DOMENICA «DELLE GUARIGIONI»

Gesù «esce dalla sinagoga» (cf. evangelo), dal luogo nel quale l’uomo credeva di potere e dover attendersi una risposta da Dio alle sue domande e dove già il Maestro aveva lasciati stupefatti i suoi uditori insegnando la verità di Dio più con le opere che con le parole: liberando cioè un uomo dalla sua oppressione (cf. Mc 1,27). All’uomo afflitto che lo interroga, Dio certo non risponde con una autogiustificazione. Dio risponde con la verità della sua Parola fatta carne, fatta Uomo compassionevole, fatta Uomo dei dolori.

In Gesù, Dio «esce» da se stesso, o piuttosto dalla forma divina in cui l’uomo era abituato a riconoscerlo. Rinuncia ad autogiustificarsi, a «dimostrarsi» verace nella sua promessa di amicizia per l’uomo, se non facendosi egli stesso uomo crocifisso.

Gesù che guarisce «prendendo per mano», nel gesto dell’amico compassionevole, e «risollevando» (è lo stesso verbo usato nel linguaggio neotestamentario per indicare l’evento pasquale di Cristo); Gesù che «si alza nella notte a pregare»: riaprendo così le labbra dell’uomo ammutolito al dialogo con il Padre — un dialogo che conosce ancora ormai solo la forma della domanda: «Mio Dio, perché?». Questo Gesù: è lui la risposta di Dio all’interrogativo dell’uomo. La Chiesa dei credenti ha ricevuto la Parola di compassione, la risposta alla domanda della sua afflizione: è stata presa per mano e risuscitata. Ora si impone per essa il compito del servizio: di essere in verità corpo del Servo che, con la sua stessa compassione gratuita (cf. seconda lettura), porta l’annuncio efficace della liberazione per la vita.

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Sal 94,6-7

Venite, adoriamo il Signore,

prostrati davanti a lui che ci ha fatti;

egli è il Signore nostro Dio.

Nell’antif. d’ingresso l’Orante del Sal 94,6-7a, EP. sacerdote e profeta, rivolge l’esortazione al popolo raccolto nel santuario, ancora non pienamente consapevole della sua situazione. Il primo imperativo è di venire alla presenza del Signore, per adorarlo con amore e con gioia, prostrati davanti al Creatore onnipotente (99,3; 138,14; 149,2; Dt 32,6), in specie però Creatore del popolo suo (v. 6), del suo gregge che conduce (v. 7bc). La motivazione è primaria, poiché Egli è il Dio dell’alleanza (v. 7a; 47,15; 99,3), alleanza infinitamente fedele, che attende il suo popolo, e dunque oggi anche noi, popolo che Egli ama e chiamato ad attuare i contenuti salvifici ricevuti per il nostro unico bene.

Canto all’Evangelo Mt 8,17

Alleluia, alleluia.

Cristo ha preso le nostre infermità

e si è caricato delle nostre malattie.

Alleluia.

L’Evangelo di oggi è orientato dalla profezia del Servo sofferente, Is 53,4, che si caricò di tutti i mali e di tutte le debolezze degli uomini per distruggerle in se stesso e per redimerli. Da notare che tale citazione viene dal parallelo matteano (Mt 8,14-17) alla pericope marciana di oggi, che invece, essendo posteriore e secondaria, non la riporta.

La «lettura continua» (o comunque da integrare nell’omelia mistagogica e sempre nella lectio personale) di Marco obbliga in apertura a tenere presente che il Signore dal Padre è battezzato con lo Spirito Santo e consacrato come Profeta per l’annuncio dell’Evangelo, come Re per compiere le opere della Carità del Regno, come Sacerdote per riportare tutti al culto al padre e come Sposo per acquistarsi la Sposa d’Amore e di Sangue. Lungo questo Tempo, privilegiato tra tutti gli altri dell’Anno liturgico, noi celebriamo Cristo Signore Risorto, mentre Lo contempliamo in uno degli episodi della sua Vita tra gli uomini, quando insegna, o opera, o prega. Questa Domenica Egli insegna come Profeta e Maestro divino la Dottrina del Regno di Dio.

Anche la volta scorsa, esaminando la “giornata di Cafarnao”, avevamo sottolineato come la guarigione dalle malattie e dalla sofferenza fosse il segno eloquente della potenza salvifica di Dio in Gesù.

