Commento al Vangelo di domenica 5 Maggio 2019 – mons. Giuseppe Mani

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Se Gesù riconduce i suoi discepoli in Galilea è per permettere, al di la degli scoraggiamenti della passione, di rinnovare con le meraviglie del passato la gioia della prima chiamata, la predicazione alle folle, la moltiplicazione dei pani, la tempesta sedata, i mille segni del suo amore quando era con loro. Così per noi, se il passato è pesante di miserie e di prove ha anche delle meraviglie che possono risvegliare la sua Presenza capace di offrirci un avvenire, una inattesa speranza. Osare una audacia missionaria quando Gesù è là.

E’ alla fine di una pesca infruttuosa che Gesù con la sua sola presenza e la sua parola opera il miracolo insperato della pesca miracolosa. Attraverso questo miracolo Giovanni attira l’attenzione sull’audacia di Pietro. Pietro non può vivere in un ghetto, deve gettare le reti in acque profonde. Abitati dallo Spirito di Gesù risorto siamo , come Lui , inviati verso i poveri, gli ammalati, i peccatori. Soprattutto oggi rendersi più solidali con le situazioni di precarietà in cui la vita, la dignità sono minacciate per aiutarle e rimettersi in piedi e a riprendere forza. La nostra audacia rischia di essere breve se Gesù non è con noi “Senza di me non potete far nulla”.

La chiesa non può consentire di essere solo un organismo umanitario a servizio dell’uomo, è la chiesa della lode e dell’annuncio della follia di Cristo Crocifisso. Mi ami veramente? E’ la questione che Gesù ci pone a certi tornanti della vita. La questione è posta per tre volte, con insistenza, come una nuova chiamata, un nuovo “Sono io“ di Gesù. Nella nostra vita, ci sono sempre, in effetti, due chiamate di Cristo e due risposte da parte nostra. La risposta che Gesù attende non è una risposta entusiasta, un po’ presuntuosa: “Da chi andremo tu hai parola di vita eterna”: Si tratta ora per noi, come per Pietro, di un amore che è dovuto crescere, morire attraverso le prove della Passione, la debolezza inevitabile delle infedeltà, dei nostri rinnegamenti.

“Mi ami tu? Fin dove mi ami tu?” Qual’ è questo amore più profondo che Gesù attende da noi dopo la Pasqua? Ascoltiamo semplicemente l’ultimo e sconvolgente dialogo tra Pietro e Gesù: “Signore, tu conosci tutto, tu sai che io ti amo.” In queste parole di Pietro abbiamo la più bella dichiarazione di amore del Vangelo. E’quando si è poveri che si comincia davvero ad amare. Allora non si conta più su sè stessi, si rimette all’altro, allo sguardo di Cristo, che, solo, vede la profondità del cuore. Se mi ami davvero rischia la vita. A partire da quel momento Pietro riceve una missione immensa ed esigente, senza istinto di proprietà: ”Pasci i miei agnelli. Pasci le mie pecorelle.”

E’ in effetti l’ora in cui Gesù annuncia a Pietro e a tutti noi il rischio della missione sui passi del Maestro: “Quando eri giovane andavi dove volevi; quando sarai vecchio un altro tu condurrà dove non vorrai andare”. L’apostolo, oggi come ieri, deve essere pronto, non soltanto ad offrire il Vangelo ma anche la propria vita. Il più bello è sempre davanti. Queste esigenze potrebbero farci paura ma l’ultima parola di Gesù non è la Croce ma l’amore. “Avendo così parlato Gesù disse a Pietro: Seguimi” E’ questa parola che Gesù ci dice nei grandi tornanti della vita:” Non temere, un altro, un amore ti precede, tu cammina, avanti…”. Sant’Agostino commenta questo passo così: “Non guardare più indietro….. Guarda Colui che ti conduce….Non guardare nè di qua né di là dove ti porta. Colui che ti conduce cammina davanti a te.

Ama Colui che ti conduce!”.

Fonte – il sito di mons. Giuseppe Mani

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