Commento al Vangelo di domenica 29 Marzo 2020 – Alberto Maggi

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IO SONO LA RISURREZIONE E LA VITA

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Il destino di chi si è fidato e ha creduto in Gesù, viene presentato da Giovanni, nel suo vangelo, nel capitolo 11, con l’episodio di Lazzaro, che inizia così: “un certo Lazzaro di Betània”, è l’unica volta che un infermo, in questo vangelo, ha il nome, Lazzaro significa “Dio che aiuta”, “il villaggio”, gli evangelisti, quando pongono questa indicazione, il villaggio, significa che è un luogo di incomprensione, se non di opposizione, è il luogo attaccato alla tradizione, che fa difficoltà ad accogliere la novità portata da Gesù. “… di Maria e di Marta sua sorella, era malato”, l’evangelista, attraverso tre personaggi, presenta una comunità. Che si tratti di una comunità poi lo rivela più sotto quando dice: “le sorelle mandarono dunque”, doveva scrivere le sue sorelle, omettendo il possessivo l’evangelista vuole indicare che è una comunità.

Ebbene, questa comunità vive il momento della malattia mortale di uno dei suoi adepti, e mandano ad avvisare Gesù. Stranamente, Gesù non si muove. Gesù non si muove, del brano leggiamo soltanto le parti essenziali perché è molto lungo, saltiamo al versetto 17, “quando Gesù arrivò trovò” e non Lazzaro. L’evangelista qui non mette il nome, “lo trovò”, perché nella tomba non c’è Lazzaro: Lazzaro, con il momento della morte, è entrato nella pienezza della dimensione divina, ma c’è il morto. Tutto il brano è un invito alla comunità cristiana a cambiare il concetto della morte.

“Quando Gesù arrivò, lo trovò che già da quattro giorni era nel sepolcro”, perché questo “quattro giorni”? Si credeva che, per tre giorni, lo spirito dell’individuo restava a vegliare il cadavere. Quando poi non si riconosceva più nei lineamenti del volto, per l’inizio del processo di decomposizione, scendeva nel regno dei morti, quindi è completamente morto. Gesù non entra nel villaggio, il luogo dell’incomprensione. Per incontrare Gesù, occorre uscire dalla tradizione, dal villaggio, allora Marta “dunque come udì che veniva Gesù, gli andò incontro”, ed investe Gesù di un rimprovero dice: “«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Avevano avvertito Gesù che il fratello era malato, che era grave, e Gesù non si era mosso. Gesù sembra non essere mai presente nei momenti di bisogno, e quindi Marta rimprovera Gesù. Ma dice: “anche ora so”, lei si rifà a quello che sa, cioè alla tradizione, “che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Gli evangelisti distinguono tra il verbo chiedere ed il verbo domandare: il verbo chiedere è una richiesta di un inferiore verso un superiore, il domandare una richiesta alla pari. Qui, per Marta, Gesù deve chiedere, quindi lei non ha compreso ancora che Gesù è Dio, che Gesù è uguale a Dio.

E Gesù le risponde: “tuo fratello risorgerà”, non l’avesse mai fatto, si becca una reazione stizzita da parte di Marta. “Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno»”. Quando una persona è in lutto, se per confortarla gli si dice che la persona defunta risorgerà, quando? Non solo non gli si dà consolazione, ma la si getta nella disperazione. Quando risusciterà? Oggi, domani, tra un mese, tra un anno, alla fine dei tempi? E va bene per la fine dei tempi anche noi saremo morti e già risuscitati, non è una consolazione. Quindi Marta risponde seccata: “so che risorgerà, nella resurrezione dell’ultimo giorno”, perché questa era la credenza farisaica della resurrezione. Si viveva, si moriva, si finiva nel soggiorno dei morti, poi l’ultimo giorno, un giorno finale, ipotetico, ci sarebbe stata la risurrezione dei giusti.

Ed ecco la rivelazione di Gesù, che cambia completamente il concetto di vita, il concetto di morte, il concetto di risurrezione. Gesù le disse: “io sono”, io sono non è una rivendicazione di presenza, ma è la rivendicazione del nome divino, è il nome con il quale Dio si rivelò a Mosè: “io sono”. Quindi Gesù rivendica la pienezza della condizione divina, “la risurrezione e la vita”, non dice io sarò, lui è la risurrezione e la vita, quindi la vita e la risurrezione non saranno, ma sono già. E poi la risposta di Gesù si articola in due elementi. Il primo, alla comunità che piange uno dei componenti che è defunto, dice: “chi crede in me”, Lazzaro ha creduto in lui, “anche se muore”, anche se adesso vedete un cadavere, “vivrà”, continua a vivere. Quindi Gesù richiede, alla comunità che piange un morto, di avere questa fede. Ma poi, ai componenti della comunità che sono vivi, Gesù dice: “chiunque vive”, e quindi voi che siete vivi, “e crede in me”, e mi avete dato adesione, “non morirà in eterno”, non morirà mai. Gesù assicura che non si farà l’esperienza della morte: la morte non interrompe la vita, ma introduce subito a una dimensione nuova, piena, definitiva dell’esistenza.