Dalla sinagoga dell’episodio precedente alla casa di Simone ed Andrea (v. 29) dove la suocera di Simone ha una febbre maligna prosegue il programma battesimale del Signore con lo Spirito: prima l’annuncio, l’omelia nella sinagoga durante il sabato; segue la verifica operativa: l’espulsione dei demoni e le guarigioni, segno della presenza del Regno di Dio fra gli uomini (v. 39)

Sofferenza e dolore, parti integranti della vita dell’uomo, sono il problema per il quale cerchiamo una risposta valida. Mai come in queste condizioni di estrema debolezza l’uomo si trova a riflettere sulla propria debolezza e sul significato della presenza di Dio nella sua vita. Il dolore mette a dura prova la nostra fede è come «il fuoco che purifica l’oro nel crogiolo» (Sap 3,6).

Nell’Evangelo il racconto della guarigione della suocera di Pietro si concentra in modo speciale su Gesù che guarisce, pieno di potenza, perché vicino a Dio.

Il brano evangelico, pur nella sua brevità, risulta composto di tre piccole pericopi:

  1. la guarigione della suocera di Pietro (1,29-31);
  2. le molteplici guarigioni (1,32-34);
  3. la preghiera di Gesù (1,35-39),

I lettura: Gb 7,1-7

L’antichissima tradizione popolare vede in Giobbe l’eroe della sapienza e della sopportazione anche davanti alle sciagure più sconvolgenti. Ma non è questa l’immagine di Giobbe fornitaci dal libro che lo ha come protagonista. Essa corrisponde, infatti, solo al racconto dei primi due capitoli e dell’epilogo del libro: e questo racconto serve solo per inquadrare il suo vero problema, che è quello della ragione della sofferenza.

La nostra lettura è tratta dalla risposta di Giobbe al primo intervento dell’amico Elifaz. Giobbe introduce un soliloquio in cui parla con grande amarezza della miseria della vita umana in genere e del suo destino personale in particolare. Egli usa come immagini i tre proverbiali stati di vita miserabile:

  1. il servizio forzato nella milizia,
  2. il lavoro del mercenario,
  3. lo stato di schiavitù.

Infine (v. 7), rassegnato a morire, abbozza una preghiera per chiedere a Dio qualche istante di pace prima della fine.

In questa pagina densa di riflessione amara, al 1° discorso dell'”amico” Elifaz, che lo accusa (Gb 4,1 – 5,27), Giobbe gli risponde che non comprende la sua situazione (Gb 6,1 – 7,21). Infatti, è facile infierire su un innocente. Egli sente come un peso insopportabile che sulla terra la vita dell’uomo sia come il duro servizio militare, sotto la spietata autorità che incombe; è come l’esistenza di chi non possiede case e terreni e deve andare a giornata (v. 1); è come lo schiavo che dopo 16 ore di lavoro più che il cibo sospira il riposo, e come il mercenario ha un unico desiderio, il suo poco salario con cui vivere e far vivere la sua famiglia nullatenente (v. 2).

E lui? Dalla felicità di un’esistenza piena di beni e di prosperità nel timore di Dio, è prostrato dalla sorte assegnatagli dall’alto, nell’illusione di un tempo ormai nemico e persecutore, che diventa dolore insopportabile nelle lunghe notti dell’abbandono di tutti, conoscenti che scompaiono e amici che diventano i primi accusatori (v. 3). Egli non prende più sonno, anzi, non sa neppure se vedrà la mattina dopo, nell’insonnia medita e vede solo ombre lontane, paurose, e nel tormento può solo rigirarsi nel letto (v. 4).

Unica realtà sono i giorni che si inseguono veloci, tutti eguali e senza senso, come la spola della tessitrice, che si fermerà fatalmente quando verrà a mancare il filo (v. 6). Allora Giobbe riconosce che la sua vita è un soffio che presto spira, e sa che non vedrà di nuovo il suo bene, e di questo avverte l’amico (v. 7).

Alla domanda sul senso della sofferenza, il vecchio testamento non ha ancora una risposta sufficiente. Il brano evangelico ci indicherà in Cristo colui che si piega sulla miseria umana per vincerla.

Il Salmo responsoriale: 146,1-2.3-4.5-6 Inno

Il Versetto responsorio: «Risanaci, Signore, Dio della vita» (v. 3a, modificato per adattarlo alla pericope evangelica) canta che al Signore va la lode perché guarisce chi ha il cuore contrito. In questo salmo, nella preghiera del mattino, Israele confessava Dio come creatore, come protettore del suo popolo, amico dell’uomo «povero». Tra il grido di desolazione di Giobbe (I lettura) e la risposta del Dio compassionevole fattosi pellegrino sulle strade degli uomini (evangelo) la chiesa radunata in eucaristia dice la lode di Dio, che non può esprimersi se non nella forma del ricordo dei suoi interventi di salvezza a favore dell’uomo.

