Commento al Vangelo di domenica 5 Aprile 2020 – Comunità di Pulsano

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DOMENICA «DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE»

Con questa Domenica che è l’ultima della quaresima ha inizio la grande settimana dell’anno liturgico, la «settimana santa»; questa «Grande e Santa settimana» è come un’inquadratura generale di tutto il mistero, che nei giorni seguenti rivivremo con fedeltà addirittura cronologica anche se dolorosamente in modalità diverse dagli altri anni. Celebriamo la Pasqua “restando a casa” e secondo le scarne disposizioni stabilite dalla Congregazione per il Culto Divino (si veda la nota allegata in fondo alla lectio).

La celebreremo dunque nelle case! Come il popolo di Israele in esilio – quando appunto era senza tempio, senza sacerdoti – ha iscritto la celebrazione della Pasqua nella ritualità familiare, così dovremmo imparare a celebrare nelle case. Lo faremmo ponendo al centro la Parola di Dio.

In questi giorni di emergenza molti vescovi e presbiteri vivono in modo strano e spesso disarticolato il loro ministero. Qualcuno è preso da un’ansia compulsiva di fare qualcosa. Si moltiplicano le messe via web, i messaggi vocali, i gruppi whatsApp che scambiano forsennatamente altri messaggi altri video… Mi sembra che tutto questo non provochi serenità e preghiera nelle comunità ma una babele senza misura. Troppe parole, forse per nascondere silenzi imbarazzanti, un senzo di impotenza, la privazione di un ruolo!

Credo che sia importante trovare una misura tra il desiderio di stare vicini alla gente – sacrosanto – e la capacità di accettare un vuoto, una debolezza, un tempo “inoperoso”. Solo se si ha la fede per entrare in questo tempo sospeso, in questa mancanza, forse si potranno regalare parole che nascono dal profondo, che sgorgano da un silenzio pieno di ascolto (Non è così che si prepara un’omelia davvero mistagogica?).

Ora, una Settimana strana come questa, va preparata. «Dove vuoi che prepariamo per celebrare la Pasqua?» (Mt 26,17) chiedono i discepoli a Gesù. Scopriamo anche questo: non si celebra la Pasqua se non la prepariamo. Non è come abbonarsi ad un canale televisivo o andare al cinema, prenotare, pagare un biglietto o un canone, recarsi nelle sale o sprofondare nella poltrona di casa e poi ascoltare, assistere. La Pasqua non la si assiste, la si celebra e quindi ci si prepara, forse questa volta come mai prima.

Forse questa “emergenza” è l’occasione perché «emerga» una liturgia nella linea di una sacramentalità più esistenziale e non semplicemente rituale e il popolo di Dio come soggetto vivo della fede. Non come soggetto passivo, che assiste ad un rito che altri per lui celebrano, ma che si scopre «popolo sacerdotale», in grado di celebrare davvero in maniera “consapevole, attiva e piena” secondo diritti e doveri in forza del Battesimo (cfr Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium n. 14 e Principi e norme del messale romano, cap 1, n. 3). È un’occasione unica, non avremo – e speriamo davvero  mai più come questa – molte altre opportunità che ci costringano a compiere quel salto di qualità che il Concilio ci ha indicato ma che fatichiamo così tanto a mettere in opera. Tutta l’assemblea è soggetto celebrante, ovvero ogni credente deve imparare non ad “assistere” ma a celebrare attivamente. Ora può e deve farlo, altrimenti rimane un vuoto incolmabile. Questo in realtà è vero sempre: in ogni celebrazione, anche in quelle che normalmente facevamo nelle nostre chiese, anche in quelle solenni nelle cattedrali, il soggetto celebrante è tutta l’assemblea! E i ministri, chi presiede in particolare, vive il suo servizio non per sostituire il popolo di Dio, ma per aiutarlo a sentirsi parte attiva della celebrazione. E se questo vale per ogni Domenica, vale anche per la Pasqua. Lo spazio della casa è chiamato a diventare luogo del culto spirituale. Ogni famiglia deve inventarsi uno spazio con dei segni che richiamino la fede: un cero, un crocifisso, una tovaglia particolare che viene messa sulla tavola nei momenti celebrativi. Chi poi nella casa vive isolato sarebbe bello se nel piccolo, con le precauzioni consigliate, le nostre case si aprissero per momenti di preghiera condivisi. Accade già: qualcuno va dall’amica vicina a recitare il rosario, ma ora non potrebbe anche celebrare la Pasqua? E se si rimane soli si celebra lo stesso, perché «il Padre vede nel segreto» (Mt 6,6) della tua stanza e ascolta le tue preghiere forse ancora di più perché segrete!

Tutto questo poi potrebbe rimanere come un’esperienza che si può sempre ripetere: possiamo davvero celebrare la fede nelle case, nella vita quotidiana, in ogni giorno. Le relazioni più intime, se vere, se vissute in Cristo, diventano «tempio dello Spirito[1]» (1Cor 6,19-20). Il luogo dell’incontro con Dio è Gesù Cristo e con lui ogni uomo che lo accoglie: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). L’uomo è l’unico vero santuario dal quale si manifesta e irradia l’amore del Padre per le sue creature. È questa la fede del credente. “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3,16) scrive Paolo, talmente convinto di questa realtà da affermare “Cristo vive in me” (Gal 2,20). Nella certezza che non manchino al popolo di Dio, ai vescovi e ai presbiteri, la creatività per sostenere tutti i credenti nel vivere in modo «eccezionale» questa Pasqua 2020 raccolti attorno a un tavolo di casa per pregare, celebriamo la Pasqua nell’emergenza, lì dove siamo, ma anche in comunione con tutta la Chiesa particolare di cui siamo parte.

Ci permettiamo qualche suggerimento minimo per celebrare il triduo pasquale:

Giovedì Santo

L’evangelista Giovanni nel suo evangelo non riporta l’ultima cena ma la lavanda dei piedi. Le disposizioni stabilite dalla Congregazione per il Culto Divino hanno tolto il gesto liturgico, comprendiamo ed accettiamo. Si potrebbero rileggere i testi che istituiscono il memoriale (dal libro dell’Esodo 12,1-14, il Sal 115(116), dalla prima lettera di Paolo ai Corinti 11,23-26, dall’evangelista Giovanni 13,1-15 e dall’evangelista Matteo 26,17-29). Non possiamo celebrare l’Eucaristia in casa, ma spezzare un pane e condividerlo può rimandare al senso di quello che ogni domenica viviamo con tutti i credenti, per ricordare che l’eucaristia è celebrata quando ci mettiamo a servizio gli uni degli altri.

Venerdì Santo

Al centro del Venerdì Santo c’è la croce di Gesù e il racconto della sua morte. Diventa importante scegliere una croce da mettere al centro, che sia quella che poi ogni volta ci invita a pregare. Davanti alla croce leggere il racconto della passione e morte del Signore (Gv 18,1-19,42) e poi una preghiera universale, perché la croce ci raccoglie tutti (e in questi momenti con particolare riferimento a chi soffre per il contagio e a chi opera per la cura dei malati).

Sabato Santo

Questo è un giorno particolare dove regnano il silenzio e l’assenza di celebrazioni. Abbiamo vissuto quasi tutta la quaresima come un lungo Sabato Santo di silenzio e senza riti. Allora questo giorno lo si potrebbe consacrare al silenzio. Si pongono i segni: una candela spenta, un crocifisso coperto, una tavola spoglia.

