Commento al Vangelo di domenica 3 Maggio 2020 – d. Giacomo Falco Brini

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Io sono la porta delle pecore, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2020

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro (Gv 10,6). Questo versetto, collocato nel mezzo del discorso di oggi, “obbliga” chiunque vuol commentare il vangelo di non tacere a chi, prima di tutto, si rivolge: ai capi religiosi di allora, dunque le autorità religiose di oggi, ovvero chi le rappresenta. Non si può infatti commentarlo staccandolo dal con-testo. Tutto il cap.10 è incastonato tra la guarigione del cieco nato, dove assistiamo all’ennesimo attacco dei farisei contro l’operato del Signore, e l’ostilità sempre più crescente che li farà esprimere, alla fine del discorso, con queste parole: ha un demonio e delira. Perché lo ascoltate? (Gv 10,20). Già, proprio così. Perché ascoltare Gesù? A chi non gli apre il proprio cuore ammalato di potere, di avidità, di successo, di guadagno, di amore per i primi posti, a chi non si fa piccolo davanti al Signore, le sue parole rimangono non solo incomprensibili, pur trattandosi di parole che tendono la mano ai suoi interlocutori. Sono anche parole deliranti e diaboliche. Succede sempre così a chi si difende dalla luce: proietta sugli altri il proprio delirio di onnipotenza, quello certamente generatogli da satana.

Il discorso di Gesù è un’aperta denuncia verso i capi del popolo che non vanno seguiti come guide. E, per farlo, mostra la plateale differenza che c’è tra il loro e il suo modo di agire. Lui è la porta e il pastore bello delle pecore che le conduce dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. I capi invece, risultano essere interiormente ladri, briganti ed estranei che opprimono e sfruttano il gregge dei fedeli. La metafora che Gesù usa è molto familiare in ambiente biblico. Abramo e gli altri patriarchi erano pastori, Davide viene chiamato da Dio mentre esercita un servizio di pastore. Quasi tutti i profeti di Israele hanno come tema comune la denuncia dei capi del popolo quali pastori infedeli e corrotti. È evidente l’intento dell’evangelista: mostrare al credente quale modello di pastore seguire e quale non seguire.

Solo chi entra per la porta è pastore delle pecore (Gv 10,2). Cioè, solo chi vive una relazione stretta con Gesù, solo chi passa prima sé stesso, non gli altri, al vaglio delle sue parole, che appunto sono una porta stretta (cfr. Mt 7,13 e Lc 13,24); solo chi manifesta nel suo modo di agire e di parlare il cuore misericordioso del Signore, è pastore. Badate bene: è, non fa, il pastore. Ma chi non vive tutto ciò? Costui è chi non entra per la porta nel recinto delle pecore, ma vi sale da un’altra parte (Gv 10,1). Perché molte sono le porte, ma una sola è quella di casa. Probabilmente costui saprà fare un bel teatrino, sarà un bravo attore, ma nasconde a sé e agli altri qualcosa della sua vita che ha il sapore dello sfruttamento, del potere e dell’amore per il controllo delle coscienze. Un modello “vincente”, che forse ha o fa la voce più grossa, che forse ha maggior spazio e influenza mondana, ma che di fatto riproduce nel religioso quanto avviene nel modo di vivere dei modelli culturali dominanti.

Mi permetto di esprimere un’opinione personale. Tutte le schiavitù sono brutte, ma quella veramente più brutta è la schiavitù verso una religiosità “ideologica” che a sua volta imprigiona sottilmente i fedeli nella paura e nel servilismo verso l’istituzione. È stupendo leggere nel vangelo di oggi che il pastore chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori (Gv 10,3). È sinonimo di una guida che stabilisce relazioni personali, che non ha paura della libertà delle pecore, che non ha bisogno di “controllarle” nel camminare con loro, perché si affianca a loro. Ricordate domenica scorsa come Gesù si avvicina e cammina con i due di Emmaus? È interessante leggere che entrare nel recinto delle pecore attraverso Gesù, non ci costringe a stare chiusi in un recinto, come un esercito intruppato che se ne sta zitto davanti alla voce urlante del generale di turno. No, la fede in Gesù è liberante, il pastore che si sta conformando al suo Cuore ti fa gustare la tua libertà, pur sapendo che sia la sua, come quella delle pecore, dipende dal Signore.

Ho sentito il bisogno di commentare così il vangelo di oggi per una pena che mi sta crescendo nel tempo, sperando che non registri un’analoga crescita di quanto mi viene confidato. Contattato e coinvolto da non poche pecore che non si sentono ascoltate, accompagnate, che si sentono respinte o addirittura condannate da fratelli nel sacerdozio che dovrebbero invece manifestare un cuore di carne, mi trovo a volte persino a dubitare di quanto esse mi riportano, tanto è il dispiacere nel sentire come un prete possa relazionarsi con una pecora del gregge a lui affidato. Poi, dopo dialoghi accurati, sono costretto ad ammettere i seri errori in cui noi ministri possiamo incorrere, perché in fondo questo capita quando non abbiamo veramente a cuore le pecore. Allora ci si rifugia nelle norme, nella disciplina, appunto nella istituzione che ha preso il posto del Signore nel cuore. Ma la chiesa esprime il suo vero volto solo quando riflette il volto e il cuore del suo Signore. Diversamente, anche e soprattutto in noi preti, la chiesa diventa covo di soprusi sulle coscienze e il suo volto una brutta caricatura di pastore, che Gesù non esita a definire ladro, brigante ed estraneo.

E dopo questa riflessione sul vangelo, non mi resta che chiedervi accoratamente, come insegna papa Francesco, di non dimenticarvi di pregare per me, anzi, per noi. Fatelo soprattutto in questo mese di maggio appena scoccato, affidandoci alle cure materne della Vergine Maria, madre dei sacerdoti. Grazie.


AUTORE: d. Giacomo Falco Brini
FONTE: PREDICATELO SUI TETTI
SITO WEB: https://predicatelosuitetti.com