Domenica dei «vignaioli omicidi»

XXVII Dom. Tempo Ordinario A

Mt 21,33-43; Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9

Eccoci allora di fronte a un’altra parabola che evoca una vigna, come già quella ascoltata domenica scorsa (cf. Mt 21,28-32). L’immagine della vigna era ben conosciuta da Gesù e dai suoi ascoltatori, perciò, non appena Gesù inizia la parabola dicendo che “un padrone aveva piantato una vigna“, i presenti capiscono subito di cosa si tratta: è una storia su Dio e su Israele, sua vigna. Dopo essere entrato nella città santa di Gerusalemme in mezzo ad acclamazioni (cf. Mt 21,1-11) e aver compiuto il gesto della cacciata dei commercianti dal tempio (cf. Mt 21,12-17), Gesù torna nel tempio per annunciare con parabole la venuta del regno dei cieli. Oggi ascoltiamo la seconda di queste parabole, in realtà un’allegoria, indirizzata a quei sacerdoti e anziani del popolo che erano venuti a contestare Gesù interrogandolo sulla sua autorità, sull’origine della sua missione (cf. Mt 21,23-27). Ancora una volta Gesù ripete l’invito: “Ascoltate!”, ridice questo comando tante volte gridato da Mosè e dai profeti. Si tratta di smettere di sentire soltanto, per imparare ad ascoltare con attenzione una parola che viene dal Signore, ad accogliere nel cuore questa parola al fine di operare un mutamento e realizzare ciò che il Signore chiede a chi è e vuole essere in alleanza con lui. Una nota tratta da una lectio di Enzo Bianchi (fondatore di Bose): «nel Mediterraneo la vigna è la coltivazione per eccellenza, che comporta anni di lavoro, richiede cura e amore, esige un rapporto stabile e pieno di attenzione verso di essa da parte del vignaiolo.

Basta pensare che la vigna è un impianto stabile, occupa il terreno per generazioni, non è come un prato o un campo che annualmente possono essere destinati ad altre coltivazioni. Proprio questo legame duraturo, questa vera e propria alleanza tra la vigna e il vignaiolo, generano un amore profondo ed appassionato da parte di chi lavora per la “sua“ vigna. Sono queste le ragioni per cui già i profeti avevano intravisto nell’amore tra vignaiolo e vigna una narrazione dell’amore tra Dio e il suo popolo ed erano ricorsi all’immagine della vigna per esprimere il rapporto di alleanza: una storia tormentata ma piena di amore tra il Signore e la sua proprietà, il suo tesoro (segullah: cf. Es 19,5: «Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra!»; Dt 7,6: «Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore, tuo Dio: il Signore, tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla terra»; ecc.). Isaia, in particolare, aveva cantato “il canto di amore dell’amante per la sua vigna“ (Is 5,1-7 la I lettura). Il profeta aveva raccontato dunque di un vignaiolo che aveva vangato la terra, l’aveva liberata dai sassi e vi aveva piantato ceppi scelti di vite. L’aveva addirittura ornata con una torre in cui aveva posto un tino.

Avendole dedicato tanta cura, si aspettava da essa uva buona e bella, invece quella vigna si era inselvatichita producendo grappoli di uva immangiabile. Nella nostra parabola questo proprietario della vigna, che l’ha piantata e l’ha dotata di tutto il necessario perché fruttifichi, l’affida a dei contadini perché la lavorino in sua assenza: la vigna continua a essere sua proprietà, ma è affidata ad altri uomini. Vignaioli, non padroni dunque! Tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio. A noi è stato dato il mondo, ma non come possesso. A noi sono stati affidati i talenti del tesoro del Regno. Ma non perché con un colpo di mano ne diventiamo padroni. Noi siamo prolungamento dell’affetto del Padre per la sua vigna. Non i padroni. Noi siamo vignaioli chiamati a portare frutto, ma non per avere frutto. Chi dona, ha. Chi perde, ritrova. Chi spoglia se stesso dei suoi tesori gelosi, sarà ricompensato da Dio con una misura pigiata, scossa e traboccante. Ma nel frattempo è sorta in quei vignaioli la tentazione di essere loro i padroni della vigna, perché il padrone ha tardato molto tempo prima di ritornare. Questa è la tentazione di chi è stato posto dal Signore come primo, come più grande, come lavoratore nella sua vigna: spadroneggiare sulla vigna, pensarla come proprietà personale, sostituendosi a colui che deve invece solo rappresentare nel servizio.