Domenica di Pasqua

La domenica di Pasqua la si vive come ogni domenica senza la celebrazione dell’eucarestia in chiesa. Una celebrazione della Parola – non mancano i sussidi che possiamo trovare in abbondanza in rete – che si conclude con una festa, un pranzo condiviso, un momento di gioia. Senza dimenticare chi è solo, oltre che a parenti ed amici, annunciare la Resurrezione di Cristo per dare una parola di vicinanza e di speranza. Anche i più restii hanno usato il telefono in questi giorni e spesso, ma forse ancor più in un giorno come questo.

 

Lectio divina dell’evangelo di Mt 21,1-11

In una «settimana» della storia del mondo si sono compiuti gli avvenimenti decisivi attraverso i quali Dio ha operato la -nostra redenzione. Questi eventi sono la passione, la morte e la risurrezione di Cristo. É il mistero della pasqua, ossia il «passaggio di Cristo da questo mondo al Padre» attraverso la sua passione, morte e risurrezione e, in lui e per lui, dell’umanità intera dalla schiavitù del peccato alla vita divina della grazia. Gesù, morendo ha distrutto la morte, e risorgendo ha ridato a noi la vita.

La morte e la risurrezione di Cristo, che è rinnovata in ogni divina liturgia celebrata ogni domenica, nella settimana santa viene come rivissuta dalla Chiesa anche cronologicamente. La caratteristica, infatti, di questa celebrazione annuale della pasqua è di essere compiuta in tre giorni. La chiesa attraverso i riti segue passo passo, momento per momento, il suo Signore che per lei va al Calvario e per lei è glorificato dalla potenza di Dio. Questi giorni hanno qualcosa di sacramentale: in essi opera Cristo. Per chi crede, sono i giorni della salvezza. La settimana santa, soprattutto il triduo pasquale, è al centro di tutto l’anno liturgico e di tutta la vita sacramentale della Chiesa. Perciò «se v’è liturgia che dovrebbe trovarci tutti compresi, attenti, solleciti ed uniti per una partecipazione quanto mai piena, degna, pia e amorosa, questa è quella della grande settimana. Per una ragione chiara e profonda: il mistero pasquale, che trova nella settimana santa la sua più alta e commossa celebrazione, non è semplicemente un momento dell’anno liturgico; esso è la sorgente di tutte le altre celebrazioni dell’anno liturgico stesso, perché tutte si riferiscono al mistero della nostra redenzione, cioè al mistero pasquale» (Paolo VI).

La liturgia di questa Domenica, come dice il titolo stesso, fa commemorazione:

  1. dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme;
  2. della passione del Signore.
  3. La commemorazione dell’ingresso del Signore in Gerusalemme

Tutti gli evangelisti mettono in rilievo questo ingresso solenne nella città santa da parte di Gesù, acclamato dalla folla degli ebrei il messia, cioè il salvatore.

Il fatto ha un profondo significato di fede. Mentre i capi del sinedrio pensano ormai alla eliminazione di Gesù, in quel momento il chicco di grano che muore comincia a dare frutto: alcuni pagani chiedono di vedere Gesù. Quel piccolo gruppo di stranieri sono il nucleo della futura chiesa. Il Figlio dell’uomo è glorificato: è riconosciuto dal resto d’Israele e dalle primizie dei popoli pagani (cf. Gv. 12, 12-50).

La liturgia, fedele al dato rivelato, non trascura questo mistero di salvezza.

Non si tratta di fare un pio ricordo o di mirare un avvenimento del passato, ma si tratta di rendere presente «oggi» l’avvenimento attraverso la parola di Dio e di viverlo nella fede.

«Oggi» siamo chiamati a riconoscere la divinità di Gesù e la sua azione di salvezza, come messia, trovando i modi più adeguati per dare rilievo concreto alla nostra fede. Anche il segno esterno della processione, quindi, acquista tutta la sua rilevanza nella misura in cui formiamo una comunità di fede con l’annuncio della parola di Dio.

  1. La commemorazione della passione del Signore

Questa è la Domenica dell’anno nella quale la liturgia della Chiesa commemora in modo particolare la passione del Signore. In tutte le altre domeniche, infatti, la liturgia sottolinea congiuntamente la passione e la risurrezione. Gesù, oggi, entra nella città santa per consumarvi il sacrificio: i capi del popolo giudaico hanno già deciso di condannarlo. Tutta la liturgia della messa, illuminata dai racconti della passione dei tre evangelisti Matteo, Marco e Luca, che si leggono nel susseguirsi di un triennio, ci aiuta coi suoi testi a comprendere il significato salvifico della passione e morte di Gesù:

«Egli, che era senza peccato, accettò la passione per noi peccatori e, consegnandosi a un’ingiusta condanna, portò il peso dei nostri peccati. Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza» (Prefazio).

Il Padre celeste ci dà come modello di vita il Cristo, suo figlio, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce. La Chiesa prega di avere sempre presente, attraverso questo modello, l’insegnamento della passione del Signore per partecipare alla gloria della risurrezione (colletta).

Gesù, infatti, con la sua persona e la sua storia non è soltanto un modello morale da imitare, ma è il principio vitale della nostra vita di credenti. Mediante la fede e i sacramenti noi partecipiamo alla sua stessa vita che dobbiamo poi esprimere con la nostra.

Con la processione delle palme iniziano le celebrazioni della Settimana Santa non solo cronologicamente, ma anche e soprattutto «sacramentalmente». Tutto ciò che la Chiesa vive nei giorni santi — la passione e morte del Signore — viene introdotto simbolicamente con il significativo rito della processione.

Ma questa «introduzione» nel significato della Settimana Santa tramite la processione delle palme si verifica solo se si sa dare a questo rito il suo vero significato. Si tratta di «significare » l’entrata di Cristo nella Gerusalemme definitiva attraverso il trionfo della sua morte. La processione non ha, dunque, come fine principale quello di imitare l’evento storico avvenuto la domenica precedente la morte del Signore, ma di presentare un simbolo di ciò che in quell’avvenimento era «profetizzato», dando al popolo uno strumento per partecipare all’entrata escatologica di Gesù, attraverso il mistero pasquale, nel regno definitivo di Dio. Si deve vivere questa celebrazione «come una profezia della passione e del trionfo del Signore» (Caerimoniale episcoporum, n. 263), cioè, come un cammino che lo porta dalla croce fino alla gloria, cammino che, assieme al Signore, la Chiesa vuole percorrere con quella fede che proclama anche quando soffre e sembra fallire, perché riconosce e confessa la sua vittoria definitiva.

E in questo contesto, nell’acclamare e nel seguire il Crocifisso che è Re, che la processione delle palme riacquista la sua vera dimensione.

La solennità speciale di questa Domenica si richiama all’antica tradizione di Gerusalemme (sec. 4°), dove sul “luogo stesso”, proclamando l’Evangelo dell’evento, la Chiesa celebrava il Vespro facendo la “stazione” dalla Basilica dell’Eleona[2], sul Monte degli Olivi. Poi in processione con tripudio di canti e reggendo le palme, la Comunità si recava alla basilica  dell’Anastasis, visitando il luogo del Golgota; quindi si celebrava la divina liturgia di S. Giacomo (greca). Cominciava così la Settimana più densa dell’anno quanto a contenuti evocativi e celebrativi.

