte. Ma molto più diffusa, oggi, è la tendenza a vedere in Cristo soltanto l’uomo e nel suo Vangelo un messaggio che si riduce tutto alla liberazione terrena e temporale. Seguiamo Gesù, come Pietro, Giacomo e Giovanni, «in un luogo appartato». Forse la salita è faticosa per noi, continuamente presi dalle cose che vediamo, ma vale la pena di fare lo sforzo che forse ci richiede il silenzio, il raccoglimento, l’atto di fede. Sul monte Gesù si trasfigura, cambia aspetto e ciò che avviene riempie i discepoli di gioia e di spavento insieme. Viene spontanea la domanda: ma questo Gesù è un uomo come gli altri, niente di più? La risposta è data dalla voce che esce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo! ». Alla domanda a cui accennavo prima: «Voi chi dite che io sia?», Pietro aveva risposto risolutamente: «Tu sei il Cristo», cioè il Messia, annunziato dai profeti. Qui il Padre proclama Gesù suo Figlio, e Paolo: «Non ha risparmiato il proprio Figlio».

Il comportamento e le esplicite affermazioni di Gesù, specialmente quelle riferite nel Vangelo di s. Giovanni, e l’insegnamento degli apostoli, hanno condotto la Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, a confessare apertamente, fin dai primi tempi, la divinità di Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto carne, vero Dio e vero uomo, e a difenderla da quanti nei secoli rifiutarono di accettare questo fondamento della nostra fede: «Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero». Certo, questa fede è difficile, oggi più di ieri. Non è solo a proposito della promessa di darci il suo corpo come cibo e il suo sangue come bevanda che molti oggi dicono a Gesù e alla Chiesa che lo annunzia: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?», e si tirano indietro (Gv 6,60.66). Era un linguaggio duro quello con cui Dio parlava ad Abramo, perché la parola di Dio supera ogni comprensione umana. Ma Abramo credette: e la fecondità del suo atto di fede fu garantita dalla benedizione di Dio che giunge, nella mirabile storia della salvezza, fino a noi.

«Non ha risparmiato il proprio Figlio»

Guardare a Gesù come Figlio di Dio, vero Dio, non vorrà dire sentirlo distante da noi, dalla nostra vita di uomini che camminano sulla terra affrontando la realtà della vita di tutti i giorni, con le sue cose belle e brutte, con le asprezze e le difficoltà del cammino? Non vorrà dire, per il cristiano, esporsi al rischio dell’alienazione, estraniarsi dalle difficoltà e dalle lotte in cui si dibattono i nostri compagni di strada?

La risposta è nella parola di Paolo. Dio «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi». Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, è con noi, è per noi. «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo». Con noi e per noi, non al modo di certi agitatori sociali che si presentano come i difensori degli oppressi e li sfruttano facendone sgabello per affermare il loro potere, ma come uno che «da ricco che era, s’è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9); che «pur essendo di natura divina… spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini… facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,6-8).

Tutto questo, ripeto, Gesù l’ha fatto per noi. Come rispondiamo noi, come rispondono gli uomini d’oggi, anche quelli che si dicono cristiani? Noi viviamo in una crisi che «appare soprattutto come una crisi di civiltà e di solidarietà… Una crisi che si rivela quando si ac-centua la ricerca del solo successo economico, quale deriva dai grandi profitti dell’industria e, di conseguenza, si abbandona quasi del tutto il settore dell’agricoltura e si trascurano, nel contempo, i valori umani e spirituali più alti. Ed anche una crisi di solidarietà, che mantiene e talvolta accelera gli squilibri esistenti tra gli individui, tra i gruppi sociali e tra i popoli, e che disgraziatamente è il risultato (la cosa appare di giorno in giorno più evidente) della scarsa volontà di contribuire ad una distribuzione migliore delle risorse disponibili, specialmente tra i Paesi meno favoriti e tra i settori umani che, fondamentalmente, vivono di una agricoltura ancora primitiva».

Chi parla così non è un economista o un politico: è Paolo VI, il quale continua appellandosi alla parola di Cristo: «Occorre, in definitiva, soddisfare il diritto di ciascuno a “mangiare in base alla sua fame”, secondo le richieste specifiche della sua condizione di età e di attività. Questo diritto si fonda sulla destinazione primaria di tutti i beni della terra all’uso universale e alla sussistenza di tutti gli uomini, prima ancora di qualsiasi appropriazione particolare. Cristo proprio sul rispetto di tale diritto ha basato il giudizio di ogni vita umana (cf Mt 25,31 s)».
Sentendo l’ordine di Dio ad Abramo: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto», forse siamo rimasti sconcertati. È vero che, come dice esplicitamente la Bibbia, Dio voleva mettere alla prova la fede di Abramo, ben lontano dall’esigere da lui l’uccisione del figlio. Era una prefigurazione di ciò che Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, avrebbe fatto realmente un giorno.

