Domenica dei «della parabola delle 10 vergini»

L’idea della storia del mondo che noi abbiamo è una concezione statica o di un continuo cambiamento? La storia si ripete o si rinnova continuamente? Per chi conosce la storia i temi che la muovono sembrano essere gli stessi eppure ogni volta tutte le parti in gioco credono che la conclusione sarà diversa e sempre a loro favore. Noi oggi siamo convinti di vivere in un’epoca di fermento continuo, di movimento e di evoluzione. La storia va continuamente «accelerando». La sua legge sembra essere il nuovo, il diverso, l’inedito… L’ideale per l’uomo moderno e il suo tempo per ogni uomo è sempre il tempo moderno, non è la conservazione dello «status quo», e neppure l’evoluzione graduale ed omogenea, ma il salto qualitativo, la rivoluzione. In riferimento ad oggi e alla pandemia del coronavirus pensiamo quanto moderna sia stata nell’Italia del medioevo la risposta della società comunale alla peste nera del 1346! Isolamento delle persone e delle città, quarantene, maggior igiene personale e degli ambienti, una commissione di saggi, una relazione, poi un libro che racconti cosa è successo! Il cambiamento della storia impone un continuo rinnovamento, l’abbandono di abitudini, una vigilanza nuova, per fare le giuste scelte nei diversi settori della vita e dell’attività umana. L’atteggiamento con il quale l’uomo moderno deve guardare la realtà è quello della provvisorietà, dell’incertezza, del continuo superamento. Il cristiano che pure si impegna nel mondo e nella costruzione della città terrena, sa che ogni costruzione umana è provvisoria ed incerta e, comunque, destinata ad essere superata, non solo da altri tentativi e progetti, ma da una situazione definitiva e certa in cui tutto verrà trasformato nei cieli nuovi e nei mondi nuovi verso i quali siamo incamminati. In un mondo così, l’atteggiamento del cristiano non può essere che quello della vigilanza. Vigilanza poi significa lottare contro il torpore e la negligenza per giungere alla mèta ed essere pronto ad accogliere Gesù quando viene (evangelo). Ma la vigilanza non è solo attesa della venuta ultima dei Signore: è anche lotta contro il male e la tentazione. Il cristiano, essendosi convertito a Dio, è «figlio della luce», rimane sveglio e resiste alle tenebre, simbolo del male. Essere vigilanti significa, infine, accorgersi della sfida che il mondo pone continuamente alla Chiesa e ai singoli cristiani ed accettarla. Il cristiano mette continuamente in crisi i giudizi, i modi di pensare e di fare del mondo, le sue realizzazioni, i suoi progetti. Lo obbliga a rivedere continuamente le sue posizioni. I cristiani devono essere sempre giovani, che sono la febbre del mondo e non devono permettere alla società di sedersi e di riposarsi sulle posizioni conquistate.

A conclusione dell’anno liturgico, in questa e nelle prossime due domeniche il lezionario ci propone la lettura di Mt 25, la seconda parte del grande discorso escatologico, cioè sulla fine dei tempi, fatto da Gesù nei capitoli 24-25. Fate attenzione, vegliate (gregoreîte, vigilate) dunque! A partire da tale monito Matteo ha ricordato e collocato a questo punto tre parabole del Signore su cosa significa vigilare (cf. Mt 24,45-25,30) seguite dal grande affresco sul giudizio finale (cf. Mt 25,31-46). Il nostro testo va certamente collocato all’interno di ciò che Gesù, seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio (cf. Mt 24,3), ha appena detto ai discepoli: “Vegliate (gregoreîte, vigilate), perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Mt 24,42-44). Un’affermazione analoga si ripete anche alla fine del nostro brano, creando un’inclusione: “Vegliate (gregoreîte, vigilate) dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13). Più in generale, tale monito avvolge le tre parabole seguenti, che dipingono uno scenario in bianco e nero, con due vie opposte tra le quali scegliere:

  1. Mt 24,45-51: il servo che può essere fedele e prudente/saggio oppure malvagio;
  2. Mt 25,1-13: cinque vergini stolte e cinque prudenti/sagge.
  3. Mt 25,14-30: due servi fedeli che fanno fruttare i talenti ricevuti, uno malvagio che lo seppellisce.

