Commento al Vangelo di domenica 31 Ottobre 2021 – Comunità Kairos

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L’episodio di questa domenica è narrato da Marco in modo alquanto originale rispetto a Matteo e a Luca. Esso è posto dai tre sinottici come episodio conclusivo della disputa politematica (dai commentatori presentata come “le controversie”) tra Gesù e i capi giudaici (Marco ha prima ricordato: sommi sacerdoti, scribi ed anziani, ed ancora farisei, erodiani e sadducei) che, invidiosi del seguito ch’Egli aveva tra il popolo, tramano contro di lui e lo provocano per poterlo accusare e condannare a morte.

Ma mentre Matteo e Luca attribuiscono allo scriba che avvia il dialogo l’intenzione, comune agli altri capi, di mettere Gesù alla prova, Marco ci propone uno scriba che non agisce in base a preconcetti e con atteggiamento malvagio, ma, al contrario, come attento ascoltatore delle risposte fino a quel momento da Gesù date ai suoi provocatori; risposte che lo scriba riconosce come ben date. Anzi pare proprio che quel rispondere in modo bello (kalòs), ovvero appropriato, fondato sui testi sacri e perciò veritiero, lo spinga a togliersi un dubbio dalla mente di studioso: Qual è il primo comandamento fra tutti? gli chiede. Era questo un problema che i dotti giudei si ponevano nelle loro dispute teologiche: numerosa infatti era la quantità di norme (613!!) elaborate nei testi sacri per regolamentare l’osservanza dei dieci comandamenti della Legge mosaica. E mentre alcuni sostenevano che tutte le norme avevano lo stesso valore, in quanto tutte provenienti da Dio, altri ritenevano che alcune leggi fossero più importanti e obbliganti di altre.

La domanda dello scriba, posta con cuore sincero, dà l’avvio ad un dialogo amichevole che muta l’atmosfera tesa di una possibile quarta controversia, quale appare nella narrazione di Matteo che non coglie rotture nel campo avverso a Gesù e blocca l’episodio alle citazioni da Lui fatte di Dt.6,4-9 e di Lv.19,18, contenenti i due comandamenti più importanti (per Matteo il secondo è simile al primo). Luca invece sviluppa il personaggio dello scriba che, analogamente all’uomo ricco (Mc 10, 17- 22), si rivelerebbe preoccupato di ottenere la vita eterna e viene indotto da Gesù, con metodo maieutico, a trarre da sé la soluzione inscritta nella verità della PAROLA. Da qui scaturisce l’atteggiamento favorevole a Gesù da parte non di quel solo scriba, ma di alcuni che riconoscono al Maestro di aver parlato in modo bello (torna il kalòs!). La versione lucana ha il merito di far percepire come il campo degli avversari di Gesù non fosse del tutto compatto, il che verrà confermato dal vangelo di Giovanni (7,48) a proposito di Nicodemo e forse di altri (Gv.10,42).

Ma torniamo a Marco e alla sua interpretazione e narrazione del personaggio dello scriba saggio che attende la risposta di Gesù: una risposta ben articolata con la citazione di Deuteronomio 6,4-9 e di Levitico 19,18, compendiati poi tra loro e quasi unificati nel gioco verbale tra un singolare “non c’è un comandamento più grande” e un plurale “di questi”. Gesù cita dal Deuteronomio il versetto che i pii giudei ripetevano tre volte al giorno e che dà i fondamenti del vivere da credenti, anche per noi oggi. È detto infatti al popolo di Dio, rappresentato da Israele, di ascoltare per essere certi che il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Da questa consapevolezza, acquisita nell’ascolto della voce stessa di Dio, scaturisce il comportamento del credente, il suo modo di relazionarsi con Colui che è Signore della vita, cioè amarlo di un amore che impegna cuore, anima, mente e forze: un amore che coinvolge l’essere umano nella sua interezza, un amore che si può definire totalizzante e inclusivo, perché rende capaci di amare tutto: gli altri uomini, la natura e tutte le creature di Dio.

Questo amore sgorga dalla fede in quel Dio che ci ama tutti per primo, senza riserve, senza chiedere nulla in cambio, ab aeterno ed in eterno. È Lui l’Amore assoluto che ogni cuore desidera, cerca e perciò ama (“L’anima mia ha sete del di Dio, del Dio vivente” recita il Salmo 42,3). E’ Lui che si è legato con promessa solenne ad Israele, a tutto il suo popolo, assicurando la salvezza, la liberazione da ogni limite e condizionamento e ci ha donato il FIGLIO, il Salvatore e Liberatore: se abbiamo orecchie per ascoltare la sua PAROLA, che giunge attraverso la Sacra Scrittura e attraverso GESU’, ne consegue che garanzia di felicità è l’amore obbediente con la cui forza è possibile realizzare ciò che Dio vuole nel suo cuore di Padre, il suo disegno di bene, di giustizia e di bellezza.