Dalla considerazione dell’amore del Padre che ha dato per noi il suo Figlio, Paolo trae una conseguenza, che indica con un incalzare martellante di interrogazioni: dobbiamo confidare in Dio, attendere tutto da lui, abbandonarci a lui senza timore. Commenta s. Giovanni Crisostomo: «Se Cristo è morto e intercede per noi, se il Padre non ha risparmiato il proprio Figlio per te, se ti ha scelto e giustificato, cosa temi ancora, mentre ti fa dono d’un amore così grande, d’una provvidenza così premurosa?». Ecco come Isaia esorta Israele a confidare nel Signore: «Come gli uccelli proteggono i loro pulcini, così il Signore degli eserciti proteggerà Gerusalemme» (31,5). È quello che Gesù non si stanca di dire: «Non temere, piccolo gregge» (Lc 12,32); «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,31); «Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).

Non che dobbiamo chiudere gli occhi su una realtà troppo spesso dura e paurosa: ma la certezza che «Dio è per noi», che come ci ha dato Gesù «ci donerà ogni cosa», deve sostenerci e darci coraggio, sempre! Dobbiamo credere, come Abramo, che «ebbe fede sperando contro ogni speranza» (Rm 4,18); come il salmista: «Ho creduto anche quando dicevo: “Sono troppo infelice”». «Lo ha dato per tutti noi», quando lo ha abbandonato (cf Mt 27,4) in mano dei suoi nemici, quando «è morto».

Secondo s. Luca, sul monte della trasfigurazione Mosè ed Elia «parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento in Gerusalemme» (9,31). Alla morte di Gesù allude pure Marco riferendo l’ordine dato dal Maestro mentre scendevano dal monte, di «non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti». Ma poco prima l’evangelista ha detto: «Cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare» (8,31).

Egli ci vuole compagni nell’accettazione della sofferenza: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (8,34). Legge dura, ma chiara e perentoria. Non è col permettere e permettersi tutto, in fatto di denaro, di comodità, di piacere sessuale, di oppressione e sfruttamento dei deboli, di educazione dei figli, di ricerca della popolarità, che l’uomo si realizza come uomo, che il cristiano risponde alla sua vocazione. Del resto, la natura (problema ecologico) e la realtà sociale (crisi economica) non sono un ammonimento a ricordarci del Vangelo che ci parla di rinuncia e di croce? «Lo ha dato per tutti noi». Colleghiamo questa parola con quella detta da Gesù dopo aver lavato i piedi ai dodici: «Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,15).

Dunque, anch’io debbo «darmi» per gli altri. Dare il mio denaro, il mio tempo, le mie forze, la mia salute, il mio cuore. Darmi nell’adempimento totale del dovere quotidiano che è sempre in qualche modo un servizio agli altri: nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nel quartiere, nella Chiesa, dappertutto. Darmi aiutando chi ha bisogno col soccorso immediato, darmi adoperandomi, secondo le mie possibilità, per contribuire a rendere più giusta una società che troppo spesso si regge su strutture che mantengono e aggravano le sperequazioni e le sofferenze dei deboli. La Quaresima di fraternità è occasione quanto mai propizia per stimolare ciascuno di noi e le nostre comunità a dare e a darci per i fratelli del Terzo Mondo.

«È risuscitato»

Quando Isacco vide il padre ritrarre il coltello che aveva steso per immolarlo e sostituire la vittima con un ariete, dovette sentirsi come risuscitato. Per Gesù non fu un’impressione felice, ma una realtà: «Egli è morto, anzi, è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi». Ciò che aveva predetto ai tre discepoli scendendo dal monte si avverò, ed essi lo videro risorto e conversarono e mangiarono con lui. Essere i testimoni del Risorto era la loro missione (cf At 1,8.22).

Ed è la nostra missione. Oggi, come quando predicavano gli apostoli, all’annunzio della risurrezione di Gesù e della nostra (poiché siamo chiamati a risorgere con lui) moltissimi rispondono con l’incredulità e con lo scherno. Il materialismo pratico e teorico sembra diventato la norma del pensare e dell’operare per l’uomo del nostro tempo. E necessario scegliere. Secondo il rapporto del procuratore Festo al re Agrippa sul caso di Paolo, di cui i sommi sacerdoti e gli anziani dei Giudei reclamavano la condanna, si trattava solo di alcune questioni «riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita» (At 25,19).

Ebbene, per noi, questa è «la questione». Gesù è risorto, è vivo: «Sta alla destra di Dio e intercede per noi»; è vivo nella sua parola, nella sua Chiesa, nella comunità che prega e celebra l’eucaristia, nel fratello che soffre. A noi la gioia di scoprirlo, come maestro amico fratello, d’intrattenerci con lui, nella preghiera, di portargli aiuto e conforto aiutando e confortando quanti incontriamo sul nostro cammino.

Fonte

Tratto da “Omelie per un anno 1 e 2 – Anno A” – a cura di M. Gobbin – LDC

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LEGGI IL BRANO DEL VANGELO
della II Domenica del Tempo di Quaresima – Anno B

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Mc 9, 2-10
Dal Vangelo secondo Marco

2Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. 4E apparve loro Elia con Mosé e conversavano con Gesù. 5Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosé e una per Elia». 6Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. 7Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». 8E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
9Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti.10Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 25 Febbraio – 03 Marzo 2018
  • Tempo di Quaresima II
  • Colore Viola
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 2

Fonte: LaSacraBibbia.net

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