Altra nota: il popolo dell’antica alleanza non ha espunto dalle Scritture i rimproveri e i giudizi di Dio nei suoi confronti: questo va tenuto presente da noi quando leggiamo questa parabola e, facilmente, siamo tentati di puntare il dito contro questo popolo, fino a gloriarci di essere noi il popolo del Signore al quale è stata data la vigna tolta ad altri. Stiamo attenti, perché questa parabola che Matteo colloca nell’evangelo indirizzato ai cristiani riguarda certamente i capi religiosi di Israele, ma riguarda anche i capi che sono nella chiesa e riguarda pure noi! Nella Chiesa al suo interno ci sono ancora dei pastori, dei capi, dei primi, ma stiano attenti a non essere come i vignaioli della parabola. La loro tentazione, infatti, è quella di occupare tutto lo spazio ecclesiale, assolutizzando i loro progetti e chiedendo obbedienza a sé; la loro tentazione è quella di sostituirsi al Signore, magari con il semplice stare al centro, sentendosi non servi dei servi, ma padroni. Anche nella Chiesa può accadere come nella parabola. E, se anche in essa non si manifesta la violenza fisica (come però è purtroppo avvenuto in altre epoche storiche!), oggi magari si pratica la violenza del non ascolto, del rifiuto, dell’emarginazione, della calunnia, del disprezzo, della manipolazione, dell’abuso psicologico. Queste le tentazioni dei vignaioli perfidi, ma anche, qui e ora, di chiunque nello spazio ecclesiale, nella vigna, esercita l’autorità. Non si scarichi dunque l’accusa di questa parabola su Israele, ma si pensi a noi, oggi, nelle vigne della Chiesa.

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Est 13,9.10-11

Tutte le cose sono in tuo potere, Signore,

e nessuno può resistere al tuo volere.

Tu hai fatto tutte le cose, il cielo e la terra

e tutte le meraviglie che vi sono racchiuse;

tu sei il Signore di tutto l’universo.

Il testo dell’antifona d’ingresso fa parte della «preghiera di Mardocheo» (vv. 7b-17), una confessione di fede nel Signore Unico in terra straniera, che termina con la grande «supplica epicletica per la nazione» (vv. 15-17). In questo centone di testi, si vede Mardocheo prostrarsi a proclamare e adorare la regale Volontà del Signore, alla cui Sovranità tutto è sottomesso, poiché il Creatore del mondo seguita a reggere nell’esistenza ogni creatura, e nessuna di queste può sottrarsi a quanto dispone il suo regale decreto; tutto quanto contiene «il cielo e la terra», ossia la totalità dell’esistente, è creato da Lui, e tutto e tutti a Lui riconoscono di essere soggetti.

Vignaioli, non padroni ci ricorda l’evangelo di oggi.  Una certezza che dà pace. Che cosa fanno i cristiani più degli altri? Essi non hanno delle esclusive, non hanno dei ritrovati inediti. Essi cercano insieme agli altri e come gli altri «quello che è vero, nobile, giusto, quello che è virtù e merita lode» (Fil 4,8 la II lett.). Che cosa hanno i cristiani più degli altri? una certezza: «il Signore è vicino». La vita, piena di angustie e di speranze, dopo Gesù Cristo è sotto il segno della pace e della gioia.

Canto all’Evangelo Gv 15,16

Alleluia, alleluia.

Io ho scelto voi, dice il Signore,

perché andiate e portiate frutto

e il vostro frutto rimanga.

Alleluia.

Il versetto dell’alleluia all’Evangelo fa risaltare l’iniziativa gratuita di Gesù e quindi del Padre, poiché Egli chiama ed elegge i discepoli (Gv 15,19; 13,18), affinché vadano in missione e producano frutto (v. 5; Col 1,6.10) che «rimane», in sé, in Dio, nei discepoli, negli uomini. Lo aveva detto nella Cena che nulla possono senza di Lui (15,3) e se portano frutto è solo per suo intervento. Cosi anche oggi il Signore pone la sua vicenda nel cupo quadro di una violenza crescente, di un rifiuto ostinato e di una volontà omicida irrazionale che vuole eliminare Dio dalla vita degli uomini. Ci ricordava il santo vescovo Ilario di Pontiers che mentre in passato “ci spogliavano, ci frustavano, ci torturavano, ci uccidevano… oggi ci accarezzano il ventre, ci avvolgono in morbide vesti, ci innalzano…”.