Le note che risuonano oggi formano un’intensa sovrapposizione di gioia per la Gloria del Signore che si manifesta, e di profonda meditazione sul senso che la Passione prossima ha per Lui, per tutti i fedeli redenti e santificati, per il destino del mondo.

Oggi la liturgia di questa giornata non si apre con la commemorazione dell’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme fuori dalla chiesa ma all’interno di essa con un ingresso solenne o semplice a discrezione del presidente e prosegue poi con la celebrazione domenicale della Passione. Per giungere alla Resurrezione, il Signore è passato (ha dovuto!) attraverso la voragine della morte. Per questo il titolo della domenica[3] ha voluto unire i suoi due aspetti, che sono perfettamente coerenti, poiché l’entrata del Signore nella città santa, prossimo scenario dei fatti culminanti della sua vita, sta a indicare la definitiva visita di Dio al suo popolo.

Per comprendere la Quaresima abbiamo detto che è sempre celebrazione del Signore Risorto con lo Spirito Santo che, Domenica per Domenica, attuando una particolare memoria dell’Iniziazione cristiana santa, non solo accompagna i catecumeni che avanzano nella specifica preparazione alla medesima Iniziazione comune ma che accompagna tutti (= mistagogia) alla resurrezione comune.

Tutti i battezzati, fattisi attenti discepoli dello Spirito Santo, sono chiamati a seguire il Signore, il Vittorioso su ogni tentazione che con l’Iniziazione santa aiuta a superare le debolezze e ci Trasfigura nella Sua stessa Trasfigurazione. Alla Samaritana ha promesso, ma a coloro che lo seguono dona l’Acqua della Vita che è lo Spirito Santo, per l’adorazione perfetta del Padre. Mentre al cieco nato dona la luce della visione umana, ai suoi, nati nella cecità del peccato, dona 1’«illuminazione» che è l’Iniziazione alla Luce divina. Mentre resuscita Lazzaro, anticipo della sua Resurrezione operata dallo Spirito Santo, e della resurrezione comune operata alla fine dei tempi dal medesimo Spirito Santo, a coloro che lo seguono dona, nell’Iniziazione, la caparra della resurrezione.

La Domenica delle Palme celebra e contempla ancora il suo Signore mentre prende possesso della sua Città regale, Gerusalemme, la Sposa (processione delle Palme) e così, quale Figlio dell’uomo, Re, Profeta, Sacerdote, che si avvia alla Croce, la accetta, la vive per intero portando il carico del peccato e del dolore di tutti gli uomini (cf. Evangeli della “Passione del Signore”).

Sulla Croce realizza per intero la sua missione divina di servo sofferente (Is 50,4-7) e ancora dalla Croce, come “partoriente”, mentre grida al Padre rivela anche la gioia del popolo futuro che nasce dal dolore (Sal 21). Colui che si manifesta come il Dio da Dio prende volontariamente la «forma di servo… facendosi obbediente alla volontà del Padre… accetta la morte di Croce» nella consapevole “umiliazione di se stesso”, nel volontario “svuotamento” e ricevendo dal Padre “il nome” divino da adorare per la Gloria del Padre (Fil 2,6-11).

Evangelo della processione: Mt 21,1-11

L’ingresso gioioso di Gesù a Gerusalemme è una scena messianica che ricalca le cerimonie di investitura regale molto comuni nell’antico oriente e anche qualche volta nei libri della bibbia (cfr. 1 Re 1,33-35). Gesù tuttavia, lo sappiamo bene, è un re che viene non per dominare, ma per servire e dare la sua vita a redenzione dell’umanità. «Cristo non entrò in Gerusalemme su un magnifico cocchio, come hanno fatto gli altri re; non ha imposto tributi, non ha incusso terrore, né era circondato da guardie armate di lance[4], eppure era lui quella stella che doveva spuntare da Giacobbe e quello scettro che doveva sorgere da Israele[5]».

Così la liturgia, dopo la scena gioiosa della intronizzazione regale di Gesù, passa immediatamente al racconto della sua passione. Nella liturgia bizantina gli inni della festa (apolytikion e kontàkion) sono gli stessi della Resurrezione di Lazzaro:

– Per confermare la comune resurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato dai morti Lazzaro, o Cristo Dio, per la qual cosa anche noi, come i fanciulli, portando i simboli della vittoria, a Te, vincitore della morte, gridiamo: Osanna nel più alto dei cieli, benedetto Colui che viene nel nome del Signore.

– Sepolti assieme a Te, o Cristo Dio nostro, per mezzo del battesimo, attraverso la Tua resurrezione siamo fatti degni della vita immortale. Perciò inneggiando gridiamo a Te: Osanna, nel più alto dei cieli; benedetto Colui che viene nel nome del Signore.

Se guardiamo la pericope evangelica in sinossi vediamo come il nostro brano ha paralleli sia in Mc 11,1-11 che in Lc 19,28-40 ed anche nell’evangelo di Gv 12,12-16.

Il contesto in cui è posizionata la pericope, risponde pienamente alle direttive liturgiche; se osserviamo lo schema di Matteo il brano si situa tra la «salita a Gerusalemme», con penultima tappa a Gerico (19,1-20,34), ed il «ministero messianico a Gerusalemme» (cf 21,1-25,46).

Il nostro brano fa da cerniera, introducendo all’ultima parte della Vita del Signore prima della Croce e della Resurrezione. L’azione di questo episodio, che è la continuazione di quella del brano precedente, è collocata da Matteo in una sola giornata, la descrizione della quale termina in 21,17 con la cacciata dei venditori dal Tempio. L’entrata di Gesù nella città santa assume per esplicita iniziativa del Maestro, il carattere di una pubblica manifestazione della sua regalità messianica, finora tenuta volutamente in penombra; ma si tratta di una regalità ammantata non di sfarzo e di potenza, ma di povertà e mansuetudine.

Esaminiamo il brano

v. 1a – Il testo comincia con l’andatura di un pellegrinaggio del Signore, con un piccolo gruppo dei discepoli e delle donne fedeli che lo seguivano, ma che è destinato a diventare un corteo imponente, festoso, gioioso, una processione sacra popolare e solenne. Un corteo nuziale che accompagna lo Sposo verso la casa della sposa.

«Betfage»: dall’aramaico bèt-paggè = casa dei fichi immaturi è, probabilmente, il villaggio di cui si fa cenno nel versetto seguente. Il suo nome, data la scarsa importanza, non compare nell’A. T.

Da Marco e Luca è nominato insieme a Betania e quindi la sua ubicazione non dovrà cercarsi lontano da essa, alle falde orientali del monte degli Ulivi.

«Monte degli Olivi» Gesù con i suoi da Gerico (20,29) si avvicina a Gerusalemme; ora si arresta sul Monte degli Olivi, nel piccolo abitato di Betfage, sul versante orientale dell’altura.

Questo monte era ben noto dalla Scrittura: secondo i Profeti, ad esempio, il Signore stesso sarebbe venuto su esso, in un giorno terribile di sola luce, di raccolta del popolo, di fuga delle nazioni sconfitte (Zac 14,4); questa venuta avrebbe fatto scaturire Acque vive da Gerusalemme (Zac 14,8).

