Commento al Vangelo di domenica 8 Aprile 2018 – Comunità Monastica Ss. Trinità

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Il vangelo di questa domenica narra due manifestazioni del Risorto ai discepoli radunati nel Cenacolo, la prima in assenza di Tommaso, la seconda in sua presenza. «Otto giorni dopo» il Signore torna a incontrare i suoi, specifica il v. 26. Il tempo che scandisce gli episodi è quello liturgico di una comunità che si raduna all’ottavo giorno, vale a dire nel giorno del Signore (la nostra ‘domenica’) per celebrare la memoria della sua Pasqua e riconoscere il suo stare «nel mezzo» (v. 19), non solo della comunità, ma della storia e del cosmo. Siamo già nell’ottavo giorno, in un tempo ricreato dalla risurrezione, nel quale la creazione è portata al suo compimento e tutto risorge con Gesù e in Gesù.

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«In quel giorno» Gesù viene e questa sua presenza assume anzitutto il valore di un compimento delle promesse fatte durante l’ultima cena. Gesù aveva detto: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete» (14,18-19). Ora Gesù si mostra ai suoi vivo, per donare loro la vita nuova nello Spirito. Aveva promesso la pace in un mondo ostile: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (14,27). Ora dona la pace ai suoi. Aveva promesso la gioia dopo la tristezza: «Voi piangerete e gemerete… sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia» (16,20). Ora i discepoli gioiscono nel vedere il Signore. Aveva con insistenza promesso il dono dello Spirito (14,17.26; 15,26; 16,13). Ora egli stesso lo dona: «Ricevete lo Spirito santo» (20,22). Infine, aveva affermato: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (14,20). Ora giunge il Giorno, già annunciato dai profeti: «Pertanto il mio popolo conoscerà il mio nome, comprenderà in quel giorno che io dicevo: “Eccomi!”» (/s 52,6). L’adempiersi delle promesse consente ai discepoli di riconoscere il Signore e di fare esperienza della sua risurrezione. Il quarto vangelo torna così a sottolineare la necessità per il discepolo di ascoltare la parola di Gesù e di crederle per giungere a vedere.

Gesù viene, anche se sono chiuse le porte del luogo in cui i discepoli sono radunati; soprattutto è il loro cuore a essere chiuso dalla paura. Nulla, tuttavia, neppure la paura, può separare il Risorto da coloro che egli ama e per i quali ha donato la propria vita. Gesù aveva solennemente affermato che nessuno avrebbe potuto rapire le pecore dalla sua mano (cfr. Gv 10,28). Ora sappiamo che queste mani, che ci custodiscono da ogni paura, sono mani forti proprio perché crocifisse. Di esse il Risorto può mostrare il segno dei chiodi, insieme al costato trafitto. La Croce è il vincolo d’amore che lega Gesù ai suoi e che niente, nessuna forza di distruzione e di separazione, neppure il peccato e il suo frutto che è la morte, potrà recidere.

Gesù «sta in mezzo» (senza nessun’altra aggiunta: è lui il centro del tempo e del cosmo), ritto in piedi (in greco anistemi, uno dei due verbi tradizionali per annunciare la risurrezione), mostra le sue mani e il suo costato e per due volte dona il suo saluto di pace (vv. 19 e 21). Questo saluto ripetuto suddivide la scena in due parti: nella prima il contenuto centrale è costituito dallo stare di Gesù in mezzo ai suoi, che lo riconoscono alla vista delle mani e del costato. Frutto di questo incontro è la gioia (v. 20). Contenuto fondamentale della seconda parte (vv. 21-23) è invece la missione nel dono dello Spirito Santo per il perdono dei peccati. L’evangelista mostra in questo modo il duplice frutto della pace donata dal Risorto: la gioia del discepolo e il perdono dei peccati. Il gesto con il quale Gesù dona lo Spirito — «alitò su di loro» (v. 22) — evoca il gesto stesso con il quale Dio, dopo aver creato l’uomo, soffiò su di lui uno spirito di vita. Nel testo greco ricorre lo stesso verbo, coniugato nella medesima forma, del racconto della creazione di Gen 2,7. Quello che ora Gesù compie è un gesto creatore che dà inizio, nel dono dello Spirito, alla nuova creazione, simbolicamente espressa dal perdono dei peccati. Come l’uomo, nel racconto della Genesi, ricevendo il soffio di Dio diviene un essere vivente, così ora, nel dono dello Spirito, riceve la vita stessa di Dio, divenendo un essere vivente come vivente è il Risorto.