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Sal 87,3
La mia preghiera giunga fino a te;
tendi, o Signore, l’orecchio
alla mia preghiera.

L’antifona d’ingresso è dal Sal 87,3, SI (supplica individuale). Il Salmista è consapevole della sua fine prossima: «vicino agli inferi sta l’anima mia» (v. 4b), e per questo si rivolge verso l’unico suo Rifugio con la sua tesa preghiera. Questa è un’epiclesi affinché la sua voce giunga fino alla Presenza sempre propizia e favorevole del Signore, davanti al trono della sua grazia. In parallelismo sinonimico, con una seconda epiclesi l’Orante chiede che il Signore tenda il suo orecchio benigno all’ascolto di questa voce supplicante (v. 3; e 30,3; 85,1). Il che, secondo la teologia simbolica così espressiva, non può avvenire se il Signore non scende proprio Lui, se non si fa vicino, come una Persona che accetta il colloquio con la persona del suo fedele.

Canto all’Evangelo Mt 24,42.44

Alleluia, alleluia.

Vegliate e tenetevi pronti,

perché, nell’ora che non immaginate,

viene il Figlio dell’uomo.

Alleluia.

L’alleluia all’Evangelo è preso da Mt 24,42a,44 (Per l’analisi si veda anche l’Evangelo della Domenica I d’Avvento). Il versetto che orienta la lettura evangelica chiama a vigilare, a stare desti e attenti, e preparati per la Venuta. Poiché la Venuta, benché chiaramente annunciata e attesa, tuttavia sarà sempre inaspettata e improvvisa per tutti e per ciascuno, poiché non si conosce il suo momento. Perciò occorre vegliare e lavorare con lena instancabile, come se la Venuta avvenisse “adesso”, e insieme come se «non avvenisse mai»,

I testi che incontreremo in queste ultime 3 Dom. dell’anno sono tre parabole escatologiche, quella delle 10 vergini, quella dei talenti, quella del Figlio dell’uomo che torna alla fine nella sua Gloria. Sentendo parlare di dieci damigelle d’onore che vanno a una cerimonia di nozze, potremmo aspettarci un’atmosfera di festa, allegra e gioiosa. Ma non è questo lo stile di Matteo. Non troveremo nella parabola danze e canzoni, ma un cerimoniale compassato e una serie di anomalie che rivelano l’intenzione dell’evangelista di impartire un insegnamento sull’ultima venuta del Cristo e sul giudizio. Il regno non è un porto di mare. Per accedere ad esso ci vuole una giustizia che superi quella degli scribi e dei farisei e bisogna essere pronti ad accogliere in qualsiasi momento la sua venuta. Queste due tematiche ritornano con insistenza nei corso del primo evangelo. Le dieci ragazze si addormentano tutte, senza eccezioni: non è questo il dramma, perché la parusia coglierà tutti di sorpresa. L’errore consiste piuttosto nel non aver preparato il necessario per la festa. Ben rifornita di olio, la lampada delle ragazze sagge risplenderà nella notte, permettendo l’incontro faccia a faccia con lo sposo. Le stolte invece, prese alla sprovvista come la cicala della favola, si daranno da fare troppo tardi, e si vedranno chiudere la porta in faccia. Lo sposo arriva nel cuore della notte, secondo una convinzione molto antica nel giudaismo e nella chiesa. In quella notte della pasqua eterna, i credenti troveranno la pienezza del loro essere battesimale: incontrando il Cristo, passeranno dal sonno al risveglio, dalle tenebre alla luce.