Contrasta con la cupezza di Giobbe il canto del Salmo di lode, di rara bellezza. È interessante ricordare qui ancora una volta che il gruppo dei Salmi 144-149, tutti «Inni di lode», formano come la grande «dossologia del Salterio», mentre il Sal 150 forma la «dossologia della dossologia del Salterio». Ora, il Sal 144 glorifica il Signore esponendo le sue meraviglie, come in una specie di elenco di quello che espliciteranno i Salmi seguenti. Tra essi, il Sal 146.

L’Orante esordisce con l’imperativo innico rivolto alla sacra assemblea dei fedeli, affinché all’unisono lodino il Signore.

Lodare ha sempre come oggetto

  1. la Persona del Signore,
  2. i suoi Nomi e titoli magnifici,
  3. le sue opere potenti e grandiose.

E di questa lode il Salmista subito dà due motivazioni inniche, ambedue valide, consistenti e molto belle, in quanto mostrano come ci si debba accostare al Signore degno della lode:

  1. I) perché è bene per i fedeli dare lode, ma in specie con il canto dei Salmi,
  2. II) e poi perché la lode rivolta al Signore riempie di esultanza il suo popolo (v. 1).

Il Signore allora dal Salmista e dal popolo in preghiera è contemplato nelle sue opere magnifiche. Tra esse la principale è che il Signore ha scelto e ha costruito Gerusalemme quale segno dell’unità del suo popolo, facendone la “sua” Città imperitura, nella quale raccoglie il suo popolo anche dopo la catastrofe babilonese (v. 2).

Ma Egli non si ferma alla genericità di una città impersonale e quasi anonima. Il Signore infatti cura una per una tutte le realtà che ha creato. Creò le stelle, e le ama, di continuo ne fa la rassegna, le conta una per una, a tutte ha dato il nome, e così può chiamarle e intrattenersi con esse come care amiche (v. 4). Con un paragone rabbinico, «dal minore al maggiore», se il Signore ama le stelle, tanto più ama le sue creature dilette, gli uomini, e per questo viene vicino a chi ha il cuore tribolato e infranto, e lo cura, e ne lenisce le piaghe per guarirle (v. 3).

Adesso l’Orante canta i titoli divini, in due modi. Il primo, è per la conoscenza che se ne può ricevere, e allora si sa che il Signore è Grande come l’immensità, che è Onnipotente come l’irresistibilità (v. 5a). Il secondo modo segue la via al contrario, ed è l’inconoscenza: il Signore è sapiente, anzi è la stessa Sapienza divina eterna, e tuttavia proprio per questo non esiste misura per poterne, non si dirà circoscriverne e comprenderne, ma neppure lontanamente calcolarne l’Intelletto onnisciente (v. 5b).

Tra le opere per cui deve a Lui salire la lode, il Signore è l’aiuto potente dei miti della terra (v. 6a), e insieme è l’implacabile ridimensionatore dei peccatori superbi, che prostra nella terra davanti al mondo (v. 6b).

Esaminiamo il brano

29 «Usciti… andarono subito»: Soltanto in questo primo capitolo Marco ripete otto volte l’inciso kai euthỳs («subito, immediatamente»: 1,10.12.18.20.21.23.29.30) e assieme alla straordinaria densità della congiunzione kai (usata più di 25 volte nei primi 29 versetti) l’espressione conferisce un senso di urgenza e di rapido progresso a queste descrizioni iniziali dell’attività di Gesù.

Il primo racconto è inserito nel contesto della giornata di Cafarnao e a dispetto della sua brevità ha un notevole significato Teologico.

L’episodio si pone a metà della giornata, che risulta così divisa: sabato mattina (v. 21) Annucio e preghiera comunitaria nella sinagoga; mezzodì (v. 29) vita ecclesiale: diaconia in casa con parenti, amici, ammalati ; sera (v. 35) preghiera personale e solitaria.

Marco si differenzia significativamente dal parallelo di Matteo dove appare un Gesù isolato e in atteggiamento ieratico, restando da solo faccia a faccia con la malata, quasi a dire che non c’è alcun intermediario, che Gesù non ha bisogno di nessuno per vedere le nostre infermità e intervenire a salvarci.

Nel brano parallelo di Luca, che pure sembra più vicino a Marco, l’attenzione è concentrata, oltre che sulla preghiera dei discepoli, sul gesto di Gesù, che si china sulla donna intimando alla febbre di andarsene.