Il Signore, giunto ormai a Gerusalemme (cfr. Dom. precedente), prosegue il suo insegnamento pubblico con un’altra parabola, un testo di triplice tradizione (addirittura quadrupla se consideriamo anche l’antico apocrifo «Evangelo di Tommaso», lóghion 65) e i tre evangelisti concordano nell’indicare la situazione che ha offerto a Gesù l’occasione di narrare tale parabola: la disputa che Gesù ha coi principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo sulla spianata del tempio di Gerusalemme. La collocazione redazionale della parabola dei «vignaioli omicidi» rispecchia con buone probabilità il drammatico momento storico dello scontro di Gesù con le autorità di Gerusalemme, poco tempo prima della sua Pasqua. L’evangelista Matteo ha poi posto la parabola comune ai tre sinottici dei vignaioli omicidi tra quelle proprie dei due figli e del grande festino.

Il significato della parabola è trasparente anche perché l’immagine della vigna risale all’AT come si nota nella prima lettura di questa domenica; il brano di Isaia infatti è scelto proprio per il suo rapporto di continuità con il testo evangelico. Tuttavia in Matteo si tende a dare maggior risalto ai vignaioli malvagi e al figlio del proprietario che non alla vigna stessa. Quest’ultima designa quasi sempre il popolo eletto (cfr. Is 5,1-7; Os 10,1; Ger 2,21; Ez 15,lss; Sal 79,9ss il salmo responsoriale), la «sapienza» (Sir 24,17) o la sposa (Sal 127,3).

La parabola dei vignaioli omicidi descrive dunque un momento di crisi radicale nella vita del messia e nell’evoluzione della storia della salvezza. Dopo aver parlato instancabilmente attraverso i profeti ai responsabili della vigna di Israele, da ultimo Dio manda loro il suo figlio. Con l’autorità che lui solo possiede, Gesù annuncia l’approssimarsi della vendemmia degli ultimi tempi. Bisogna che la terra dia il suo frutto, che il popolo di Dio accolga il messia! Ma i figli non sono migliori dei padri. Come quelli hanno rifiutato i giusti e i profeti, così gli scribi e i farisei si preparano ad assassinare l’erede della vigna tanto cara al cuore di Dio. Per causa loro, il popolo della promessa rischia di perdere il privilegio dell’elezione, rompendo l’alleanza attraverso cui doveva compiersi il disegno di Dio. È evidente che Gesù annuncia la propria morte. È venuto nel mondo e i suoi non l’hanno accolto: l’hanno rifiutato e finiranno per crocifiggerlo fuori dalle mura della città. La parabola termina con una minaccia, anch’essa profetica: la Chiesa del Risorto rileverà presto la missione un tempo affidata ad Israele. Matteo esprime la convinzione che questo nuovo popolo farà fruttificare la vigna. Bisogna però che i nuovi vignaioli non deludano a loro volta il Signore, che continua a richiedere i frutti. Non dobbiamo mai dimenticare che la Chiesa è stata costruita sulla pietra scartata dai costruttori: fondata da un escluso e sulla sua esclusione, essa deve aprirsi, come ha fatto il suo maestro, a coloro che il mondo bandisce e mette da parte, facendo essa pure delle scelte che forse dovrà pagare con una morte fuori dalle mura. Altrimenti, Dio potrebbe ancora suscitare da queste pietre altri figli ad Abramo.

La parabola di Gesù ha tratti di natura allegorica in quanto il raffronto dei protagonisti è immediato: l’anonimo padrone di casa è Dio; la vigna rappresenta i privilegi di Israele (la Legge e la promessa del Regno); i vignaioli sono gli israeliti e in specie i loro capi, farisei, scribi e sacerdoti (cfr. v. 45); i servi mandati dal padrone sono i profeti inviati per alimentare la fede nelle promesse messianiche, attraverso una vita non facile e spesso tragica; il figlio unigenito e prediletto del padrone della vigna è Gesù. Il racconto parabolico inoltre si inquadra in una situazione sociale da tutti conosciuta; in quei tempi la zona collinosa della Galilea era proprietà di ricchi latifondisti stranieri, che affittavano i loro poderi ad agricoltori del luogo. Il fattaccio non doveva apparire inverosimile perché, secondo le leggi del tempo sull’eredità, un podere, alla morte del proprietario senza eredi, passava nelle mani del primo occupante. Tuttavia l’azione dei vignaioli appare comunque irrazionale e senza validità se non si pensa anche alla morte del propietario della vigna (si veda la risposta dei capi dei sacerdoti e dei farisei v. 41).