Il principio della redenzione d’Israele, tra «segni» irresistibili (cf tutto Zac 14) sarebbe avvenuto con la Manifestazione del Signore, che si sarebbe reso visibile all’universo, venendo «con tutti i santi suoi» (Zac 14,5). Questo monte era stato testimone del fatto tragico che fu la rivolta di Assalonne contro il padre David; allora David, l’Unto del Signore, la figura del Re messianico d’Israele, fuggendo davanti all’incalzare del figlio, era salito nel pianto su questo monte, con l’Arca dell’Alleanza e con il «resto» dei suoi fedeli (2 Sam 15,30). Gesù ricapitola questi fatti, e per due volte. Poi, Risorto, torna sul Monte degli Olivi, nella località chiamata anche «la Galilea» (e non quella classica!) (At 1,12), per ascendere al Padre e donare lo Spirito che è anche il Fuoco della Pentecoste (At 2,1-4).

1b-3 – Adesso avviene un episodio abbastanza misterioso. Il Signore invia due discepoli (due testimoni validi, cfr Dt 19,15). Essi andranno in un villaggio… li rimanderà subito.

Esiste un parallelo altrettanto misterioso, la preparazione della sala per mangiare la Pasqua, presso un proprietario della casa, che accondiscenderà volentieri (26,18-19); anche qui il Signore invia un messaggio, che sembra quasi convenzionale. I due personaggi generosi sono ignoti.

«un’asina»: In Oriente l’asino è una cavalcatura tutt’altro che disprezzata: sovrani e grandi personaggi amavano cavalcare bestie giovani, non ancora impiegate nei lavori.

un’asina legata e con essa un puledro: Marco 11,2 dice: «un puledro legato». I due animali di Matteo possono essere dovuti a una lettura letterale del parallelismo di Zc 9,9 («… cavalca un asino, un puledro figlio d’asina»). Il termine polos («puledro») potrebbe anche riferirsi al cavallo, ma qui, alla luce di Zc 9,9 deve trattarsi di un giovane asino.

«conducetela a me» imp. aoristo positivo che come tale ordina di iniziare un’azione nuova.

«Il Signore ne ha bisogno…»: Non è chiaro se le istruzioni impartite ai discepoli da Gesù siano in conseguenza di un accordo fatto in precedenza con il proprietario degli animali o se invece indichino una preveggenza soprannaturale. Analogamente, il termine kyrios è ambiguo: può significare «signore» o «maestro», ma per i primi lettori cristiani significava «il Signore».

«Non considerate questo fatto come una cosa da poco conto – commenta Giovanni Crisostomo (349-407 – In Matt. 66,2) -. Chi può persuadere delle persone, verosimilmente povere e che si guadagnano la vita con il loro lavoro, a lasciarsi portar via i loro animali, forse unica loro proprietà, senza opporsi? Ma perché dico senza opporsi? Anzi, senza neppure dire una parola, o quanto meno, dopo aver chiesto il motivo, tacendo e acconsentendo. Mi sembra, infatti, che nell’uno e nell’altro caso il comportamento di costoro sia ugualmente ammirevole, sia che non abbiano fatto resistenza quando vennero portate via le loro bestie, sia che – dopo aver chiesto e avuto la spiegazione degli apostoli: il Signore ne ha bisogno – abbiano acconsentito, pur non vedendo il Signore, ma solo i suoi discepoli».

4-5 – Il solenne corteo che avrà luogo tra poco è anticipato dalla spiegazione che avviene nei vv. 4-5 con la «formula di compimento»[6]

«perché si compisse»: Matteo rende esplicita la citazione dell’AT che sta dietro Mc 11,10. La prima parte («Dite alla figlia di Sion») è presa da Is 62,11. La seconda parte è di Zc 9,9 («Ecco, il tuo re viene…»). Matteo quindi presenta l’entrata di Gesù in Gerusalemme come il compimento delle profezie dell’AT.

«fecero quello che aveva ordinato loro Gesù»: Matteo tralascia Mc 11,4b-6 che descrive come i discepoli hanno eseguito gli ordini di Gesù. L’omissione dà maggior risalto all’adempimento della Scrittura e attenua l’idea della preveggenza di Gesù (o di un accordo preventivo).

II testo interrompe in un certo senso la narrazione, per concentrare l’attenzione sul fatto: «Questo poi avvenne», ossia fu causato da Dio, «affinché fosse adempiuto (cioè da Dio, «passivo della divinità») il Detto mediante il Profeta (così) parlante».

Le «formule di compimento», tipiche di Matteo si organizzano come una fitta rete di rinvìi alla Santa Scrittura, la Parola Divina – Fatto divino che si viene attuando. Questo comincia in 1,22 e termina con la Passione (27,9).

Il testo presentato al v. 5 è una Scrittura tratta per sé da due profeti, ma connessa ed unita per farle dire l’anticipo che adesso si rivela in tutta la sua portata (cf. Is 62,11 e Zac 9,9).

Il testo di Zaccaria tradotto dall’ebraico suona così:

Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina.

L’invito al giubilo, una caratteristica degli annunci messianici, è stato sostituito dall’evangelista con una frase più semplice («Dite[7] alla figlia di Sion »), tolta da Is 62,11.

Le parole «giusto e vittorioso» sono omesse sia da Matteo che da Giovanni allo scopo di evitare l’equivoco di un messianismo politico foriero di guerre, anche se «giuste e vittoriose».

Solo Matteo fra i sinottici, nota il compiersi della profezia di Zaccaria. Anche il quarto Evangelo ricorda l’adempimento dello stesso vaticino profetico (Gv 12,14). Ambedue i testi, tardivi, parlano in un contesto di restaurazione del popolo dopo l’esilio. Il grande Re viene a prendere possesso della sua città.

Egli non si presenta con la potenza temibile delle armi, i carri e la cavalleria, escluse da Zac 9,10. È il Re pacifico che sconvolge tutti i progetti di odio e di guerra; lo dimostra la sua cavalcatura, l’asina mite che allatta il tenero puledro tenuto con se. Il cavallo nella tradizione biblica rappresenta il rifiuto di Dio per confidare nella propria forza e intelligenza, l’arroganza del conquistatore brutale (cf Sal 19(20),8; 32(33),16-17).

«mite, seduto su un’asina…»: Matteo tralascia da Zc 9,9 l’espressione «Egli è giusto e vittorioso», per dare maggiore enfasi alla «mitezza» o umiltà del re Gesù. Il parallelismo del distico ebraico ha probabilmente indotto Matteo a pensare che si trattasse di due animali (cf 21,2).

«un’asina e su un puledro» le due cavalcature sono riferite nel testo profetico solo per la legge stilistica del parallelismo che ama presentare una verità e, come nel nostro caso, una stessa entità smembrata in due.

6-8 – Matteo a differenza degli altri si preoccupa dell’esatto svolgimento dei fatti e dal v. 7 non si riesce a capire se Gesù abbia cavalcato l’asina o il puledro. Gli altri sinottici che non riportano la profezia evitano tale confusione.

«stese i suoi mantelli»: la folla per l’entusiasmo, come noi facciamo con l’infiorata, coprono i suoi passi con le loro vesti; così si faceva con i re (cf. 2 Re 9,13).