30 «a letto con la febbre»: Nell’antichità la febbre stessa era considerata una malattia anziché un sintomo. In Marco il tratto saliente è nei v. 31 con una formulazione abbastanza strana della frase

31 «Accostatosi, la sollevò prendendola per la mano; la febbre la lasciò»: Il centro del brano è proprio in quel «la sollevò», in greco è usato il verbo egeírō.

Il verbo «alzare» con la connotazione di rimettere una persona in posizione eretta e anche di restituirle la salute, è caratteristico dei racconti di guarigione di Marco (2,9.11; 3,3; 5,41; 9,27; 10,49). Prima di Marco è usato in espressioni formulistiche che riguardano la risurrezione di Gesù dai morti (1 Cor 15,4; Gal 1,1; Rm 4,24; vedi anche At 3,15; 4,10).

Ricordiamo come per Marco la malattia e la morte manifestano l’impero del demonio e ogni guarigione è una vittoria messianica contro le forze del male. Anche nella guarigione della suocera di Pietro è all’opera la stessa forza divina che agirà nella resurrezione di Gesù; il verbo “sollevare” è infatti lo stesso verbo usato per la resurrezione di Cristo.

Anche il gesto della mano di Gesù ha la sua importanza: l’autore del Sal 72 (73), 23 canta al Signore: «Mi hai preso per la mano destra»; la mano di Gesù è per questa donna la stessa mano di Dio che interviene nella sua vita per liberarla (vedi anche icona pasquale della Discesa agli inferi dove l’umanità rappresentata dalla prima coppia umana, Adamo ed Eva, è potentemente “sollevata” su).

«si mise a servirli»: in gr. diakonéo, il senso primo è qui dare da mangiare, ma in Marco il verbo indica il dare la propria vita da parte di Gesù (cf. 10,45). La donna guarita è entrata nella stessa logica che guida la vita del Cristo.

Gesù libera, guarisce, resuscita per rendere l’uomo capace di servizio e di un servizio duraturo, come appare dal verbo greco all’imperfetto (continuità col passato).

Il servizio inoltre non è solo per Gesù ma per tutti! Ed è un servizio di libertà: la donna supera le rigide barriere religiose e sociali che impedivano ad una donna di servire un rabbino a tavola, se costui era circondato dai suoi discepoli.

32-34 : In questi versetti si ha un sommario dell’attività di Gesù e notiamo come per ben tre volte appaia il termine «demonio» che ritroveremo ancora ai v. 39.

E’ una delle preoccupazioni maggiori di Gesù quella di liberare gli uomini dal potere del male: Lui infatti è stato presentato come il più forte, l’ ischyrós (cf. 1,7) e la sua lotta durante la permanenza nel deserto è contro le tentazioni del satana (Mc 1,12-13).

In questi vv. appare per la prima volta il cosiddetto segreto messianico per il quale Gesù impone a tutti: demoni, miracolati, discepoli il silenzio sulla sua persona.

35-39: anche se temporalmente è iniziata un’altra giornata di Gesù, dal punto di vista narrativo anche questo momento, la preghiera nella notte, fa un tutt’uno con la “giornata di Cafarnao”. La preghiera solitaria di Gesù al mattino presto esprime la fedeltà all’insegnamento biblico che invita il credente a prolungare la preghiera lungo la notte («Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio animo mi istruisce» Sal 15,7; «Ecco, benedite il Signore, voi tutti, servi del Signore; voi che state nella casa del Signore durante la notte» Sal 133,1) e a desiderare di essere in preghiera al sopraggiungere del nuovo giorno («Svégliati, mio cuore, svegliatevi, arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora» Sal 56,9).

A differenza di Luca, in Marco gli accenni alla preghiera di Gesù sono pochi. Solo tre volte infatti levangelista Marco menziona la preghiera di Gesù: qui, 1,35; 6,46 all’inizio della notte dopo la moltiplicazione dei pani; 14,36ss la notte del Getsemani. A queste si possono aggiungere le parole di Gesù sulla croce. Solo pochi cenni, ma posti in contesti importanti.

All’alba Gesù si alza e si reca in un luogo deserto, per poter finalmente raccogliersi da solo a pregare il Padre (Mc 1,35). Questo è ancora un’insegnamento, poiché per pregare occorre tornare in se stessi, e quindi occorre “entrare nella propria stanza e chiudere la porta” alle impressioni e pressioni esterne, e pregare il Padre (Mt 6,6, preambolo al “Padre nostro”). I Padri spiegano che questa stanzetta misteriosa significa salire sulla Croce con il Signore e pregare insieme con Lui.

