Commento al Vangelo di domenica 8 Marzo 2020 – Comunità Kairos

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Dopo che nella prima domenica di Quaresima abbiamo meditato l’aspetto umano dell’identità di Gesù, messo alla prova in vari modi nella solitudine del deserto e della propria interiorità, questa settimana l’evento descritto coinvolge tre dei discepoli che sono chiamati a vivere nella fede l’esperienza della trasfigurazione di Gesù, visione del suo essere divino e anticipazione della gloria che gli è propria in quanto Figlio di Dio

Il brano va inserito nel contesto del capitolo 16, in cui Gesù aveva posto ai discepoli proprio una domanda sulla sua identità a cui Pietro aveva risposto con la rivelazione sul suo essere il Figlio di Dio (“La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “… qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” vv. 13-16). Ma a questa confessione segue subito, da parte di Gesù, il primo annuncio della passione. E Pietro, che era stato considerato beato per la rivelazione ricevuta dal Padre e costituito capo della Chiesa (16, 17-18), si ritrova appellato come “satana” e “scandalo” perché “non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini” (16, 25). Pertanto, l’episodio della trasfigurazione si pone come una conferma della fede proclamata da Pietro e un avverarsi delle parole di Gesù: “Amen, io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno” (Mt 16,28).

È all’interno di questa cornice che si inserisce il racconto della trasfigurazione. Esso va situato nella prospettiva della pasqua e lo stesso Gesù ordinerà ai discepoli di non parlarne finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti (v. 9).

Il racconto in sé ha le caratteristiche di una teofania, una “visione” (gr. horama), con i tratti caratteristici delle visioni apocalittiche e delle apparizioni di Dio nell’AT. Come Mosè aveva incontrato Dio nella nube sul monte (Es 24,15-18) e il suo volto era diventato luminoso per il conversare con Dio (Es 34,29), così Gesù è presentato come il nuovo Mosè che incontra Dio su un alto monte, nella nuvola luminosa e il suo volto è trasfigurato dalla gloria del Padre. In mezzo a Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti, chi ha preceduto Cristo nella storia della salvezza, da Abramo in poi, è accanto a Gesù per testimoniare che egli è il profeta atteso, il veniente promesso. Gesù viene rivelato, infatti, come il compimento delle promesse antiche, la realizzazione del progetto di salvezza del Padre. E la voce nella nube lo conferma nella

 

sua identità, annunciando ai discepoli la nuova legge: ascoltare il Figlio prediletto nel quale Dio si compiace, come già era successo nel Battesimo nel Giordano (3, 17) la voce del Padre dice che Gesù è suo Figlio (cf. Sal 2,7), è l’Amato (cf. Gen 22,2), è il Servo che Dio sostiene in quanto Eletto, nel quale si compiace (cf. Is 42,1), ma è anche il Profeta promesso da Dio a Mosè, a cui deve andare l’ascolto (cf. Dt 18,15).

Gesù, Parola fatta carne (Gv 1,14) diventa la chiave per ascoltare e comprendere le Scritture. A partire dalla sua vita, dalla sua morte e dalla sua resurrezione le Scritture vengono illuminate e viene narrato il volto di Dio.

«Gesù risplende della gloria di Dio e rivela la sua vera identità proprio quando è posto tra Mosè ed Elia, quando è cercato a partire dalle Scritture e trovato come colui che compie le Scritture (cf. Lc 24, 27.44). Scindere Gesù Cristo dalle Scritture significa non cogliere più lo spessore della storia di salvezza e, nel contempo, vanificare la fede nella risurrezione: “Cristo” infatti “è morto ed è risorto secondo le Scritture” (cf. 1Cor 15,3-4). Vi è reciprocità tra Cristo e le Scritture: se c’è una luce che Mosè ed Elia proiettano su Cristo, indicandolo come colui che realizza la profezia, Cristo proietta a sua volta una luce che illumina le Scritture, le spiega e le conferma nel loro perenne valore profetico». (E. Bianchi)

L’evento della trasfigurazione, alla luce della resurrezione, si fa per i discepoli fondante di un modo di accostarsi alle Scritture e di interpretarle. Il riferimento diventa Gesù Cristo. E il dinamismo di morte e resurrezione diventa per il discepolo il modo per ascoltare la Parola di Dio. A Pietro è chiesto di mettere da parte il suo “pensare secondo gli uomini”, che vorrebbe cristallizzare l’esperienza in un momento, fissarla dentro confini ben definiti (le tre tende), ed entrare in un “pensare secondo Dio” (l’ombra della nube luminosa), ponendosi in ascolto. E ascoltare è sempre un movimento di morte (“caddero con la faccia a terra”), che richiede il rinnegare sé stessi per fare spazio alla rivelazione di un Altro.

La trasfigurazione ci conduce, dunque, dentro il mistero della natura divina di Gesù, della sua relazione con il Padre, del suo essere Messia di salvezza, che però ha trovato nell’incarnazione e nell’umanità di Gesù il suo stare in mezzo agli uomini.

Commento a cura di Vanna

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)