Le due parti del racconto mostrano cosi la dinamica che, nello Spirito, qualifica ogni comunità cristiana: è radunata attorno al Signore, presente in mezzo a essa, nello stesso tempo inviata al mondo, per annunciare la nuova creazione nel perdono dei peccati. I due movimenti non ono giustapposti, ma costituiscono un dinamismo unitario, un solo respiro nuovo donato dallo Spirito di Dio ai discepoli.

Nel giorno di questa prima venuta Tommaso è assente. L’evangelista ci ricorda il suo nome greco «Didimo traduzione dell’aramaico <Toma». Entrambi i nomi significano «gemello» termine che evoca una somiglianza nella differenza, un altro molto simile a me stesso senza essere me stesso. E un nome che può allora alludere a una sorta di duplicità che questo discepolo vive in se stesso: egli è infatti figura emblematica del dubbio di fede – io non credo», esclama al v. 25 – e tuttavia sarà proprio sulle sue labbra a risuonare la più altra professione di fede del quarto vangelo «Mio Signore e mio Dio» (v. 28). Giovanni attira cosi l’attenzione su ciò che consente a questo
discepolo di passare dall’incredulità alla fede.

Tommaso diviene in tal modo anche il nostro gemello»; ci assomiglia molto, perchè probabilmente anche noi sperimentiamo questa duplicità: una fede che spesso si mescola a tanta incredulità; il desiderio di credere insieme alla fatica di riuscirci davvero. Credere si nella risurrezione, ma nello stesso tempo sperimentare tutta la difficoltà riconoscere la presenza del Risorto nella nostra vita e nella storia
Tommaso, nostro gemello, ci offre alcune indicazioni per vivere il passaggio dall’incredulità alla fede. Tra i molti possibili, ricordiamo due aspetti. Il primo: Gesù torna a manifestarsi ai discepoli riuniti nel Cenacolo. Tommaso lo può incontrare quando è con la comunità, in mezzo ai suoi fratelli. L’esperienza di fede non è mai individuale o solitaria. Certo, si tratta di un incontro personale, che però ci è reso possibile proprio dal rimanere con i fratelli, anche quando ci pare che ci siano troppe cose a separarci o a condurci altrove.

Un secondo tratto della figura spirituale di Tommaso: egli, per credere, chiede di vedere il segno dei chiodi e di porre la sua mano nel costato trafitto. Se la sua richiesta può assumere il tono sbagliato di una pretesa, rimane tuttavia un’esigenza vera per la fede, che Gesù accoglie. Credere significa infatti accettare l’identità del Risorto con il Crocifisso. Più ancora, riconoscere proprio in quelle mani crocifisse e in quel costato trafitto il «mio Signore e mio Dio», cioè la rivelazione definitiva del mistero di Dio e il suo modo paradossale di essere il Signore di ogni realtà creata.

Non siamo chiamati a credere genericamente in Dio, ma in quel Dio che si rivela proprio cosi, in quelle mani e in quel costato che mostrano fino a quale debolezza e a quale consegna di sé giunga il suo amore. All’inizio del vangelo risuona la domanda dei discepoli: «Rabbi, dove dimori?» (Gv 1,38). Alla fine del racconto comprendiamo che la vera dimora di Gesù, lo spazio in cui abita e in cui possiamo tornare a incontrarlo, è proprio lo spazio di questo costato aperto, rivelazione insuperabile dell’amore del Padre. Solo rimanendo nello spazio di questo costato aperto, che è lo spazio dell’amore e della compassione, possiamo giungere a conoscere la bellezza del volto di Dio.

Fonte: Monastero Dumenza

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II Domenica del Tempo di Pasqua

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Gv 20, 19-31
Dal Vangelo secondo Giovanni

19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». 30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 08 – 14 Aprile 2018
  • Tempo di Pasqua II
  • Colore Bianco
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 2

Fonte: LaSacraBibbia.net

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