Simone e gli altri di questo non sono contenti. La folla fa pressione su loro, ed essi cercano il Signore e Lo trovano (Mc 1,36), e perfino Lo sollecitano con un rimprovero: “Tutti Ti cercano…” (Mc 1,37). Certo, le necessità della povera folla sono penose e infinite, ma il Signore adesso è cercato solo perché è considerato come il guaritore a disposizione, pronto e gratuito.

«quelli che erano con lui»: Alcune traduzioni preferiscono «i suoi compagni». La nostra traduzione, anche se più ingombrante, mantiene l’ambiguità dell’originale che non chiarisce se quelli al seguito fossero i quattro discepoli (1,29) o un gruppo più ampio della famiglia di Simone. Un’analoga espressione e ambiguità si trova in 3,21 (i suoi «familiari»: letteralmente «quelli attorno a lui»).

«si misero sulle sue tracce»: Il greco katadiṓkō ha la connotazione di «inseguire» in un senso ostile. Nei LXX è usato per l’inseguimento degli Israeliti da parte dell’esercito del faraone (Es 14,4.8.9.23) e nei salmi è molto frequente per l’inseguimento del giusto sofferente da parte dei suoi nemici (Sal 7,6; 18,38; 31,16; 38,20; 69,27; 109,16.31; 119,84.86.150.161). Questa è la prima indicazione dei progressivi malintesi tra Gesù e quelli che gli stanno più vicini – la sua famiglia (3,21-35) e i suoi discepoli – che si manifesteranno nel corso della narrativa.

«Tutti ti cercano!»: Anche se questo ribadisce il motivo della fama di Gesù (vv. 32-34), il verbo «cercare» (zētéō) assumerà in Marco una connotazione progressivamente negativa quando la gente comincia a non capire Gesù (3,32; 8,11-12) o quando sono gli avversari che lo cercano (11,18; 12,12; 14,1; cfr. 3,6). L’idea che «tutti» cercano Gesù è un altro esempio della tecnica di universalizzazione usata da Marco.

La risposta di Gesù è traversa e significante. Egli ha raccolto i primi discepoli e questi debbono andare con Lui ormai nei paesi intorno. Lì il Signore deve predicare (kērýssō) l’Evangelo del Regno (vedi quanto detto per la Domenica III, Mc 1,14-15), poiché per questo scopo preciso venne tra gli uomini (Mc 1,38). E così va e predica a cominciare dalle sinagoghe (synagōgàs autōn si noti il “loro”), per l’intera Galilea e ancora a recuperare il Regno al Padre, espellendo i demoni e il loro regno (Mc 1,39; vedi anche Mc 3,23- 27; e 1 Gv 5,19).

 

Antifona alla Comunione Sal 106,8-9

Rendiamo grazie al Signore per la sua misericordia,

per i suoi prodigi verso i figli degli uomini; egli sazia

il desiderio dell’assetato e ricolma di beni l’affamato.

 

Ancora un salmo (AGC). I fedeli sono “oggi qui” chiamati dall’orante a celebrare il Signore per le sue infinite misericordie e tra queste spicca tra tutte la cura personale del Signore che dà cibo divino alle anime affamate rendendo gradevole la vita davanti a Lui.

Questi fatti si ripetono oggi sia dall’ascolto della Parola, sia dalla comunione dello Spirito che si attinge alla Mensa dei Misteri, sia dall’appartenenza alla Chiesa, la Sposa del Signore, la Madre, l’Orante.

 

Colletta

Custodisci sempre

con paterna bontà la tua famiglia, Signore,

e poiché unico fondamento della nostra speranza

è la grazia che viene da te,

aiutaci sempre con la tua protezione.

Per il nostro Signore…

 

Oppure:

O Dio, che nel tuo amore di Padre

ti accosti alla sofferenza di tutti gli uomini

e li unisci alla Pasqua del tuo Figlio,

rendici puri e forti nelle prove,

perché sull’esempio di Cristo

impariamo a condividere con i fratelli

il mistero del dolore,

illuminati dalla speranza che ci salva.

Per il nostro Signore Gesù Cristo… 

La I preghiera chiede che la “famiglia di Dio” che sono i servi del Signore sia protetta dalla Divina grazia, nella quale solamente confida.

La II preghiera è più curata e ritroviamo i temi sviluppati nella lectio: l’amore di Dio e la sua misericordia per le necessità dell’umanità sofferente, che vengono redente perché unite alla sofferenza di Cristo sulla Croce e alla sua Resurrezione.

Fonte: Abbazia di Santa Maria a Pulsano