Lo schema del racconto mira ad impressionare l’uditorio con quella progressione di violenza a cui nessuno poteva sottrarsi. Secondo la funzione tipica delle parabole, Gesù vuole con questo racconto che i suoi interlocutori prendano una posizione e giudichino una realtà; starà poi a lui far cogliere il punto di contatto fra il racconto e la sua stessa situazione, una volta che sommi sacerdoti e anziani si siano pronunciati. Questi ultimi, ricchi e potenti proprietari terrieri, non possono non aver ascoltato con raccapriccio un simile fatto di sangue.

Proprio in questa reazione si colloca l’efficacia della parabola, che termina con una domanda per coinvolgere gli ascoltatori: «Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?» (Mt 21,40). Il narratore non finisce la storia, ma chiede ai capi dei sacerdoti che propongano loro un degno finale; ovvero li invita a entrare personalmente nella vicenda narrata e a formulare un giudizio sulla situazione proposta.

I lettura:  Is 5,1-7

Il Profeta Isaia annuncia i tempi messianici (4,2-6) e subito propone un testo singolare, sotto forma di un poemetto di 7 versi, che giustamente va sotto il nome di «canto della vigna». Occorre tenere presente che l’ideale messianico, espresso secondo la teologia simbolica, è attendere il Messia nella pace «sotto la vite ed il fico» (17,2; Mich 4,4; 7,1; Sof 3,13; Zacc 3,10), la piantagione della quale poi si sarebbero goduti i frutti in una nuova opulenza. Tuttavia, se la vita degenera, e la vite diventa sterile, e il fico si inaridisce, che avviene?

Il testo comincia volendo attirare l’attenzione di chi ascolta il Profeta: «Io voglio cantare al Diletto mio, il canto d’amore alla Vigna di Lui!» Il Diletto, il Signore amato, è il Dio d’Israele, che ama a sua volta la Vigna “sua” (3,14; 27,2; Sal 77,9; Ger 2,21; 12,10; Ez 13,2; Os 9,10), anche se spesso con crude rimostranze per i suoi difetti (v. 1a). Gli ascoltatori tendono l’orecchio al canto, per sapere a che giunge questo amore. Occorre prima ascoltare la descrizione.

Un colle fertile è il luogo, ad esempio Gerusalemme (v. 1b). E ecco la cura per la Vigna. Il Diletto la recinse per protezione, e questa è la Legge santa; ne tolse via le pietre, e questi sono gli idoli; vi impiantò vitame scelto (Ger 2,21), e questi sono i fedeli scelti per l’alleanza, da cui il nome di «Vigna eletta»; vi drizzò una torre, e queste sono le sentinelle del popolo, i Profeti; vi scavò il frantoio, e questo è il prodotto per i sacrifici e per il convito festivo. Allora legittimamente soddisfatto del suo lavoro, si attende l’uva buona, il dolce frutto, e invece ottiene solo le uve aspre e quindi inutilizzabili per il vino squisito (v. 2; per il fico, vedi Mt 21,19).

Il discorso si muta ora in intervento diretto e severo del Signore, che istituisce il processo, ponendo come giudici tra Lui e la Vigna gli abitanti di Giuda e di Gerusalemme: «Giudicate voi!», in coscienza retta. Il Signore si pone anche come reo, almeno presunto, e perfino si discolpa: «Potevo fare di più, che non feci?» (v. 3; Ger 2,5.31; Mich 6,2.4). Non doveva sperare in frutti ottimi per il tanto lavoro e la tanta cura, invece di uve aspre? (Dt 32,6; Mt 3,10; 21,43) (v. 4).

L’Imputato divino è assolto dal silenzio dei giurati. Allora emana Lui la sentenza, e ne legge il dispositivo (v. 5). Egli troncherà alla base la siepe (Ger 3,10), demolirà il muro protettivo, così la Vigna sarà invasa e calpestata (10,6) e devastata (Sal 79,13; 88,41-42; Pr 24,31). La lascerà incolta, luogo desolato di spine e triboli (Gen 3,18!; Is 7,23.23), e le nubi al suo comando non la feconderanno più (v. 6; Ger 14,22). Così, nessuno proclamerà più la Legge, torneranno a drizzarsi pietre mute, gli idoli, le sentinelle non annunceranno la Parola profetica, i sacrifìci non saranno consumati. È la fine della nazione.