In questa storia di nozze è strano che non si parli della sposa. In passato il testo evangelico la menzionava, sulla base di certi manoscritti. Ma è meglio non parlarne troppo in fretta. Perché questa sposa, che è la Chiesa, è anche ciascuno di noi, se si prepara attivamente, nella fede, alla venuta del Signore, «lo dormo, ma il mio cuore veglia» (Ct 5,2). È così il nostro cuore?

Siamo entrati così nelle realtà ultime dell’esistenza del mondo e degli uomini, della storia che corre alla sua definizione e al suo coronamento, della vita che è un essere ed agire davanti al Signore e davanti ai fratelli e che dunque esige alla fine un rendiconto. È per noi la chiamata all’esame finale, il quale, curiosamente, non si fa «alla fine», lì avverrà solo la sua pubblica dichiarazione, la notificazione. Si fa giorno per giorno, durante la nostra esistenza. Infatti ricevemmo fin dall’inizio l’olio per le nostre lampade, i talenti da commerciare, la «sapienza» dello Spirito Santo, il prossimo da curare. Già adesso dobbiamo essere pronti, giudicando il nostro comportamento con rigore e convertendoci, se non vogliamo essere giudicati senza appello alla fine.

L’inizio e la fine dell’Anno di grazia (cfr. I DOM. DI AVVENTO B) si saldano nell’identità, che è il segno della Parousìa, l’avvento del Signore nel suo Giorno (cfr. Mt 24,3.27.37.39). È una «inclusione letteraria» grandiosa: i due estremi identici indicano totalità, tutto l’anno sta sotto il segno del «vigilare». E l’anno è il simbolo evidente di tutta la nostra esistenza.

Nello schema di Matteo il nostro brano occupa un posto importante nell’ultima fase del ministero messianico del Signore, in forma pubblica, a Gerusalemme (21,1-25,46). Siamo nel 6° grande discorso, detto «discorso escatologico» (24,1-25,46), nella parte II (24,37-25,46), formata da un preambolo sulla vigilanza (24,37-41) e da 3 parabole. Per intero possiamo dire che il 6° discorso appare come un dittico, le realtà della fine (24,4-36), una cerniera sulla vigilanza (24,37-51), e le parabole escatologiche (25,1-46).

Il testo matteano non ha veri paralleli sinottici, salvo una sintesi con personaggi diversi, ma orientata nel medesimo significato (cfr. Lc 12,35-40). Letterariamente la parabola è legata alla precedente (parabola del maggiordomo 24,45-51) mediante il motivo del ritardo dello sposo (v. 5 cfr. 24,48) e del sopraggiungere inatteso. Analogo, inoltre, è l’insegnamento fondamentale: la sorte dei saggi e dei servi fedeli è premiata; mentre è la condanna per i malvagi e gli stolti.

I lettura:  Sapienza 6,12-16

Noi siamo fieri dei progressi della scienza e della tecnica, che trasformano le nostre condizioni di vita. Ma, nello stesso tempo, prendiamo sempre più coscienza dei loro limiti; abbiamo il presentimento che ci occorra qualcos’altro, un’arte di vivere, in altre parole la «sapienza». Per trovarla, è inutile percorrere il mondo e attraversare gli oceani: la sapienza si dona a coloro che la cercano, si tiene accanto a noi. Anzi, è lei stessa a cercarci, a prevenire i nostri sforzi.

Il cap. 6 è del libro della Sapienza è dedicato proprio alla «ricerca della Sapienza» divina, parte sostanziale del grande tema del «cercare Dio», presente nell’A. T. e nel N. T. Semplificando molto, Israele, dopo vicissitudini, inganni e fallimenti, in un’esperienza dolorosa e continua, al di là delle sapienze umane orientali, il cui contenuto è l’abilità di governo, il saper vivere nella società, la ricerca di un buon comportamento morale, giunge a comprendere che la Sophia, ebr. Hokmah, è un dono divino, una Preesistenza eterna che è anche una Provenienza dalla divina Esistenza stessa. Essa è amore divino. È Spirito Santo. Sta nella Parola e nella Legge. È l’Amore divino nuziale, che del popolo in cui viene a dimorare cerca di fare la Sposa bella. Si presenta però Ella stessa come la Sposa bella, fino a quando come Verbo si incarna.