Col suo Amore Dio dà senso alla nostra vita, ovvero semplicemente ci fa vivere e noi lo riconosciamo come PADRE e ci riconosciamo come creature amate, come figli ed eredi in Cristo Gesù, e come FRATELLI fra noi. Ecco che il secondo comandamento entra a far corpo comune col primo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. A questo risvolto dell’Amore per l’Altro è Gesù stesso che ha dato nella sua vita costante esempio, portando a compimento la volontà del Padre e tracciando ad ogni essere umano il cammino verso la Gioia del Regno (Gv.13,34: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” e 1 Gv.4, 20-21: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da Lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello”).

La risposta di Gesù allo scriba con il chiaro riferimento ai testi sacri dell’ebraismo conferma quanto gli stesse a cuore la Legge nei suoi fondamenti e nella sua stessa divina verità, tanto cioè da riportarla all’essenziale nella formulazione dell’Amore di Dio e da unirla in intrinseca successione alla esplicitazione dell’Amore fraterno. Gesù mostra insomma di promuovere la Legge non secondo un singolo aspetto, ma nella sua globalità e sostanzialità. È la sua unicità di FIGLIO (Gv.14,9: “Chi ha visto me ha visto il Padre”), inviato dal Padre e liberamente donatosi per la salvezza degli uomini, che rende nuova, o meglio esplicita nella sua verità esistenziale, la legge di Dio, sottraendola alle teorizzazioni e alle complicanze cultuali dei dotti giudei. In Marco 7,6 Gesù, citando Isaia, rimprovera a scribi e farisei di amare Dio solo con le labbra e non con il cuore e contrappone il comandamento di Dio alla tradizione degli uomini che quelli mettono avanti e a cui si attengono tanto puntigliosamente quanto ipocritamente. Nel brano successivo a questo in esame (versetti 38-40) nuovamente Gesù contrappone, questa volta, l’amore verso il prossimo con l’ipocrisia egocentrica degli scribi.

A questo punto rientra in scena lo scriba saggio che, ancora una volta, ha ascoltato con cuore puro la risposta di Gesù che riconosce quale Maestro che insegna in modo bello (kalòs didaskale) e aggiunge spiegando che il modo bello è dire secondo verità. Lo scriba non solo concorda empaticamente con Gesù, ribadendo l’unicità del Dio d’Israele, dalla fede nel quale sgorga l’amore di ogni persona umana per Lui, sorgente d’amore, e l’amore per il prossimo, ma, addirittura, aggiunge che questo amore, se vissuto, vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici. È chiaro che lo scriba riflette e si richiama ai Profeti che già avevano denunciato gli abusi legalistici e l’ipocrisia dei precetti cultuali. (Is.1,11; Os.6,6).

Questo rappresentante ufficiale del giudaismo è maturato nel dialogo con Gesù al punto da suscitare in Lui una considerazione altissima ed un netto superamento delle barriere che la maggior parte degli scribi gli aveva elevato contro. Gesù trova in quest’uomo un possibile (probabile?) seguace, in quanto aveva dato prova di aver compreso ed elaborato saggiamente l’insegnamento: “Non sei lontano dal regno di Dio”! gli dice e intenzionalmente, io credo, gli augura. Certo lo scriba dovrà fare un bel cammino, come tutti noi, pur credendo nella PAROLA di Dio incarnata e resa vita vissuta in Gesù di Nazareth. Come confessa San Paolo nella Lettera ai Filippesi 3,13:” Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto (alla perfezione), questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”. Nessuno può dire di essere nel Regno finché vive come creatura la sequela di Cristo, ma il cammino che si prospetta nella Fede e nell’Amore di Dio e per Dio è fondato e pieno di Speranza.

Nonostante Gesù soffra che la maggior parte degli scribi e dei capi giudaici siano avversari irremovibili e inesorabilmente condizionati dai loro pregiudizi e limiti interpretativi (Mc. 12, 38: “State attenti agli scribi!”), fa eccezione per lo scriba saggio, poiché guarda alla persona al di là della sua appartenenza. Egli incarna l’Amore di Dio che non fa distinzione tra le persone, indipendentemente dalle loro qualità e dai loro meriti.

La conclusione tratta dallo scriba e le considerazioni di Gesù mettono a tacere tutti i malintenzionati capi giudaici che sono costretti a lasciare a Gesù tutto lo spazio necessario a rivelare gradualmente la sua divinità. È quanto interessa all’evangelista Marco per far comprendere che Gesù è Figlio di Dio, partendo appunto dalla sua domanda, nello stesso tempo provocatoria e rivelativa: “Come fanno gli scribi a sostenere che il Messia è figlio di David? Davide stesso lo chiama Signore, come dunque può essere suo figlio?” ( Mc. 12,35 e 37).

Commento a cura di Vanna Comunità Kairos


Immagine di Dimitris Vetsikas da Pixabay

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