Commento al Vangelo di oggi, lunedì 16 novembre 2015

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Mendicanti

Commento al Vangelo di lunedì 16 novembre 2015 a cura di don Antonello Iapicca.

“Gerico era saldamente sbarrata dinanzi agli Israeliti; nessuno usciva e nessuno entrava” (Gs. 5,13). Qui giaceva la vita del cieco, inchiodata come la nostra dinanzi alle barriere che si ergono nelle relazioni e ci spingono a “mendicare” un po’ di affetto, stima e considerazione; quelle mura, infatti, ci impediscono di vedere nel fratello la Terra che ci è stata promessa, il “tu” a cui donarci ed essere felici. Hai mai pensato a tua moglie o a tuo marito, ai tuoi figli o ai tuoi genitori, alla tua fidanzata o fidanzato, ai tuoi amici e colleghi come a Gerico? Cambierebbero radicalmente i rapporti. Gerico, infatti, con le sue mura è immagine delle differenze di carattere, del modo di pensare e di fare, dei difetti e anche e soprattutto dei peccati che impediscono la vera comunione, il passare l’uno all’altro in un amore gratuito. Ma Gerico non è un caso o un ghigno crudele del destino, un’ingiustizia o sfortuna. Come aveva fatto con Israele, il Signore ha condotto anche noi dinanzi a questa città fortificata: “Al popolo Giosuè aveva ordinato: «Non urlate, non fate neppur sentire la voce e non una parola esca dalla vostra bocca finché vi dirò: Lanciate il grido di guerra, allora griderete». Come il popolo, così anche il cieco era rimasto silenzioso, sino al passaggio di Gesù. Egli è l’immagine dell’uomo ferito dal peccato di orgoglio, incapace di tutto eppure spinto a superare il limite imposto da quegli occhi chiusi sul mondo. La sua mano è tesa come la nostra: proprio “mendicando” e cedendo a compromessi grossolani, essa esprime balbettando il desiderio della pienezza di vita per la quale siamo nati, quella che il suo cuore “vedeva” prima del peccato, e che poi aveva smarrito. Non a caso, infatti, prima di conquistarla, i sacerdoti e il popolo girano per sei giorni intorno a Gerico portando con sé l’Arca dell’Alleanza, il segno della presenza di Dio. Sei giorni, come la ferialità della nostra vita passata a “mendicare”, senza però che il Signore abbia smesso un istante di alimentare e sostenere in noi il desiderio del settimo giorno. Per questo il fallimento e la meschinità dove è precipitata la nostra esistenza sono già un’opera divina: ci umiliano, preparandoci a ricevere la stessa Grazia donata al cieco, quella di trovarsi in quel luogo, in quel momento, dentro a quell’appuntamento che lui non aveva fissato.

[ads2]E giunge oggi il settimo giorno, “passa Gesù il Nazareno”, ce lo annunciano quelli che “camminano avanti”, il Popolo in procinto di entrare in Gerico. E’ arrivata la Pasqua della Vita e del perdono, dove prorompere in grida altissime capaci di far cadere le mura della città. Ma spesso, nella Chiesa come dentro di noi, i sensi di colpa, il moralismo e il legalismo vorrebbero intimarci il silenzio. Invece il cieco continua, prende forza dalla sua debolezza e dalla fede accolta attraverso l’ascolto della predicazione, e grida “ancora più forte”. Ha scoperto che tutto è Grazia, perfino quel suo stare là come l’ultimo della città… E’ bastato il passaggio di Gesù ad accendere la fede e a decodificarla in un grido, a professarla con semplici parole: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Abbi pietà “tu” di me: anche la nostra mano può trovare oggi la “pietà” vera, non importa se cercata come può poveramente un cieco, spesso nei peccati… E quel grido ferma Gesù. Occorre che Egli “si accorga” di lui e si fermi, che la scintilla della fede lo raggiunga e sciolga la sua “commozione”. Perché l’appuntamento cui siamo destinati si traduca in un avvenimento reale, è necessario dare del “tu” a Gesù, consegnandogli l’”autorità” per compiere la volontà del Padre in noi. Cristo stesso, infatti, “mendica” da noi l’amen che gli permetta di offrire la pietà mendicata. “Che vuoi che io faccia per te?”: questa domanda è oggi rivolta a ciascuno di noi. Possiamo riacquistare la vista per contemplare il volto di Cristo, e scoprire che, da sempre, era impresso in noi e nella nostra storia. Da questo incontro nasce un discepolo ebbro di “gioia” e di “lode”, che non smette però di “mendicare”: segue Cristo perché sa a Chi chiedere, in un cammino di fede e di illuminazione che durerà per tutta la vita, per imparare ad entrare ogni giorno nella Terra della libertà e donarsi ad ogni “tu” nel quale vedrà il Signore.

A cura di don Antonello Iapicca | link al video

Dal Vangelo secondo Luca 18,35-43
Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!». Allora incominciò a gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: «Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.
Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.

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