Nel capitolo 24 e 25 del primo vangelo leggiamo un ampio discorso di Gesù a carattere escatologico e apocalittico, relativo cioè alle cose ultime (ta éschata), e volto a rivelare (da apocalypsis, rivelazione) alcuni aspetti della cosiddetta «fine del mondo». Gesù è motivato da una domanda fatta dai discepoli: «Quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo1. La parousìa – la venuta del Figlio dell’uomo

– era un evento che affascinava la primitiva comunità cristiana e molti erano gli equivoci che circolavano intorno alla data e ai segni di tale evento. In questo contesto, l’evangelista Matteo sente la necessità di ribadire che la venuta del Figlio dell’uomo è imprevedibile, inimmaginabile e sorprendente; che non si tratta di un evento catastrofico ma estremamente salvifico; un evento che è finalizzato prima alla conversione e poi al giudizio e perciò richiede ai credenti fedeltà e attesa vigilante. Questa parola evangelica apre «a ciò che l’uomo non può prevedere o tenere sotto controllo»2.

Il nostro brano contiene una delle multiformi presentazioni della venuta del Figlio dell’uomo attraverso l’immagine dello sposo3. Qui si continua a ribadire le qualità dell’uomo religioso che è chiamato a gestire il tempo dell’attesa con la perseveranza, la fedeltà e la pazienza (hypomoné). La parabola dello sposo e delle dieci vergini, fornisce inoltre dei dettagli originali sul «regno dei cieli». Questa espressione, nel primo vangelo, «non rimanda a un luogo, ma piuttosto a un’esperienza dinamica di incontro con Dio, manifestata nell’accoglienza di Gesù. In questa parabola sul regno, la relazione dell’uomo con Dio è assimilata a un rapporto nuziale che per essere vissuto pienamente necessita di due elementi: la capacità di mettersi in movimento, di uscire, munendosi del necessario per il viaggio, e la consapevolezza di avere come traguardo non il possesso di cose, ma l’incontro con qualcuno, nello specifico con lo sposo»4. La vita umana non procede verso il nulla, ma è comparata a un’uscita in vista di un incontro. Ecco la nostra speranza: il credente sa che la sua vita va verso l’abbraccio con una Persona e spera che in questo incontro d’amore la sua esistenza sia rigenerata. «Un santo diceva: “il cristianesimo non è un insieme di verità in cui occorre credere, di leggi da osservare, di divieti. Così risulta ripugnante. Il cristianesimo è una Persona che mi ha amato così tanto da reclamare il mio amore”»5.

Lo Sposo dell’umanità sollecita un’attesa intelligente e operosa che faccia crescere il desiderio dell’incontro definitivo con lui. Chi aspetta lo sposo – figura che rimanda all’esperienza di consegna di se stesso nell’amore reciproco– tende verso un destino da realizzare nelle nozze eterne del regno. Chi aspetta lo sposo tende verso un’identità da costruire nella comunione, che non è mai a poco prezzo, perché è sempre una realtà che richiede tanta cura e responsabilità. L’immagine del prendere la lampada per andare incontro allo sposo indica proprio il ruolo attivo che gioca l’essere umano nel suo rapporto con Dio6. Questa lampada cui ognuno dispone per far luce e orientare il proprio cammino verso una meta ben precisa, va continuamente alimentata, altrimenti si spegne. È la preghiera – luogo per eccellenza dell’attesa- che tiene accesa la luce interiore; luce che permette di uscire incontro allo sposo che viene per la festa di nozze (categoria che indica la gioia della vita). È nella preghiera che possiamo alimentare il fuoco che illumina il nostro cuore, rendendolo un cuore caldo – capace di amare. Questo fuoco è nutrito nella preghiera dall’olio della grazia che dona elasticità e vigore, tonifica e guarisce il cuore, perché Dio possa operare/parlare in noi.

