Commento al Vangelo di domenica 12 novembre 2017 – Comunità Monastica Ss. Trinità

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Matteo integra il discorso escatologico di Gesù con tre parabole, alle quali aggiunge la scena del giudizio finale. La liturgia ci fa ascoltare oggi la parabola centrale – quella delle dieci vergini -mentre domenica prossima ascolteremo la cosiddetta parabola dei talenti. Omette invece la prima delle tre, con il servo che attende il ritorno del suo padrone, anche se questi tarda. Può essere utile, prima di soffermarci su quella delle vergini sagge, richiamare il disegno globale che l’evangelista tratteggia raccontando queste tre parabole. Esse rispondono a un medesimo interrogativo, sotteso al discorso escatologico: che cosa significa vegliare?

Come vivere nell’attesa della venuta del Signore? La prima parabola descrive il servo che attende senza sapere in quale giorno il suo padrone ritornerà. Conosce però bene il tempo ‘dovuto’, il kairòs, in cui prendersi cura del bisogno degli altri servi. Egli sa attendere il ritorno del suo padrone perché sa vegliare sul bisogno dei suoi fratelli. Viene perciò definito con due aggettivi: è ‘fidato’ e ‘prudente’. Le altre due parabole riprendono ciascuno di questi due atteggiamenti per chiarirli ulteriormente. La parabola delle vergini spiega cosa significhi essere prudenti, saggi. Le cinque vergini sono infatti definite con lo stesso aggettivo usato per il servo ‘prudente’ (in greco phrònimos).

La terza parabola, quella dei talenti, illustra cosa significhi essere fidati, fedeli. I servi buoni vengono infatti chiamati ‘fedeli’, con lo stesso termine greco pistòs con cui viene qualificato il servo della prima parabola. Queste, dunque, sono per Matteo le caratteristiche essenziali della vigilanza, le qualità principali che occorre esercitare nell’attesa del ritorno del Signore, anche nello spazio così faticoso del suo ritardo. Occorre essere prudenti o saggi come lo sono le cinque vergini; fidati e fedeli come i servi che fanno fruttificare i talenti loro affidati. In che cosa consiste più precisamente la saggezza di queste cinque vergini, che le differenzia dalle altre cinque, definite stolte? Non sta nella loro capacità di vegliare, di rimanere sveglie nell’attesa dello sposo. Anche loro cedono alla fatica e alla stanchezza per il ritardo, e quando lo sposo finalmente giunge le trova addormentate come le altre. La loro saggezza consiste piuttosto nel riconoscere la propria debolezza e nel metterla in conto, cercando dei rimedi o delle contromisure: si procurano prima l’olio che potrebbe venire meno durante il sonno, nel caso si addormentassero.

Questa è la prudenza alla quale Gesù ci invita. È l’atteggiamento di chi non ignora il proprio limite, non finge di non vederlo e neppure pretende che non ci sia. Lo accetta, ma senza subirlo, perché sa trovare i necessari rimedi, precorrendo la tentazione possibile con la propria previdenza. Atteggiamento che le stolte non sanno vivere. Ad accomunarle c’è lo stesso limite e la medesima debolezza, incapaci tutte come sono di vegliare fino all’arrivo dello sposo. Ma le stolte rimangono vittime della propria inadeguatezza, senza escogitare un qualche rimedio. E forse cadono in questa insipienza proprio per non aver voluto vedere la propria debolezza o non aver saputo metterla in conto, nella presunzione di chi pretende troppo da se stesso.

O anche con la superficialità di chi pensa che a tutto si può trovare rimedio, anche all’ultimo istante, trascurando di farsi trovare pronto per ogni evenienza. «L’incontro con il Signore va preparato prima. Non è cosa che si possa rimediare all’ultimo momento. La furbizia di chi pensa di cavarsela non serve» (B. Maggioni). Quest’ultima osservazione ci induce a considerare un altro possibile tratto della loro stoltezza, che la parabola in sé non evidenzia, ma che possiamo scorgere nelle pieghe del suo racconto. Le cinque vergini stolte cercano all’ultimo istante di trovare, da sole, una qualche soluzione alla loro difficoltà. Chiedono dell’olio a chi non può loro darlo, perché ne ha appena per sé, o tentano di andare a comperarlo da qualche altra parte. Forse, se avessero avuto l’umiltà e la confidenza di presentarsi allo sposo con le loro lampade spente, riconoscendo e confessando la propria insipienza, lo sposo le avrebbe comunque accolte.

È un segno ulteriore che rivela la loro incapacità di accettare la propria debolezza. La loro pretesa di avere comunque le lampade accese, anziché confidare nel perdono e nella misericordia dello sposo, le fa giungere troppo tardi, quando ormai la porta è chiusa. La loro vicenda diviene così un monito anche per noi, che siamo a nostra volta tentati di considerare più importanti le lampade dei nostri impegni che non lo sposo, per il quale quelle lampade devono rimanere accese. Invertiamo così il giusto ordine e la gerarchia dei valori: ciò che è solo strumento diviene fine. È lo sposo a dover essere messo al centro della nostra vita, vigilando sulla tentazione che ciò che percepiamo di dover fare o vivere per lui non diventi più importante della sua persona, della sua presenza, della sua venuta. È quanto ricorda Paolo ai Tessalonicesi, nel brano della sua prima lettera che oggi la liturgia ci fa ascoltare, e che ci appare così lontano dalla nostra sensibilità o dalle nostre preoccupazioni.

Che senso ha essere in ansia per quanti sono morti, al punto da divenire «tristi come gli altri che non hanno speranza» (v. 13)? L’affermazione di fede di Paolo è netta e senza esitazioni: il Signore alla sua venuta radunerà con lui non solo i vivi, ma anche coloro che sono morti. Nelle sue parole possiamo cogliere molto di più che non una semplice affermazione di fede. Emerge un’attesa viva, nutrita da un intenso desiderio. Paolo infatti precisa che «noi che saremo ancora in vita alla venuta del Signore non avremo alcun vantaggio» (v. 15), alcuna precedenza su coloro che dormono, perché prima risorgeranno i morti, e poi, insieme a loro, anche i viventi saranno rapiti verso l’alto per andare incontro al Signore. Cosa c’è dietro questo modo di descrivere la venuta del Signore? Da esso traspare soprattutto il desiderio dell’incontro, l’ansia di non mancare l’appuntamento. Come se Paolo, e insieme a lui i Tessalonicesi, temessero che coloro che sono già morti possano perdere la bellezza e l’intensità dell’incontro con il Signore, quando egli verrà.

La gioia di incontrarlo, questo è al centro della riflessione di Paolo, il quale allora assicura: la morte non toglierà ai morti questa gioia, perché prima saranno risvegliati dal sonno, e quindi anche loro, insieme a quanti saranno ancora in vita, potranno gustare, in tutta consapevolezza, da svegli, la bellezza dell’incontro. Al cuore della fede di Paolo non c’è solamente la speranza nella risurrezione e in una vita oltre la morte, ma più radicalmente il desiderio di una comunione vitale con il Signore Gesù. Il senso della vita riposa in questa relazione, che diventa l’anelito più autentico dell’esistenza. Non è questo l’olio che deve alimentare le nostre lampade?

Fonte: Monastero Dumenza

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XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Mt 25, 1-13
Dal Vangelo secondo  Matteo

1Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. 2Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; 4le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. 5Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 6A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. 7Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. 9Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. 10Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. 12Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. 13Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 12 Novembre  – 18 Novembre 2017
  • Tempo Ordinario XXXII
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo A
  • Salterio: sett. 4

Fonte: LaSacraBibbia.net

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