Come conquistare questa Sposa, che dona «l’intelletto d’amore», l’intelligenza che viene dall’amore, dal «conoscere per connaturalità»? Cercandola perché è desiderabile sopra ogni altra realtà. Ella stessa si presenta per farsi riconoscere. È Luce e Incorruzione (Pr 14,16; cfr Gv 7,17), evidente perciò e visibile. Tuttavia solo a quanti La amano (Pr 8,17; Sir 6,28; Ger 29,13). L’amore è l’arma più potente di conoscenza e d’intelligenza. Non solo, ma la Sapienza, come Sposa, non è retriva, bensì desidera le nozze e così si lascia trovare da chi La cerca con il cuore (v. 13). E da Dio destinata alle nozze e facilita così il Disegno divino. Cercare Lei però significa rinunciare ad altre realtà della vita che non sono utili e possono essere un impedimento pericoloso.

In tale direzione attuante, la Sapienza stessa prende l’iniziativa e rende meno difficoltoso farsi trovare, poiché anticipa i suoi amatori (Sir 15,2; Dt 30,11-14). Si manifesta, si presenta e si mostra Lei per prima (v. 14). Chi è sollecito nella ricerca, e comincia dal mattino della sua esistenza, e vigila attentamente (Pr 8,17.34; Sir 4,13; 14,24), non ha da faticare e da affannarsi: troverà, appena esce, la Sapienza che sta già seduta alla sua porta, pronta a entrare con lui (v. 15). Così la perfetta intelligenza degli uomini è pensare sempre alla Sapienza. Vigilare sempre per Lei. Chi agisce così, si è già posto al sicuro, lontano da ogni mancamento (v. 16; 7,23). Basta infatti non ostacolarla. La Sapienza stessa va intorno instancabilmente a cercare chi si è reso degno di Lei. Nelle loro “vie”, o comportamenti (Pr 8,2-4), Ella appare, si manifesta con la gioia esultante del ritrovamento e provvede a tutto Lei per quanti incontra con amore (v. 17). L’Incontro è iniziativa della Sapienza, ma deve essere favorito dalla disposizione ad esso. Solo allora potrà avvenire l’unione nuziale.

Il Salmo responsoriale: 62,2.3-4.5-6.7-8, SI

Il Salmo e con il medesimo Versetto responsorio: «Ha sete di te, Signore, l’anima mia» è stato commentato alla Domenica XXII, a cui si rinvia, a eccezione del v. 7. Questo versetto, opportunamente inserito oggi, porta la bella affermazione dell’Orante, la sua fede. Egli fa memoria continua del Signore suo, di cui ha sete, verso il quale sta in tensione fin dal mattino (v. 2), tutto il giorno, anche di notte (4,5; 76,3; 149,5; Is 26,9). Con inclusione letteraria, in parallelo, il v. 7 rafforza: anche la mattina all’alba l’Orante si fa trovare vigilante, nella contemplazione del suo Signore (41,9). La sua vita è una lunga vigilia, nell’attesa dell’Incontro, che avviene nel santuario (v. 3).

La II lettura da 1 Tessalonicesi 4,13-18 propone il tema dell’aldilà. Ecco, espressa in alcune immagini che risentono del folklore biblico, la certezza fondamentale dei cristiani riguardo alla morte: dopo la morte c’è la vita. Come sarà questa vita, non lo sappiamo ancora; ma il Cristo è venuto ad annunciarla, accettando di morire come tutti, e apparendo poi risorto ai suoi discepoli. E questi hanno capito. Al di là della morte, il Cristo ci attende per farci entrare nella sua vita di risorto.