Solo cinque ragazze, definite lungimiranti, intuiscono la necessità di alimentare la fiamma della lampada rifondendo l’olio…Olio che insieme al frumento e al vino è l’alimento che Dio promette al suo popolo (Dt 11. 14); è segno della sua benevolenza, del suo amore per l’uomo, caparra della gioia eterna nella nuova Gerusalemme (Is 25, 6). Nel nostro brano l’olio è fonte di luce e di calore e diventa simbolo della fiducia nell’attesa, fedeltà che permette l’ingresso alle nozze eterne. L’olio che tiene accesa la lampada però non lo si può prestare (v. 9), è qualcosa per cui ci si deve impegnare personalmente. Infatti, «l’olio è la cura, la premura, la responsabilità» con cui ogni uomo tiene acceso l’amore7.

Le fanciulle sapienti riconoscono l’urgenza della situazione e riescono a camminare nel buio verso l’incontro tanto atteso. Quando sentono quel grido – un giubilo di festa che annuncia la presenza dello sposo (v. 6) -, hanno abbastanza olio per tenere accese le loro lampade. La lampada è assimilata a un gioiello di cui la vergine si adorna perché lo sposo possa trovarla bella8. Le vergini così “illuminate” entrano nella sala del banchetto e partecipano alla festa nuziale; mentre le giovani stolte – che nel tempo dovuto non si erano munite di olio – troveranno la porta chiusa. Lo sposo le rifiuta solennemente, perché non le conosce (v. 12), e questa ignoranza rimanda al peccato di infedeltà di Israele9. «Non conoscere equivale a non corrispondere, a non amare»10. Tra lo sposo e le vergini sprovvedute non si è creato il vincolo d’amore! La porta resterà drammaticamente e irrevocabilmente chiusa… La lampada che non si può accendere è una allegoria dell’uomo senza amore, di colui che non ha dilatato il cuore e non capisce che le sole parole o la sola invocazione del nome11, senza coinvolgimento, non sono amore12.

Il testo si conclude ribadendo quanto già detto in Mt 24, 42: «Restate svegli dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (cf. v. 13). Gesù invita a una «vigilanza preventiva, a un’intelligenza che renda i discepoli custodi attenti e responsabili della propria vita e dei propri doni»13. Dinnanzi al rischio che l’amore si spenga siamo chiamati a perseverare14. L’invito è pertanto a tenere caldo il proprio cuore fino alla venuta del Signore.

Maria de Fatima Medeiros arbosa

 Bibliografia:

  • R. MANES, “Vangelo secondo Matteo”, in I Vangeli, tradotti e commentati da quattro bibliste, Ancora 2015, 397-422.
  • R. FABRIS, Matteo, Borla 1996, 507-511.
  • G. NOLLI, Evangelo secondo Matteo, Città del Vaticano 1996, 744-752.
  • 1 Mt 24, 3.
  • 2 R. MANES, “Vangelo secondo Matteo”, 401.
  • 3 Il Figlio dell’uomo, secondo il primo vangelo, si può presentare in modi del tutto inediti: può arrivare come un lampo (Mt 24, 27); un diluvio (Mt 24, 39); un ladro (Mt 24, 43); il «Signore» (Mt 24, 42.46; 25,11.18.21.22.24); il giudice regale (Mt 25, 34.40); il padrone buono (Mt 24, 45); il padrone che dà fiducia ai suoi servi (Mt 25, 14) e il re munifico (Mt 25, 34).
  • 4 R. MANES, “Vangelo”, 417.
  • 5 S. OSCAR A. ROMERO, Omelia (6 novembre 1977).
  • 6 R. MANES, “Vangelo”, 418.
  • 7 R. MANES, “Vangelo”, 421.
  • 8 Ap 21, 2; R. MANES, “Vangelo”, 420.
  • 9 Sl 95, 11: «Perciò giurai nella mia ira: “Non entreranno nel mio riposo!”»; Is 59, 8; Ger 5, 4.
  • 10 R. MANES, “Vangelo”, 420.
  • 11 Mt 15, 8: «Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me».
  • 12 R. MANES, “Vangelo”, 422.
  • 13 R. MANES, “Vangelo”, 421.
  • Mt 24, 12-13: «venendo meno il rispetto della legge, l’amore di molti tenderà a spegnersi. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato».

Commento a cura di Vanna

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)


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