«rami dagli alberi» altri invece anticipando la maggiore festa dell’anno, quella delle Capanne, di questa usano i simboli (cf. Lv 23,40) e pongono i rami d’alberi per la via, come omaggio, anziché tenerli in mano come prescrive il rito (v. 8).

Marco parla di «rametti frondosi tagliati dai campi» (11,8), mentre Giovanni menziona i «rami delle palme» (12,13).

L’uso cerimoniale dei rami di palma era più indicato per la festa delle Capanne e di Hanukkah[8] che per la Pasqua (vedi Lv 23,39-43; 1 Mac 13,51; 2 Mac 10,7).

  1. 9-11 – Le folle, tra gli altri canti che possiamo immaginare siano stati eseguiti, assumono, forse come ritornello, un versetto di salmo; il 118,26a. – il salmo 118 fa parte e conclude il gruppo di salmi (che vanno dal 113 al 118 ) detti dell’ «Hallel egiziano», che insieme a quelli del «grande Hallel» (salmi 135-136 ), vengono recitati nella cena pasquale ebraica.

(I salmi 146-150 sono chiamati dalla tradizione 1’«Hallel finale»; Hallel = lode a Dio ). Il sal 118 è importante perché, da questo scrigno, il Nuovo Testamento e la liturgia vi hanno attinto a piene mani:

  1. è il salmo responsoriale nella liturgia della Dom. di Risurrezione;
  2. è citato a più riprese dal NT (cf v. 22 in Mt 21,42; At 4,11 e il v. 26 in Mt 21,9 e 23,39);
  3. il v. 24 nella tradizione cristiana è applicato al giorno della Resurrezione di Cristo;
  4. d) il salmo ha dato origine anche all’acclamazione cristiana «Osanna», dall’ebraico òshi’ah-na’, «oh, si, salvaci!» del v. 25; questi con il v. 26 è poi entrato nel Sanctus della messa romana (come anche in oriente).

E così Gesù entra nella città, che da tanta esultanza è scossa.

«fu in agitazione» qui l’evangelista usa un termine misterioso eseisthe, lett. «fu scossa come colpita da un terremoto». Il vocabolo, desunto dal linguaggio apocalittico, ricorre solo tre volte nel N.T. in riferimento a fatti che hanno una portata escatologica (cfr. 27,51 per la morte di Cristo e 28,4 per la resurrezione).

La venuta del Messia costituisce l’ultimo appello di salvezza che Dio rivolge alla «Figlia di Sion», il cui rifiuto preluderà alla catastrofe «escatologica» della nazione eletta (cfr. 24,2).

«Chi è costui» è la domanda fatidica che amici e nemici si pongono davanti alla misteriosa personalità di Gesù di Nazaret (cfr. 8,27; 12,23). La Domenica delle Palme è la festa dei bambini e l’iconografia dedica loro grande attenzione. Essi non si chiedono «Chi è costui?», sono invece coloro che con le loro grida: «Osanna al figlio di Davide» suscitarono l’indignazione di scribi e farisei (cf Mt 21,10-16). L’episodio dei bambini che vanno incontro al Signore con le palme non ha riscontro negli Evangeli. Si potrebbe pensare al brano in cui si dice che i sommi sacerdoti e gli scribi, al vedere le meraviglie che faceva e i «fanciulli che acclamavano nel tempio: Osanna al figlio di Davide», si sdegnarono e gli dissero: «Non senti quello che dicono?», e Gesù rispose loro: «Sì, non avete mai letto: dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata la lode?» (cf Mt 21,15ss; Sal 8,3). A tal proposito si narra nell’Apocrifo di Nicodemo che «i sommi sacerdoti e scribi (…) e gli altri ebrei tennero consiglio e andarono da Pilato ad accusare Gesù di molte azioni malvagie (…). Ma Pilato li chiamò e disse loro: Come posso, io che sono un governatore, esaminare un re?». «Essi gli risposero: Noi non diciamo che egli sia re, bensì è lui che lo afferma di se stesso. «Pilato allora chiamò un cursore[9] e gli disse: Mi sia condotto qui Gesù, ma con gentilezza! «il cursore uscì fuori e quando riconobbe Gesù, l’adorò, stese a terra il sudario che aveva in mano, e gli disse: Signore, cammina qui sopra e vieni, che il governatore ti chiama. «Gli ebrei vedendo ciò che faceva il cursore, mandarono alte grida e dissero a Pilato: Perché non l’hai convocato per mezzo di un araldo, ma gli hai inviato un cursore? Il cursore, infatti, vedendolo lo adorò, distese a terra il suo sudario e ve lo fece camminare sopra come un re. «Allora Pilato, chiamato a sé il cursore, gli domandò: Perché hai fatto questo: hai steso a terra il tuo sudario e hai fatto camminare sopra Gesù? «Il cursore gli rispose: Signor governatore, allorché tu mi inviasti da Alessandro a Gerusalemme, lo vidi che sedeva sopra un asino e i fanciulli ebrei con delle frasche in mano gridavano, mentre altri stendevano i loro vestiti davanti a lui, dicendo: Salva ora, tu che abiti nelle altezze! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!». «Gli ebrei risposero al cursore gridando: I fanciulli ebrei gridavano in ebraico, come fai tu a saperlo in greco?». «Il cursore rispose loro: Ho domandato ad un ebreo: Che cosa gridano costoro in ebraico? «Gli ebrei gli risposero: Hosiahna bimromìm. Barùk habà bshem Adonai. «Pilato domandò: Che cosa significa ‘Osanna’ e il resto?». «Gli risposero: Salva ora, tu che abiti nelle altezze! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!». «Pilato allora disse: Voi stessi dunque confermate che i fanciulli dicevano queste parole; in che cosa ha dunque mancato il cursore? «Ed essi tacquero»[10]. I bambini, quindi, realizzano la profezia del re Davide che dice: «Con la bocca dei bambini e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli» (Sal 8,3; cf Mt 21,16).

«Questi è il profeta»: La gente di Gerusalemme è a conoscenza della reputazione di Gesù che l’ha preceduto in città. Finora gli abitanti di Gerusalemme non lo conoscono ancora direttamente. Per i lettori di Matteo questa poteva essere un’allusione al «profeta come Mo» (vedi Dt 18,15.18). Le nozze preparate dal Padre per il figlio, consacratovi dallo Spirito, stanno per avvenire. Il corteo nuziale è appena cominciato!

In corteo dunque con i rami di ulivo e attraverso il canto dei salmi 23 e 46 la liturgia ci aiuta a vivere questa realtà escatologica, superando il pericolo di limitarci a un semplice ricordo del fatto storico che sta alla base di questo significativo rito. Ecco ora alcune note sui salmi:

Il contenuto del salmo 23

La liturgia cristiana nell’adottare salmo 23 per la processione della Domenica delle Palme, situa questo testo proprio nel suo significato più autentico e primitivo: un canto processionale.

Il salmo 23 viene ad essere come una metafora che canta l’epifania, o manifestazione di Dio, al popolo: i frontali, le porte antiche che si aprono, sono come delle allusioni a una liturgia solenne o a un’esperienza mistica che portano l’uomo più vicino a Dio. Questa è una delle realtà che poeticamente canta il salmo 23.