Il dispositivo della sentenza è proclamato, adesso è denunciata la sua motivazione. La Vigna eletta del Signore delle Seba’ót, Colui che ama abitare tra i Turni sacerdotali di adorazione perenne celeste e terrena, nel santuario, la piantagione amata è il popolo suo, Israele e Giuda (3,14; Sal 79,9-12). Da esso il Signore si attendeva legittimamente l’esecuzione della sua Volontà di amore, e quindi «giustizia e rettitudine», che significano la carità secondo la Legge e il desiderio costante di intervenire a ristabilirla. Esattamente questi due termini sono il contenuto che il Signore aveva assegnato dall’inizio quale programma inviolabile e ineludibile per Abramo e per la sua discendenza (Gen 18,19). Invece adesso il Signore irritato constata che regna nel suo popolo l’esatto contrario, l’oppressione, e che s’innalza fino al Trono della sua Misericordia il grido dell’oppresso (v. 7). Il processo è finito con la condanna.

Ma il Signore, sempre Gratificante e Tenero, invierà di nuovo Isaia con oracoli di speranza e di fiducia. Tra poco Isaia annuncerà l’Immanuel, Con noi Dio (nel contesto del «libretto dell’Immanuel, Is 6,1 – 12,6). Il Signore alla fine comunque salverà il suo popolo.

Il Salmo responsoriale: 79,9 e 12.13-14.15-16.19-20, Supplica comunitaria (SC)

Il Versetto responsorio qui è Is 5,7a: «La vigna del Signore è la casa d’Israele» con cui si riafferma che la Vigna è l’intero popolo di Dio, Israele.

Tutta la comunità orante ha preso coscienza, e fortemente, del processo e della condanna, seguiti dall’esecuzione. La catastrofe nazionale preannunciata si è verificata. La Vigna giace nel disastro e nella desolazione. Che deve fare il popolo? Convertirsi al suo Signore e pregare. E lo fa in modo insuperabile, leale, commovente.

Il Salmo è divisibile in sezioni, chiuse ai vv. 4.8.15.20 da un ritornello pressoché identico, che 1’«epiclesi per il Volto», la tesa supplica per contemplare di nuovo la Bontà del Signore fattosi finalmente presente al suo popolo sofferente. I vv. 2-3 fanno anamnesi dei tempi felici dell’esodo, con l’epiclesi per la Presenza: Vieni e salvaci! I vv. 5-7 chiedono «fino a quando» durerà la desolazione attuale. I vv. 8-14 rievocano lo splendore passato della Vigna, e l’attuale sua rovina. I vv. 13-19 sono una serie di epiclesi per chiedere il perdono e l’intervento soccorritore del Signore Buono.

Questa Vigna ebbe origine dall’Egitto, quando nell’esodo fu trapiantata nella patria, liberata dalle popolazioni idololatriche (43,2; Sir 10,18). Nella terra promessa fiorì prodigiosamente, dal «Mare al Fiume», dal Mediterraneo all’Eufrate (Ger 48,32; Sal 71,8, questo si ebbe in effetti al tempo del re David). Era la meraviglia del mondo (vv. 9 e 12).

Ora il popolo si chiede perché sia sopravvenuta tanta distruzione, con il muro di protezione ormai inesistente (88,41-42; Is 5,5; Ger 39,8; Lam 2,2), e con tutti i popoli conquistatori che vi passano per saccheggiarla (v. 13; Lam 1,12; Giob 21,29). Anche l’animale più impuro, il maiale selvatico (cinghiale), e le belve, tutti simboli dell’idololatria, la divorano (v. 14; Ger 5,6).

Ecco allora 1’«epiclesi per il Volto»: il Signore delle Seba’ót, che ama risiedere tra il suo popolo adorante, deve adesso “convertirsi”, ossia volgere il suo sguardo dall’alto, rendersi conto, e “visitare” come il Re benefico fa con il suo popolo, «questa Vigna», che tale è e resta (Is 63,15), destinata ad essere la Vigna del Signore, la sua proprietà inalienabile (v. 15). L’epiclesi prosegue. Il Signore si deve degnare di proteggerla, poiché è sua, è suo il lavoro e la fatica della Destra sua, potente fin dall’esodo (Es 13,6), la medesima che plasmò l’uomo (Gen 2,7).