Ma Gesù chiede a Marta se arriva a credere questo, ed ecco finalmente la crescita nella fede, “Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”. Finalmente Marta è cresciuta nella fede.

Bene, continua il brano, saltiamo al versetto 33, “Gesù allora, quando la vide piangere”, c’è stato l’intervento dell’altra sorella Maria, che ha rimproverato Gesù con le stesse parole, “e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente”. Veramente il verbo adoperato dall’evangelista non è commuovere, è fremere, è reprimere una forte sensazione, potremmo tradurre sbuffò, fremette. È Gesù che non sopporta questa situazione, perché la sua comunità piange esattamente come piangono i Giudei, come piange la tradizione. E Gesù, qui al versetto 35, non scoppiò in pianto, Gesù lacrimò. L’evangelista adopera due verbi differenti per quelli di Marta, Maria, i Giudei, e per il pianto di Gesù. Per il pianto di Gesù usa lacrimare, un’espressione di dolore, per il pianto delle sorelle usa invece il pianto che si faceva nel cordoglio funebre, che indicava la disperazione totale.

Ed ecco “Allora” che “Gesù”, ancora fremendo, reprimendo se stesso, “si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra”. Questa pietra apparirà per ben tre volte, per indicare che è questo che domina la narrazione: erano dei sepolcri scavati nelle grotte, e, di fronte, veniva posta una pietra. L’espressione italiana: “mettiamoci una pietra sopra”, deriva proprio da questi usi funerari, quando ci si è messa una pietra, significa che (tra) il mondo dei morti e quello dei vivi non c’è più continuità, non c’è più comunicazione.

E qui Gesù inizia a dare ordini imperativi; sono tre, il primo è: “togliete la pietra”, siete voi che avete recluso il defunto lì dentro e voi la dovete togliere questa pietra. E reagisce Marta, Marta che viene indicata come “la sorella del morto”. È superflua questa indicazione, sappiamo che Marta era la sorella del morto, ma l’evangelista sottolinea che questo della morte era il clima, il pensiero che dominava la comunità. “«Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni»”. Le disse Gesù: “«Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?»”. Nella vita indistruttibile si manifesta la gloria di Dio. “Tolsero dunque la pietra” che loro avevano messo, ed ecco gli ultimi comandi di Gesù, “Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!»”. La tomba, il sepolcro non è il luogo per un discepolo del Signore, il discepolo del Signore, nel momento della morte, entra subito nella piena dimensione della sua esistenza.

Gesù ha chiamato Lazzaro, ma non esce Lazzaro, esce il morto. Gesù chiama Lazzaro, ma esce il morto, perché Lazzaro non c’era nel sepolcro, Lazzaro era già nella pienezza dell’amore del Padre, è il morto che deve uscire dal sepolcro, cioè l’evangelista vuole aiutare la comunità a cambiare completamente mentalità riguardo alla morte, che le persone defunte non stanno in un sepolcro, ma continuano la loro esistenza nella pienezza della dimensione divina. “Il morto uscì”, e, stranamente, “i piedi e le mani legati con bende”, che non era la maniera di seppellire da parte dei Giudei. Il cadavere veniva lavato con acqua e aceto, poi veniva posto un telo sopra, ma non veniva legato, perché qui il morto ha i piedi e le mani legate? Perché essere legati era il simbolo della morte. Nei Salmi si legge: “mi stringevano le fumi della morte”, essere prigionieri della morte, sono loro che l’hanno legato con queste bende, lo hanno reso prigioniero della morte.

Gli ultimi comandi di Gesù sono rivelatori: “Gesù disse loro: «Liberàtelo”, cioè scioglietelo, siete voi che lo avete legato come un morto senza vita, l’avete relegato in questo sepolcro. E l’ultimo comando è strano, scioglietelo e ci saremmo aspettati: fatelo venire, andiamogli incontro, accogliamolo, festeggiamolo. Nulla di tutto questo. L’ultimo comando stranamente è: “lasciàtelo andare»”, ma dove deve andare? Il morto che deve andare dove Lazzaro già c’è, cioè nella dimensione della pienezza di vita, è la comunità che deve cambiare mentalità.

È strano che esce questo morto, non una parola, non un ringraziamento, non va verso le sorelle che pure lo avevano tanto pianto, ma il morto deve andare, l’evangelista adopera lo stesso verbo “andare”, che ha adoperato per indicare l’itinerario di Gesù con il Padre. Ecco, questa espressione dell’evangelista ci illumina sul senso della morte: la morte di un discepolo di Gesù, non solo non interrompe la sua vita, ma lo introduce in una dimensione nuova, piena e definitiva dell’esistenza. La morte non allontana dalle persone, ma le avvicina, la morte non è un’assenza, ma una presenza ancora più intensa.