Si può leggere l’inno dei vv. 7-10 del nostro salmo — la sua parte centrale e la più antica — anche come un canto di vittoria intonato davanti all’Arca che è intronizzata solennemente nel tempio dopo una campagna militare. Può darsi che il nostro testo sia l’eco dei canti del trasferimento dell’Arca dell’alleanza a Gerusalemme dopo la conquista della città da parte di Davide (2 Sam 6).

Un altro possibile fine dell’inno dei vv. 7-10 è quello di essere un canto utilizzato nella liturgia di intronizzazione di Iahvè creatore e vincitore tanto del caos primitivo come dei nemici d’Israele. In questo contesto si capiscono molto facilmente i primi versetti del nostro canto, che proclamano la grandezza non solo del vincitore — «il Signore forte e potente» — ma anche del creatore del­l’universo, di colui che «fondò la terra sui mari».

Diciamo, infine, che i vv. 7-10 possono anche essere interpretati come un inno escatologico che esprime e canta solennemente la fede del popolo nella piena restaurazione del regno di Dio. In questo senso, le «porte antiche» alluderebbero alle porte della nuova e definitiva Gerusalemme celeste, verso la quale il popolo si dirige simbolicamente, mentre nel suo significato fisico si trasferisce al tempio materiale della città santa.

Il significato liturgico del salmo 23 nella processione della Domenica delle Palme

È relativamente facile applicare ciascuno dei diversi significati letterali del salmo 23, dei quali abbiamo appena parlato, alla processione della Domenica delle Palme. Facile e innegabilmente ricco di quelle prospettive di spiritualità e di contemplazione del mistero cristiano cui deve improntarsi la più autentica partecipazione dei fedeli alla liturgia di questo giorno.

I vv. 7-10 soprattutto, scritti per una processione nella quale l’Arca, simbolo della presenza di Dio, è introdotta nel tempio, accompagnata da un popolo che acclama il suo Signore, si applicano perfettamente al nuovo popolo di Dio che vuole associarsi a Cristo che entra nel suo mistero pasquale, per introdurre la vera arca — il suo Corpo umano nel quale abita la pienezza della divinità — nel tempio definitivo della gloria. Nel contemplare e unirsi a Gesù che si dirige verso la sua morte, per «passare» con il suo corpo nel tempio definitivo di Dio, e che sta già toccando le sue architravi che sono la morte che aprirà queste porte, il popolo chiede con insistenza: «Alzatevi porte antiche ed entri il re della gloria».

L’entrata di Gesù a Gerusalemme fu una vera «epifania» divina, una luce che risplendette nelle tenebre, come canta Isaia (Is 60,1-2). Tutt’intorno c’erano solo tenebre, perché il rifiuto definitivo di Gesù da parte delle autorità stava già culminando; ma, nonostante queste esperienze di fallimento, il popolo cristiano sa che il cammino della croce è un passo verso la gloria e per questo acclama profeticamente il Crocifisso: «Entra il Signore, il Re della gloria».

Il salmo 23, soprattutto cantato alla vigilia del grande trionfo pasquale, è anche un canto espressivo in onore della vittoria di Gesù nella dura battaglia della passione contro i suoi nemici: il peccato e la morte. Se dopo le campagne di Davide l’Arca dell’alleanza ha potuto essere intronizzata vittoriosamente a Gerusalemme, dopo la battaglia della passione il corpo di Cristo è intronizzato definitivamente nel tempio della Gerusalemme celeste. Il Re che acclamiamo nella processione della Domenica delle Palme è il «Signore, forte e potente, il Signore potente in battaglia», come dice appunto il nostro salmo.

Il canto del salmo 23, collocato come inizio delle feste della passione del Signore, può avere ancora un altro aspetto, nuovo e importante: quello del carattere escatologico — o del trionfo definitivo e ultimo — che ha per l’umanità intera il transito pasquale di Cristo: Cristo cammina davanti al suo popolo, in testa alla processione dell’umanità intera che, seguendo il suo Signore, passa da questo mondo al regno, dalla morte alla vita, certo, attraverso il parto doloroso della passione del Signore, le sofferenze del suo corpo, la Chiesa, ma con la totale certezza del trionfo finale. In questo contesto, la processione delle palme, accompagnata dal canto del salmo 23, offre una bellissima immagine: «Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi porte antiche, ed entri il re della gloria», accompagnato dal suo popolo che, attraverso il trionfo della croce, spera di entrare con il suo Re per le porte eterne del suo regno.

Sulla soglia della Settimana Santa, dunque, il salmo 23 ci aiuta a contemplare e a cantare l’ingresso definitivo del Signore nel suo regno. Canteremo di nuovo questo stesso salmo 23 — è suggestivo ricordarlo e sottolineare il parallelismo già dalla Domenica della Palme — nell’Ufficio del Sabato Santo, giorno della sepoltura del Signore. Anche in quel giorno, già a poche ore dalla manifestazione del trionfo del Signore nella celebrazione della Notte pasquale, quando il corpo del Signore riposa ormai dalle fatiche della sua battaglia, la Chiesa, insistendo nella speranza del trionfo definitivo — escatologico — del suo Signore, canterà di nuovo con fede ed entusiasmo: «Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria!». Con questi sentimenti ci accingiamo, pieni di fede, alla celebrazione della pasqua del Signore.

Nella liturgia della processione della Domenica delle Palme non solo ricordiamo l’ingresso del Signore a Gerusalemme e cantiamo e «profetizziamo» il suo ingresso pasquale ed escatologico nel cielo, ma anche che il popolo vuole «passare» con il suo Signore da questo mondo al Padre, unirsi alla pasqua e al trionfo del suo Signore: in questo contesto, dunque, prendono vita le espressioni — certamente secondarie e storicamente più recenti — dell’inizio del salmo 23: «Chi salirà il monte del Signore?». Il popolo cristiano, che si prepara a seguire il suo Signore lungo il cammino del trionfo pasquale, che desidera ricevere «la benedizione del Padre» assieme a Cristo, deve avere «mani innocenti e cuore puro». Si tratta di un requisito, di un inizio necessario, e perciò questa specie di esame risulta appropriato — anche se è secondario e come tale bisogna meditarlo e cantarlo — per iniziare il salmo, per disporsi a «salire il monte del Signore», per accompagnare il Signore con le palme del trionfo pasquale nelle mani.

Ricordiamo infine che il salmo 23 nella liturgia della processione della Domenica delle Palme è accompagnato da un’antifona, anch’essa molto significativa: «Le folle degli ebrei, portando rami d’ulivo, andavano incontro al Signore, e acclamavano a gran voce: Osanna nell’alto dei cieli!». Vale la pena ripetere la frase inziale: fisicamente e apparentemente il Signore entra nella Gerusalemme terrestre; ma le folle degli ebrei, che la folla dei fedeli vuole imitare, proclama già l’entrata del Signore nel regno: «Osanna, non nella Gerusalemme visibile verso la quale si dirige il Signore, ma nei cieli». Gli ebrei — oggi i fedeli — cantano in realtà il passaggio pasquale. Non solo, dunque, dal salmo 23, ma anche dalla sua antifona siamo invitati alla contemplazione e all’acclamazione del regno escatologico del Signore simboleggiato dal suo ingresso a Gerusalemme e che si inaugura con la sua entrata nella gloria.