Esaminiamo il brano

1 – La parabola è «del Regno», nel senso che nel Regno, alla fine, avviene come quando ad esempio 10 vergini, etc. Il Regno dei cieli non è quindi paragonato a dieci vergini, ma alla celebrazione solenne di un banchetto nuziale.

«dieci»: il numero 10 è una quantità che vuole indicare la totalità; il 10 infatti è multiplo di 5, numero che indica pienezza (5 x 2 = 10; 5 x 10 = 50, la pienezza delle pienezze, la Pentecoste).

Le «vergini» sono le anime cristiane che, fidanzate a Cristo loro «unico sposo» (cfr. 2 Cor 11,2), sono in attesa di essere presentate a Lui per le nozze celesti.

Dunque tutte le vergini sono convocate, come in Lc 19,13 dove il Padrone convoca i suoi 10 servi, ossia tutti e consegna ad essi 1 mina. Come sempre, i talenti, le mine, la grazia stanno all’inizio, debbono essere usati bene, alla fine arriva impietoso il rendiconto. La vita cristiana è, secondo la parabola, un cammino la cui meta è un festino nuziale; un cammino però fra le tenebre che solo la fioca luce di una «lampada», simbolo della fede vigilante (cfr. Lc 12,35), può rischiarare.

«sposo»: alcuni codice aggiungono «e la sposa». Non abbiamo informazioni dettagliate sulla prassi degli sposalizi nel giudaismo del N.T. C’era senza dubbio una processione solenne dalla casa della sposa a quella dello sposo; il gesto dello sposo di portare la sposa dalla casa di suo padre alla sua costituiva l’atto simbolico del matrimonio. Le dieci vergini, o meglio, le dieci damigelle – la parabola non intende dare una lezione sulla verginità – dovevano attendere nella casa della sposa o nelle sue vicinanze.

La metafora nuziale per esprimere il rapporto di amore e di fedeltà intercorrente fra Dio e la nazione eletta nell’AT e tra Cristo e i battezzati nel NT è una delle note più efficaci della tradizione biblica (cfr. tutto il Cantico dei Cantici; Ger 2,2; Is 40,10; Ez 16,8; Os 1,2; Mc 2,19 e Lc 5,34; Gv 3,29; 2 Co 11,2; Ef 5,25).

2-4 – Questo corteo di vergini è subito fotografato e classificato: 5 stolte, folli, non sanno vivere; 5 invece sapienti, assennate (alla lettera), sanno vivere.

Tutte però convivono insieme, ancora non sono divise, quasi come la zizania e il grano buono.

«olio nei vasi»: nella narrazione ha una funzione rilevante; è il metro che separa il corteo delle vergini. Nella Bibbia l’olio è spesso segno di ospitalità e di intimità, come si dice nel Sal 23 riguardo all’olio profumato versato sul capo dell’ospite: «Tu cospargi di olio il mio capo» (v. 5). L’olio era anche segno di prosperità e soprattutto un simbolo messianico perché usato nelle consacrazioni regali (Sal 45,8) e sacerdotali (Sal 133), infatti la parola ebraica “Messia” e la sua traduzione greca “Cristo” significano “Unto” con l’olio santo.

Nella tradizione giudaica l’olio era il simbolo delle opere giuste che aprono le porte del regno di Dio. Qui sta a simboleggiare la perseveranza, poiché con esso le lampade potranno rimanere accese durante la lunga veglia fino all’arrivo dello sposo. Non basta essere invitati al banchetto del regno, bisogna essere sapienti nelle opere, attingendo all’olio dell’impegno fedele e generoso.

5 – «ritardo»: avviene l’incidente di percorso: lo sposo tarda; il motivo è taciuto, ma si può scoprire. Non è il classico ritardo della mattina fatale in chiesa; ma nella considerazione delle vergini, che si attendevano un evento frettoloso. Non conoscono l’«ora» della venuta, hanno solo la certezza della Venuta; sanno chi è lo sposo, una persona seria.