Non solo, ma questa Vigna pur nella sua disgrazia, genera dal suo seno una misteriosa figura cara al Signore, il Figlio dell’uomo (spesso in Ezechiele; Dan 7,13-14), che Egli si scelse e confermò per la sua opera, la futura salvezza del popolo e delle nazioni. Se la Vigna sarà sterile, il Disegno divino sarà frustrato (v. 16).

Il popolo in preghiera adesso promette un sincero impegno davanti al suo Signore: mai più Lo abbandonerà, Egli sarà la sua vita (70,20), che discende su esso ogni volta che Lo invocherà (Es 20,24), nella ritrovata comunione (v. 19).

E così può salire a Lui l’epiclesi finale. Il Signore delle Seba’ót converta Lui il popolo suo, faccia risplendere Lui il Volto suo di bontà. Solo in questo consiste la sua salvezza (v. 20).

Esaminiamo il brano

33-39 – La parabola si ispira apertamente al testo di Is 5,1-7: un poemetto di 7 versi, che giustamente va sotto il nome del «canto della vigna».

Occorre tener presente che l’ideale messianico, espresso in forma di teologia simbolica, è attendere il Messia «sotto la vite ed il fico» (cfr. Mich 4,4; Sof 3,13; Zac 3,10), dei quali poi si sarebbero goduti i frutti in una nuova opulenza. Ma se la vite degenera, ed il fico si inaridisce?

Il canto comincia volendo attirare l’attenzione di chi ascolta il profeta: «Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle». Il Diletto, il Signore amato, è il Dio d’Israele, che ama a sua volta la Vigna «sua». In che dà questo amore? Occorre prima ascoltare la descrizione. Un colle fertile è il luogo, ad esempio Gerusalemme. Ecco la cura per la vigna:

  1. il Diletto la recinse per protezione, e questa è la Legge;
  2. tolse via le pietre, e questi sono gli idoli;
  3. vi impiantò vitame scelto (Ger 2,21), e questi sono i fedeli scelti per l’alleanza, da cui il nome di « vigna eletta »;
  4. vi drizzò una torre, e queste sono le sentinelle del popolo, i Profeti;
  5. vi scavò il frantoio, e questi sono i sacrifici ed il convito.

Le somiglianze con il racconto evangelico si limitano all’impostazione del racconto con il riferimento ad una persona che possiede un terreno (a) e soprattutto alla cura: vi pianta una vigna (c), dotandola di torre per la difesa (d) e di torchio per la pigiatura (e).

Matteo allude a Isaia, ma non lo riproduce alla lettera:

  1. omette il riferimento al «mio diletto» e il proprietario è «un uomo qualsiasi»;
  2. soprattutto alla fine introduce la figura decisiva dei vignaioli a cui è affidata la vigna, mentre il padrone «se ne va lontano».

Ora legittimamente soddisfatto del suo lavoro, attende uva buona, e ottiene uva selvatica, inutilizzabile. Si fa il processo ed il Signore si pone anche come reo, almeno presunto, e perfino si discolpa (v. 4).

L’imputato divino è assolto dal silenzio dei giurati. Allora emana lui la sentenza, e ne legge il dispositivo (vv. 5-6), a cui segue poi la motivazione (v. 7). Il processo è finito con la condanna, ma il Signore sempre Gratificante e Tenero nella sua Bontà, invierà di nuovo Isaia con oracoli di speranza e di fiducia.

Tra poco il profeta annuncerà l’Immanuel, Con-noi-Dio (cfr. 6,1-12,6, il «libretto dell’Immanuel). Il popolo sarà comunque salvato.

Il canto della vigna tuttavia costituisce solo il punto di partenza, mentre il racconto di Gesù corre in altra direzione. Alla «vigna-popolo» viene mossa l’accusa di non aver prodotto uva buona; mentre il racconto evangelico ha di mira i «vignaioli-capi del popolo» che non consegnano al padrone (kyrios) i frutti della vigna. La strada per l’allegoria è così facilmente aperta. La nuova direzione della parabola di Gesù si esprime nel fatto che la vigna viene data in affitto. In Isaia il proprietario (Dio) e la vigna (Israele) sono saldamente legati l’uno all’altra. Dio la pianta, ne rimane deluso e ne minaccia la distruzione. Nella parabola invece la vigna non è più Israele, ma il Regno di Dio, ciò che viene detto chiaramente soltanto nell’ultimo versetto (v. 43).