Il contenuto del salmo 46

Il secondo salmo della processione delle palme è il 46. Il suo contenuto è, in fondo, molto simile a quello del salmo 23 e per questo la sua spiegazione può essere molto più breve. Letterariamente si tratta di un inno a Iahvè vincitore. Gli accenti del canto sembrano echeggiare una grande vittoria: Dio «ci ha assoggettati i popoli, ha messo le nazioni sotto i nostri piedi». È sicuramente il canto dei rimpatriati di Babilonia, che ritornano gioiosi alla loro terra, ora che il potere del nemico è stato sottomesso da Ciro.

Probabilmente questo canto è stato poi usato nella liturgia d’Israele, come il salmo 23, quale inno liturgico per la festa dell’intronizzazione dell’Arca; o è stato usato come canto in alcune feste reali per acclamare la presenza del Signore nella figura del monarca.

Il significato liturgico del salmo 46 nella processione della Domenica delle Palme

L’antico inno a Iahvè, presente in Israele nella figura sia dell’Arca che del monarca vincitore dei nemici, viene usato spesso da noi cristiani, soprattutto sulla soglia della grande celebrazione pasquale, come inno a Cristo vincitore del male nella sua morte e risurrezione.

Possiamo dire che il salmo 46 canta il mistero pasquale in tutto il suo aspetto culminante e finale, cioè nel momento in cui tutto è arrivato alla realizzazione totale con l’esaltazione di Cristo. Per la Chiesa il salmo 46 è soprattutto il canto dell’Ascensione, l’ultima fase del mistero pasquale: se Israele cantava con questo salmo l’Arca collocata nel tempio o il suo re seduto sul trono come figura di Dio — «Ascende Dio tra le acclamazioni, Dio siede sul suo trono santo» —, noi cristiani vediamo in questo salmo Gesù esaltato nella sua umanità al di sopra di ogni creazione e seduto alla destra del Padre. Ed è precisamente il cammino — la processione — che porta a questa esaltazione ciò che si vuole significare nella processione della Domenica delle Palme. È per questo che il salmo 46 risulta particolarmente appropriato nella processione della Domenica delle Palme per esprimere «profeticamente» la fede pasquale, soprattutto nel contesto della Pasqua.

Il salmo 46, come il 23, ha anche un grande significato escatologico che lo rende più adatto come canto per la Domenica delle Palme: effettivamente, in questo salmo cantiamo il regno di Cristo, non nella sua tappa terrena attuale, ma giunto alla sua realizzazione totale: quando tutti i popoli, tutte le nazioni acclameranno il Signore, quando Cristo regnerà di fatto su tutte le nazioni, cioè nell’ultimo giorno, il giorno escatologico che aspettiamo come il giorno del Signore.

Un aspetto proprio di questo salmo 46 — che certamente il salmo 23 non contiene — è il carattere di universalità con il quale la Chiesa deve vivere il mistero pasquale. Cristo, in effetti, non è morto e risuscitato unicamente per la Chiesa, ma per tutti gli uomini: «Per noi uomini e per la nostra salvezza …fu crocifisso, morì e fu sepolto, è risuscitato ed è salito al cielo» recita la nostra Professione di fede. La Chiesa non è l’ultima destinataria del regno del Signore, ma anche lo strumento — il sacerdozio — e la «profezia» (cf LG 1) della salvezza universale. Questo è un nuovo motivo che rende questo salmo adatto alla processione-atrio di entrata delle celebrazioni pasquali. La Chiesa, che con i salmi 23 e 46 canta il suo Re escatologico, nell’acclamarlo pensa a tutti i popoli e confessa che il regno che celebra e che si inaugura con il mistero pasquale di Gesù Cristo è universale.

Diciamo per concludere che, se l’antifona che accompagna il salmo 23 risulta particolarmente suggestiva perché sottolinea il significato escatologico del re che celebriamo, mettendo sulle labbra della folla ebrea — e oggi dei fedeli cristiani — l’acclamazione del regno che deve venire — «Osanna nell’alto dei cieli» —, anche quella che accompagna il salmo 46 risulta evocativa di questo stesso importante aspetto perché sottolinea, anche se con altre parole, il mistero escatologico: canta, infatti, il Signore, il Figlio di Davide, come «colui che viene», cioè che si avvicina sempre di più, che è sempre più vicino, per portarci il regno desiderato e cantato oggi dalla Chiesa.

Conclusione

Se pensiamo alle celebrazioni liturgiche di una parrocchia, potremmo giudicare difficile adottare i salmi 23 e 46 per ambientare la processione delle palme; sarà sicuramente più facile che il popolo non solo canti, ma che soprattutto arrivi a capire altri canti più semplici. Ma lasciarsi consigliare da ciò che risulta più facile e più comodo può essere pericoloso: forse in questo modo stiamo cadendo in quel progressivo impoverimento del vero e ricco significato della liturgia. Una piccola catechesi — o forse un’omelia sul mistero pasquale, fatta con fervore in qualche data vicina alla Domenica delle Palme — commentando questi salmi nel modo in cui li spiegava sant’Agostino alla gente semplice di Ippona e sulla stessa linea con la quale li abbiamo commentati qui, arricchirebbe più della semplice adozione di alcuni canti più facili ma anche meno «divini» (i salmi sono parola di Dio) e indubbiamente più poveri per il popolo, che deve celebrare non vaghi sentimenti religiosi sulla passione del Signore, ma l’autentico mistero pasquale di Gesù Cristo.

Soprattutto le comunità religiose — singolarmente quelle contemplative — dovrebbero cantare con entusiasmo questi salmi che, senza dubbio, faranno della Settimana Santa un evento cristiano particolarmente denso, di una densità che certamente non possiedono altri canti che insistono su aspetti molto più marginali del regno che il nostro Messia viene a inaugurare. Queste comunità — anche le più povere di possibilità musicali — potrebbero forse ricordare e applicare ai canti propri della Settimana Santa la saggia riflessione di Tommaso da Kempis: «Se ogni anno acquistassimo una virtù, saremmo presto perfetti». Se ogni anno si imparasse uno dei canti nuovi propri per ognuno dei giorni santi, presto le celebrazioni pasquali assumerebbero un’altra fisionomia, assomiglierebbero di più all’ideale e, soprattutto, sarebbero più contemplative ed evocative del mistero cristiano che celebriamo.

Colletta

O Dio onnipotente ed eterno,

che hai dato come modello agli uomini

il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore,

fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce,

fa’ che abbiamo sempre presente

il grande insegnamento della sua passione,

per partecipare alla gloria della risurrezione.

Egli è Dio…

Coronavirus, le norme per celebrare la Settimana Santa

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2020-03/pandemia-coronavirus-settimana-santa-decreto-culto-divino.html

La Congregazione per il Culto Divino stabilisce in che modo organizzare i riti del momento centrale per la fede cristiana nei Paesi colpiti dal Covid-19. Dove sono in vigore restrizioni, non sarà possibile riunire i fedeli in assemblea

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

Sarà una Pasqua dolorosamente diversa per tutta la cattolicità e le chiese vuote di quest’ultimo periodo ne sono il simbolo. La pandemia da Coronavirus ha richiesto al dicastero vaticano del Culto Divino l’elaborazione di un Decreto con le “indicazioni generali” da seguire nell’organizzazione delle celebrazioni che vanno dalla Domenica delle Palme a quella di Pasqua. Un documento che aggiorna quello pubblicato il 19 marzo scorso, si è reso necessario – si legge – in considerazione del “rapido evolversi della pandemia” e “tenendo conto delle osservazioni pervenute dalle Conferenze Episcopali”.

