Il vangelo di questa settimana si apre con una buona notizia, la prospettiva di una novità, la possibilità di un inizio, sempre, in ogni ora buia della storia degli uomini.

Con il versetto iniziale che ci ricorda l’incipit del libro della Genesi, senza tanti preamboli, Marco vuole indicare subito quello che per lui è il principio, il fondamento di tutto: Gesù. San Paolo non si esprime in maniera dissimile e dice in Colossesi 1, 18: “Gesù è il principio”; ciò da cui ha preso l’avvio ogni cosa creata. Egli è la buona notizia, egli è l’evangelo che va annunziato ad ogni creatura, perché diventi una proposta di vita per chiunque lo ascolti.

L’araldo di questa buona notizia è Giovanni Battista, introdotto dalle parole “come sta scritto” formula che indica un adempimento preciso della Parola di Dio. Egli appare quindi come evento realizzante la Scrittura, come compimento escatologico, precursore del Messia. È infatti il messaggero escatologico mandato da Dio per preparare la via a Gesù, “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29).

Subito Marco ci presenta Giovanni come un uomo attivo, che battezza tutti quelli che accorrono da lui, insoddisfatti per una vita di cui non percepiscono più il senso, gravati dal peso di un’esistenza che gira a vuoto intorno ai conformismi, alle false sicurezze, all’ingiustizia. Uomini e donne che, spinti dal desiderio di un cambiamento, si affidano alla voce del Battista che proclama un battesimo di conversione, un’immersione totale in un cambiamento radicale della propria esistenza che risulti essere l’esatto opposto della vita di prima. Si tratta di una conversione del cuore, per preparare una strada interiore su cui camminare senza inciampi verso il Signore che sta per venire.

Il battesimo dato da Giovanni è quindi il segno della volontà di cambiare rotta, di andare nella direzione giusta, per incontrare il Signore e accoglierlo nella nostra esistenza.

Il versetto 6 presenta il sistema di vita condotto dal Battista, il quale anche nel modo di comportarsi mostra una scissione col passato e un’apertura alla novità assoluta del Cristo. Giovanni è ancora profondamente, integralmente profeta: dei profeti porta le insegne già negli abiti che indossa (cfr. 2Re 1,8) e nel cibo che mangia (cfr. Gn 43,11), ma non è un taumaturgo; dei profeti possiede soprattutto una voce che allora come ora non teme di apparire scomoda e invita alla necessità del discernimento. Nel deserto, la sua voce manifesta la sua forza profetica, perché diventa essenziale e diretta, purificata dai luoghi comuni, dalle frasi fatte. Infatti, l’evangelista Marco usa la parola “deserto” non come luogo dove si fugge il mondo, ma come luogo dove Dio si fa più vicino. Facilmente, si sarebbe tentati di scambiare la forza del richiamo di Giovanni per un titanismo sterile e la sua radicalità integrale, per noi così strana e quasi incomprensibile, per una scelta ridicola o perdente o comunque fuori dal tempo. Eppure, l’attualità di Giovanni è proprio nel rimandarci all’essenzialità e nel suo invito così prepotente al “cambiare mente” (metanoia).

Cosa dice l’araldo che grida, in nome del suo Signore? Dice questo: “Dietro di me (opiso moù) viene il più forte di me”. Colui che viene, l’atteso, è il Messia: ma nel testo di Marco ormai Gesù non è più soltanto chi viene dietro, alla sequela di Giovanni ma anche colui che viene dopo cronologicamente. Giovanni però ha ancora l’idea di un Messia esecutore del giudizio divino (Mt 3,7-10), non sa che la sua forza sta nell’ onnipotenza del suo amore.

Il versetto 8 calca ancora di più la differenza che c’è tra Gesù e Giovanni. Il Battista immerge il penitente nell’acqua; probabilmente Giovanni per tale pratica si ispirò al profeta Ezechiele, che aveva predetto una nuova alleanza di Jaweh con il suo popolo, dopo averlo purificato dai peccati ( Ez 36,25- 27):” Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi”

Gesù, il Messia, affonda il penitente non nell’acqua ma nella stessa vita divina, nello Spirito Santo, rendendolo partecipe della Pasqua del Signore. S. Paolo chiarisce bene questo concetto nella Lettera ai Romani “Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Rm 6, 3-5)

Il Battesimo di Giovanni, quindi non dà la remissione dei peccati ma prepara a riceverla. La remissione dei peccati verrà come un dono gratuito legato alla salvezza di Dio, un Dio che cancella i peccati. E questa è davvero una novità liberante. Ciascuno di noi può perdonare un altro ma nessuno può dimenticare che un altro ci ha fatto del male. Dio, invece cancella il peccato, non ricorda più, ci apre una possibilità di vita nuova.

Ecco, Giovanni si presenta agli uomini di ogni tempo come testimone della verità, l’Amico dello Sposo nella sua umiltà, modello dell’itinerario verso Cristo. Egli ci invita ad accogliere nella nostra vita il Veniente per eccellenza verso cui muovere i nostri passi, in un nuovo esodo. In questo esodo, non si tratta di raggiungere una terra, una patria anche se promesse; bensì una persona: Gesù, il Messia, il Figlio di Dio.

Commento a cura di Annalisa

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)


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