La storia dei rapporti fra Dio e il suo popolo è segnata dalla missione dei suoi servi: chiara allusione ai profeti, divisi in due gruppi, quelli anteriori e quelli posteriori. L’ultima fase della storia è segnata dall’arrivo del figlio, l’erede, che viene riconosciuto dai contadini i quali, con maligna lucidità, progettano di eliminarlo per impossessarsi dell’eredità. Il figlio – si dice – viene cacciato fuori dal recinto e ucciso, alludendo al fatto che «Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta della città» (Eb 13,12). Nessun ebreo contemporaneo di Gesù, ascoltando il racconto dell’invio e dell’uccisione del figlio, poteva essere indotto a pensare alla missione del Messia: eppure questo particolare doveva essere ben chiaro nella mente di Gesù, che ha costruito il racconto. La Chiesa apostolica lo ha compreso solo in un secondo tempo, dopo la Pasqua di morte-risurrezione, facendo sì che nel suo raccontare questa parabola il significato cristologico diventasse fondamentale.

Proprio dalla predicazione cristiana deriva la classica citazione biblica: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi!» (Mt 21,42 da Sal 118,22-23). Era comune questo argomento scritturistico per confermare la risurrezione del Messia Gesù, come dimostra il suo uso nella prima predicazione apostolica (cfr. At 4,11) e nella catechesi successiva (cfr. 1Pt 2,4-8). L’inserimento di questa citazione nel dialogo alla fine della parabola serve appunto per richiamare il senso teologico della risurrezione di Gesù.

La parabola è finita. La conseguenza che se ne deve tirare è oggetto dell’interrogazione che il Signore fa agli ascoltatori per renderli consapevoli.

40-41 – L’evangelista Matteo accentua la tensione mediante la forma dialogica che fa pronunciare le parole di condanna dagli stessi giudei. Chi risponde è gente seria, che conosce la vita, e che non ammette ingiustizie. L’applicazione della parabola è molto più esplicita in Matteo che in Marco o Luca. Gesù incalza e ribatte sulla Scrittura.

Il parabolista è davvero bravo, l’ascoltatore non capisce subito dove voglia andare a parare: così capita alle ricche autorità sacerdotali di Gerusalemme. Loro probabilmente pensano che Gesù voglia difendere i poveri contadini e immaginano che voglia far dire loro che bisogna aver comprensione e perdonare anche ai vignaioli ribelli. Perciò gli rispondono con veemenza, ribadendo le loro idee contrarie: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affìtto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

Solo dopo che si sono espressi per l’eliminazione violenta di quegli usurpatori, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo comprendono la vera intenzione di Gesù: loro si sono immedesimati nel padrone della vigna, perché assomigliava a loro, mentre il parabolista li raffigurava nell’atteggiamento dei contadini. Solo alla fine, quando dà loro ragione, capiscono che la storia doveva essere letta in un altro modo e Gesù intendeva parlare del loro ostinato e violento rifiuto; capiscono troppo tardi e si infuriano, al punto da complottare di eliminare quel maestro troppo pericoloso. L’evangelista lo dice esplicitamente alla fine: «Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta» (Mt 21,45-46).

42 – Il passo citato è dal Sal 117,22-23 che in tutta la tradizione neotestamentaria è applicato al rifiuto del Messia da parte d’Israele e all’opera mirabile dell’edificazione del «nuovo Israele» su Cristo, «pietra angolare» (cfr. At 4,11; lPt 2,7; Rm 9,33; ecc.). Un salmo «pasquale» che tante volte hanno cantato nelle loro famiglie; il salmo che tutte le Domeniche noi cantiamo nella santa liturgia delle Lodi. É una profezia, che adesso si attua.

43 – «Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti»: La conclusione è propria di Matteo, che riprende il giudizio formulato dai capi al v. 41 e lo conferma con una “profezia” di Gesù. Le parole finali sono di approvazione per il giudizio emesso dai capi di Israele; il Signore toglierà il «Regno» suo, non si parla più adesso di vigna, e l’affiderà ad altri (cfr. 8,11-12). Cosi la parabola contiene nello steso tempo giudizio e promessa.