Fedeli coinvolti a distanza

Una prima indicazione riguarda la data della Pasqua. Poiché “non può essere trasferita”, si afferma che nei Paesi “colpiti dalla malattia, dove sono previste restrizioni circa gli assembramenti e i movimenti delle persone, i Vescovi e i Presbiteri celebrino i riti della Settimana Santa senza concorso di popolo e in luogo adatto, evitando la concelebrazione e omettendo lo scambio della pace”. Inoltre, il decreto chiede che i fedeli “siano avvisati dell’ora d’inizio delle celebrazioni in modo che possano unirsi in preghiera nelle proprie abitazioni”. Potranno essere di aiuto, si osserva, “i mezzi di comunicazione telematica in diretta, non registrata. In ogni caso rimane importante dedicare un congruo tempo alla preghiera, valorizzando soprattutto la Liturgia Horarum.

Sussidi per la Settimana Santa

Una seconda parte del Decreto fissa le disposizioni da seguire nelle singole celebrazioni della Settimana Santa – per vivere bene la quale, si sottolinea, le Conferenze Episcopali e le singole diocesi sono invitate a “offrire sussidi per aiutare la preghiera familiare e personale.

Domenica delle Palme

La celebrazione della Domenica della Palme dovrà avvenire “all’interno dell’edificio sacro” e si richiede che le cattedrali adottino “la seconda forma prevista dal Messale Romano, nelle chiese Parrocchiali e negli altri luoghi la terza”. Per ciò che concerne la Messa crismale gli episcopati potranno, a seconda della situazione del Paese, indicare un eventuale trasferimento di data.

No alla lavanda dei piedi

Anche il Triduo pasquale subisce variazioni notevoli, a cominciare dal momento culmine della Messa in “Coena Domini” del Giovedì Santo, per la quale il dicastero vaticano decreta che “la lavanda dei piedi, già facoltativa, si ometta”. Non verrà effettuata neanche la processione conclusiva e il Santissimo Sacramento verrà custodito nel tabernacolo. “Eccezionalmente” viene concessa ai presbiteri la facoltà di celebrare la Messa “senza concorso di popolo, in luogo adatto”.

La preghiera per malati e defunti

Durante la preghiera universale del Venerdì Santo sarà cura dei vescovi “predisporre una speciale intenzione per chi si trova in situazione di smarrimento, i malati, i defunti”. Modificato anche l’atto di adorazione alla Croce, il bacio, si specifica, “sia limitato al solo celebrante”.

Processioni, il vescovo decide se slittano

Infine la Veglia Pasquale che si chiede sia celebrata “esclusivamente nelle chiese Cattedrali e Parrocchiali” e che per la liturgia battesimale “si mantenga solo il rinnovo delle promesse battesimali”. Il Decreto chiude invitando seminari, collegi sacerdotali, monasteri e comunità religiose ad attenersi alle indicazioni e lasciando al “giudizio del vescovo” il trasferimento ad “altri giorni convenienti, ad esempio il 14 e 15 settembre” le “espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale”.

Le raccomandazioni per le Chiese Orientali

Anche la Congregazione per le Chiese Orientali ha fornito delle indicazioni analoghe al Dicastero del Culto Divino. Tra le raccomandazioni, la richiesta di mantenere “rigorosamente le feste nel giorno previsto dal calendario liturgico, con le relative celebrazioni che sarà possibile realizzare e trasmettere in streaming in modo che possano essere seguite dai fedeli nelle case”, ai quali va comunque ricordato “il valore della preghiera personale e familiare”

Per il Giovedì Santo, poiché nella celebrazione liturgica della mattina alcune Chiese sui iuris celebrano la consacrazione del Santo Myron, “tale celebrazione – si afferma – non essendo legata in Oriente a questo giorno, può essere spostata ad altra data”. Per il Venerdì Santo si invita a valorizzare “la preghiera attorno alla Croce e alla tomba di Cristo, da soli o in famiglia, utilizzando i ricchi testi delle tradizioni orientali propri del giorno”. Per la notte di Pasqua l’invito alle famiglie è “a radunarsi per leggere il Vangelo della Resurrezione, accendendo un lume e cantando alcuni tropari o canti tipici della rispettiva tradizione che spesso sono conosciuti a memoria dai fedeli”, dove “possibile attraverso il suono festoso delle campane”.

[1] – 1Cor 6,19-20: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. 20Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!».

[2] – L’Eleona cioè: nell’oliveto. Essa fu una delle tre basiliche costruite da S.Elena, al tempo di Costantino, sulle tre «mistiche grotte»: quella del S. Sepolcro, di Betlemme e del Monte degli Ulivi. Queste grotte avevano conservato i ricordi più cari ai cristiani.

[3] – Domenica delle Palme e della Passione del Signore.

[4] – Cfr. Giovanni Crisostomo, In Matt. 66,2

[5] – Cfr. Nm 24,17.

[6] Nell’Evangelo di Mt le c. d. «formule di compimento» esplicite sono almeno 12: 1,22-23 (su Is 7,14); 2,15 (su Os 11,1); 2,17-18 (su Ger 31,15); 2,23 (incerta: Num 6,1-21, o Is 11,1, o Is 53,2); 3,3 (su Is 40,3-5); 4,14-16 (su Is 8,23); 8,17 (su Is 53,4); 12,17-21 (su Is 42,1-4); 13,14-15 (su Is 6,9-10); 21,4-5 (su Is 62,11; Zac 9,9); 26,55-56 (su testo incerto); 27,9-10 (su Ger 32,6-9; Zac 11,12-13).

[7] – Dite: imp. aoristo positivo.

[8] – Hanukkah è una festività ebraica, conosciuta anche con il nome di Festa delle Luci. In ebraico la parola chanukkah significa “dedica” ed infatti la festa commemora la consacrazione di un nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la rivolta maccabea contro il re Antioco IV Epifane. Il miracolo di Chanukkà è narrato nel Talmud, ma non nel libro dei Maccabei. La festa celebra la sconfitta, per mano di Giuda Maccabeo, dei Seleucidi e la successiva riconsacrazione del Tempio. La festività, durante gli otto giorni, è caratterizzata dall’accensione dei lumi di un particolare candelabro ad otto braccia chiamato chanukiah. La storia, riportata nel Talmud, racconta che dopo la riconquista del Tempio, i Maccabei lo spogliarono di tutte le statue pagane e lo sistemarono secondo gli usi ebraici. Scoprirono, inoltre, che la gran parte degli oggetti rituali era stata profanata. Secondo il rituale, la menorà del Tempio doveva essere illuminata in permanenza con olio di oliva puro. Nel Tempio però trovarono olio sufficiente solamente per una giornata. Lo accesero comunque mentre si apprestavano a produrne dell’altro. Miracolosamente, quel poco olio durò il tempo necessario a produrre l’olio puro: otto giorni.

[9] – Il cursore è un funzionario impiegato come corriere giudiziario dello stato.

[10]– Evangelo di Nicodemo, I,1-4 passim.

Fonte: Abbazia di Santa Maria a Pulsano