«dormono»: accade che tutte e 10 «si assopirono», vivono la loro vita in uno stato ancora incerto, nelle loro occupazioni normali, ed infine «dormono», kathéudô , usato qui in senso metaforico ma scoperto, ossia muoiono, come in 9,24 la figlia del capo della sinagoga e cfr. Mc 5,39; Lc 8,52; Gv 11,11, di Lazzaro!; 1 Tess 5,10 e 4,13-18 la seconda lettura. Dormono nel senso della morte che non dura per sempre, ma da cui si è «risvegliati» come da un pacifico sonno.

6 – «si levò un grido»: ecco il momento; la notte giunta alla sua metà, apre già sul giorno, il ritardo non c’è più. Solo il servo cattivo pensa al ritardo (24,48), ma il Signore viene inesorabilmente per concludere i conti finali (25,19). I suoi ufficiali, «voce di arcangelo» scriverà Paolo (cfr. seconda lettura v. 16), gridano: «Ecco lo sposo!», «Ecco l’Uomo!» (Gv 19,5), «Ecco il vostro Re!» (Gv 19,14). Occorre accogliere lo Sposo e bisogna farlo con la luce, con la gioia, con i segni cioè dell’amore per Lui e di gloria per noi.

7 – «si destarono»: furono resuscitate: egéirô, nel senso reale del verbo, usato per la Resurrezione di Cristo! Furono resuscitate tutte le vergini, e prepararono le loro lampade, quelle avute per tempo. La resurrezione provoca la separazione delle vergini sapienti dalle stolte e perdute, come il pastore separa le pecore dai capri (v. 32).

8-9 – «No!»: quelle che prima non pensarono chiedono alle sapienti: «Dateci del vostro olio» le nostre lampade stanno spegnendosi. La risposta delle sapienti è sconcertante, sembra contro ogni carità, in contrasto con la legge fondamentale dell’evangelo che è l’amore. In realtà la risposta è ineccepibile!

Ogni prestito del «personale» ad un’altra «persona» è impossibile.

Nel testo è insistito molto sulla proprietà individuale di ciascuna (pronome heutái, «esse stesse»); non è detto mai nella indifferenziazione (autái, «esse»).

Dare l’olio all’ultimo non serve, poiché a ciascuno fu dato dall’inizio; non si va alle nozze con mezza porzione di santità, né per rinuncia, né per acquisizione della metà quando è troppo tardi.

10-11 – Le vergini stolte vanno alla ricerca di un acquisto fuori tempo massimo, mentre le sagge entrano con lo Sposo.

«la porta fu chiusa»: come allora il Signore stesso chiuse la porta dell’arca dove Noè aveva trovato alloggio (Gen 7,16b).

Fu chiusa indica un tempo preciso, puntuale, irreversibile, «per l’eternità».

Del resto chiudere e sbarrare la porta non era per quei tempi un compito semplice e non veniva aperta di nuovo se non in caso di vera emergenza. Chi rimaneva fuori era a conoscenza del rischio di non poter più entrare.

«Signore! Signore! Apri a noi»: Già nel 1° grande discorso, il «discorso della montagna», Gesù affermò che avrebbe dato la stessa risposta a coloro che, pur chiamandolo «Signore, Signore», non hanno fatto la volontà del Padre celeste: «Andate via da me, operatori d’iniquità!». Lo Sposo dà la sentenza definitiva: «Io, l’Amen- fedele, parlo a voi: Io non vi conosco!».

13 – La conclusione rilancia l’avvertenza che punteggia tutto il discorso escatologico: «Vigilate, perché non conoscete nè il giorno nè l’ora».

Adesso chi può dire: Non lo sapevo?

II Colletta

O Dio, la tua sapienza va in cerca

di quanti ne ascoltano la voce,

rendici degni di partecipare al tuo banchetto

e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade,

perché non si estinguano nell’attesa,

ma quando tu verrai

siamo pronti a correrti incontro,

per entrare con te alla festa nuziale.

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

 

Fonte: Abbazia di Santa Maria a Pulsano