Il disegno di Dio di ottenere dei frutti da parte dell’umanità, non viene mandato definitivamente a monte dal rifiuto d’Israele: sorgerà un nuovo popolo cui sarà affidato il Regno di Dio e che porterà il frutto. Il riferimento alla condanna a morte dei malvagi viene omesso, mentre tutta l’insistenza è posta sul passaggio delle consegne: il rimprovero infatti non riguarda la «vigna-popolo di Israele», ma i «vignaioli-capi del popolo». Anzi l’immagine della vigna viene resa con il tipico linguaggio evangelico del «regno di Dio» (questo è uno dei rari casi in cui Matteo non usa «regno dei cieli»). I due verbi al futuro passivo («sarà tolto … sarà dato» sono passivi della divinità) alludono, secondo il consueto modo semitico di esprimersi, ad un’azione divina e annunciano ciò che il Signore farà. In greco il “padrone” è detto col termine kyrios, che ha un forte valore teologico: è lo Sposo!

Ricordiamo che l’immagine della vigna aveva nella cultura ebraica un forte richiamo alla relazione amorosa con una donna; «piantare una vigna» era espressione simile a «mettere su casa», cioè sposarsi; perciò il salmista non esita a dire dell’uomo fedele che «la sposa è come vite feconda nell‘intimità della casa» (Sal 127,3). L’opera di Dio continua nei suoi piani misericordiosi.

Antifona alla Comunione Lam 3,25

Il Signore è buono con chi spera in lui,

con l’anima che lo cerca.

Nell’antifona alla comunione da Lam 3,25 l’Orante innalza al Signore la «lamentazione», con cui riconosce la propria situazione di disastro, anche in nome della comunità dispersa dopo la catastrofe nazionale, seguita dall’esilio. Egli riconosce giusta la punizione per la prevaricazione del popolo. Tuttavia, con un immenso atto di fede e di remissione alla divina Volontà, si spinge oltre, e proclama che nonostante tutto quello che si sperimenta di dolore, il Signore è perennemente Buono (Sal 30,18; 129,6-7), misteriosamente Buono. E sa donare la grazia, e poi effonde la speranza, e si crea e raduna quanti sperano in Lui. E così Lo trovano quanti Lo cercano, essi che da soli non possono trovarlo, ma debbono farsi trovare, per ricevere altre e più abbondanti grazie. Noi fedeli «oggi qui» riceviamo la Grazia dello Spirito Santo, siamo trovati dal Signore per il Figlio, e speriamo solo in Lui, Lo cerchiamo nella Parola ascoltata, ci facciamo trovare nel Convito, per ricevere altre e abbondanti grazie nella Chiesa, la Comunione piena alla Divinità.

Senza forzare troppo il finale possiamo con diritto dire che la conclusione della parabola, nella liturgia di domani, non dà tanto peso alla punizione dei giudei, quanto all’avvento del nuovo popolo. Non si tratta dunque di una condanna del popolo di Israele, né di sostituzione dell’alleanza, bensì di un trasferimento dell’eredità: il patrimonio di Israele, di cui è legittimo erede il Figlio di Dio, viene dato, cioè regalato, ad «un popolo (éthnos) che ne produca i frutti». Non è un altro popolo e nemmeno i popoli, giacché il plurale tà éthne designava abitualmente i pagani. Il popolo a cui è affidato il Regno di Dio è quello che lo fa rendere, che ne ricava frutto: questo tema è sommamente caro a Matteo, il quale intende ribadire anche alla Chiesa che l’eredità del regno chiede di poter fruttificare nella vita. Altrimenti siamo da capo!

La parabola non si è esaurita nella storia, il suo insegnamento è valido anche per tutti i nuovi «vignaioli» di oggi. Più che la storia della Chiesa, interroghiamo la nostra storia, la nostra vita: siamo “vignaioli” che sanno fare il frutto?

I Colletta

O Dio fonte di ogni bene,

che esaudusci le preghiere del tuo popolo

al di là di ogni desiderio e di ogni merito,

effondi su di noi la tua misericordia:

perdona ciò che la coscienza teme

e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.

Per Cristo nostro Signore….

II Colletta

Padre giusto e misericordioso,

che vegli incessantemente sulla tua Chiesa,

non abbandonare la vigna

che la tua destra ha piantato:

continua a coltivarla

e ad arricchirla di scelti germogli,

perché innestata in Cristo, vera vite,

porti frutti abbondanti di vita eterna.

Per Cristo Signore,…

Le collette invocano il Padre che supera con i doni della sua Carità i meriti e i voti degli oranti, chiedendogli l’effusione della sua Misericordia, affinché perdoni i debiti della coscienza e vi aggiunga quanto neppure la preghiera arriva a chiedere.

Fonte: Abbazia di Santa Maria a Pulsano