Commento al Vangelo di domenica 5 Maggio 2019 – Monastero di Marango

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«Dicevano questo per metterlo alla prova e per aver motivo di accusarlo». Accusano una donna di adulterio, ma non per difendere l’unione coniugale, bensì per accusare Gesù. A quel tempo, come oggi, non mancano i falsi paladini della famiglia: la vogliono solo strumentalizzare, usandola come arma contro le persone; parlano di valori religiosi, ma se la prendono con Gesù che, pur rispettando le sane istituzioni della vita di una società, è più attento alle persone che alla formalità della Legge.
Paolo era stato anche lui un rigorosissimo fautore della Legge, fino a diventare persecutore di chi non la osservava.

Poi, quando è stato preso dalla Grazia, ha «lasciato perdere tutte queste cose, per guadagnare Cristo ed essere trovato in Lui» (seconda Lettura). L’osservanza della Legge fa sentire di essere superbamente giusti davanti a Dio e porta a giudicare gli altri: ci si fa dio a se stessi e si nega il prossimo. È la più assoluta stortura della fede e della Legge stessa: potremmo dire più negativa di molti peccati commessi della fragilità umana.

Invece, come Paolo, bisogna lasciarsi «conquistare da Cristo»: da questo volto umano di Dio che si china fino a terra perché nessuno si senta condannato, al posto dello sguardo arrogante e cattivo degli accusatori della donna.

Come risposta al suo malevolo coinvolgimento sulla questione dell’adulterio, da parte degli scribi e dei farisei, Gesù reagisce con un gesto ripetuto: si china, scrive, si rialza, parla. Ho letto, tempo fa, un’interpretazione che dava valore simbolico a questa azione ripetuta: seppure in ordine rovesciato, corrisponderebbe alle due volte che Mosè è salito e sceso dal monte, dove ha ricevuto le tavole della Legge, scritte con «il dito di Dio» (Es 31,18).

Perciò, con il suo gesto, Gesù rinvia alla Legge non come strumento di rigorismo religioso, ma come segno di misericordia. Mosè è dovuto salire due volte sul monte e ha ricevuto una seconda volta le tavole della Legge perché, proprio mentre Dio gli dava le prime, il popolo si era dato all’idolatria, totale perversione del rapporto con quel Dio che con la sua Legge si legava indissolubilmente a Israele, provocando l’ira di Mosè e la sua distruzione delle tavole. Proprio per questo si deve vedere che la Legge è stata data in un contesto di misericordia, un contesto che deve diventare anche l’ambito della sua applicazione. Il rigorismo fanatico e formale degli scribi e dei farisei costituisce, perciò, non la messo in pratica della Legge, ma il suo snaturamento.

L’estrema sanzione della pena capitale per la colpa di adulterio – insieme a tutta una serie di altre colpe contro la famiglia che prevedevano anch’esse la messa a morte – non andava presa alla lettera. Si trattava di leggi scritte in un tempo molto più tardo, ma attribuite a Mosè, per cercare di spiegare la situazione di rovina, l’esilio, che il popolo di Israele stava vivendo. Era stato infedele a Dio, perché non si era guardato dal non assumere certi stili di vita dei cananei, con i quali Israele era in stretto contatto da quando si era insediato in Palestina, e che esercitavano un certo fascino sugli ebrei, perché la loro cultura e la loro vita erano più ricche e sviluppate: fra questi anche l’uso “normale” dell’infedeltà coniugale. «State attenti a non fare come i cananei, che sono idolatri»: questo è il senso vero della prescrizione della lapidazione in caso di adulterio, quindi da non applicare alla lettera.

«Chi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». Ci sono peccati risaputi e peccati nascosti, ma tutti siamo peccatori. È a questo che Gesù rinvia, per far cogliere che nessuno può permettersi di condannare un peccatore. C’è una giustizia da osservare: è stato infranto un patto d’amore e di fedeltà; ma c’è anche, da parte di chi accusa rifacendosi alla Legge, la giustizia del proprio peccato da riconoscere. Tutti siamo responsabili, perché ogni colpa ferisce la giustizia e così influenza negativamente la vita di tutti, anche se, concretamente, non colpisce nessuno. Gesù, rinviando gli accusatori della donna al loro peccato, dichiara che l’infrazione della Legge viene superata non con le condanne, ma con un impegno personale ad essere più attivi e responsabili con la propria presenza positiva nella società.

«Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più»: sono parole che, come nessun’altra, possono aprire la vita. «D’ora in poi»: Gesù perdona la donna peccatrice non per aggiustare il suo passato colpevole, ma per aprire la possibilità di un nuovo futuro. Dinanzi a Gesù tutti risultano peccatori: la donna, scoperta in flagrante, ma anche gli scribi e i farisei, che se ne vanno quando Gesù dice: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». Solo che la donna se ne va con davanti un altro futuro, aperto dal perdono di Gesù, mentre gli altri se ne tornano al loro passato, ancora carichi dei loro peccati, perché rifiutano un Cristo che porta tutta la novità della misericordia di Dio. Come quello del padre misericordioso della parabola, il perdono di Gesù è incondizionato e gratuito. Cosa gli faceva pensare che, una volta liberata, la donna non tornasse a compiere gli errori di prima!? Eppure Lui scommette sulla possibilità di una nuova vita della donna, per questo è capace di perdonare tutto a tutti. La sua passione per l’avvenire di vita di felicità dell’uomo diventa la sua Passione. La Croce è proprio quel «caro prezzo» (1Cor 6,20) del suo amore che ci guadagna il paradiso (cfr. Lc 23,43). A noi sta di guardare avanti con fiducia, invece che continuare a fissarci verso il passato con recriminazione.

A cura di Alberto Vianello – Monastero di Marango

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