Commento al Vangelo di domenica 28 Giugno 2020 – Paolo Curtaz

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Il commento al Vangelo di domenica 28 Giugno 2020 – Anno A, a cura di Paolo Curtaz. Qui di seguito il testo ed il video.

Un punto d’appoggio

Un punto d’appoggio. Questo ci serve.

Un punto fermo, saldo, che ci aiuti ad appendere ogni altra cosa.

È così sempre, nella vita di un uomo, tanto più ora che fatichiamo a scrollarci di dosso questi mesi, che assistiamo, impotenti, all’emergere rinnovato e rinforzato di tensioni, rabbie, vittimismi.

Altro che diventare migliori. Altro che andrà tutto bene…

Ci è chiesta una ragione più profonda. Una motivazione che, finalmente, risollevi la nostra vita.

E risollevi le nostre comunità stordite come chi prende un pugno sul ring e cade al tappeto faticando a rialzarsi.

E questo punto d’appoggio per me, per te che leggi, per chi si lascia interrogare, ha un solo volto: Gesù rivelatore del Padre.

Il Cristo. E l’amore che dona e che può cambiare la vita.

Dobbiamo guardare a lui. Qui. Ora.

Come spesso è successo nel lungo e travagliato percorso dei suoi discepoli.

A partire dalla comunità di Matteo.

Link al video

Traumi

L’evangelista scrive dopo a distruzione del tempio di Gerusalemme del 70 d.C.

Un evento traumatico per tutti gli ebrei, per i rivoltosi che hanno scatenato le ire di Roma, e per la stragrande maggioranza della popolazione inerme che fugge davanti ai pilum della Legio X Fretensis che rade tutto al suolo.

I sopravvissuti dall’assedio della città santa, quasi tutti farisei, si incontrano a Yamnia e cercano di radunarsi intorno a quanto resta del giudaismo. E, nel farlo, pongono le distanze e maledicono i nemici. Nell’elenco figurano anche i seguaci del Nazareno.

È un momento drammatico per i discepoli, immaginate: dall’oggi al domani sono guardati con odio dagli stessi famigliari.

È a questo punto che Gesù, dopo avere detto di essere venuto a portare il fuoco sulla terra, aggiunge le parole che oggi abbiamo ascoltato.

Parole magnifiche. E durissime.

Amare di più

Ai discepoli che, a causa della propria fede in lui, vedono critiche e giudizi pesanti all’interno della propria famiglia, Gesù pronuncia parole di consolazione.

Il verbo amare usato da Gesù durante i suoi discorsi è legato alla philia, l’amore naturale.

Quando parla di amore nei suoi confronti, invece, parla di agape, dell’amore riflesso di Dio.

Gesù non pone una contrapposizione, non chiede di disprezzare i famigliari ma propone una classifica di intensità di amore: l’amore connaturale per i famigliari è e resta emanazione/simbolo/rappresentazione dell’amore divino.

E rassicura i suoi: l’amore che egli ci dona, e che siamo in grado di restituire, è di un’intensità che nessun amore umano (bello, straordinario, immaginifico), è in grado di sostituire.

Qualunque esperienza affettiva ed emotiva, qualunque sentimento che sperimentiamo verso una persona (amante, figlio, genitore, amico) è e resta realtà penultima. Gesù esige, pretende di essere il riferimento ultimo perché all’origine di ogni amore.

Questo amore che qui viviamo è riflesso straordinario ed interessante, gioioso e corposo di quell’altro amore ben più consistente.

Essere compagni di viaggio, dono per la scoperta della realtà più forte e profonda: a questo è finalizzata ogni relazione.

Confondere i piani, aspettarsi dalla philia che colmi il cuore è foriero di gravissime conseguenze.

Questo dice il Signore ai nostri cuori smarriti: sappiatevi amati. Imparate a mettere questo amore all’origine delle vostre scelte.

L’amore è esperienza magnifica e totalizzante.

Ma esiste un amore più grande. Il suo.

Croci vere o presunte

Per la prima volta in Matteo si parla di croce.

Accogliere la (mentalità della) croce è essenziale per essere degni discepoli del Signore.

Sbagliando clamorosamente, molti pensano che la croce indichi il dolore. Quindi Gesù chiederebbe ai suoi discepoli di sopportare la croce come segno di dignità. Anzi, alcuni giungono a pensare e a dire, sbagliando, che Dio stesso invierebbe le croci per metterci alla prova.

Non è così: Gesù chiede di superare il dolore e di sciogliere i nodi, e ci spiega in che cosa consista la croce:

39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.

È il detto di Gesù più citato nei vangeli, per ben sei volte!

La vita è dono di sé, la vita è effusione dell’amore di Dio, la vita è regalo, ecco ciò che ha maggiormente colpito le comunità primitive.

Questa è la logica della croce che Gesù stesso vive: fare della vita un dono.

Quindi Gesù dice: per essere degno di me ama fino alla fine, fino al tutto di te.

La croce diventa il modo che Gesù ha per manifestare fino a che punto è disposto ad amarmi. Prendere la croce significa assumere questa logica che, di conseguenza, ci fa scegliere di donare la nostra vita.

Dio non manda le croci: i chiede di assumere nella vita una logica crocifissa, cioè donata.

Accogliere i profeti

La conclusione del discorso molto impegnativo ora si rilassa, guarda al positivo.

Essere accolti come profeti, come discepoli, è la più grande ricompensa che possiamo ottenere.

È l’esperienza che fanno molti di noi: se, sedotti dall’amore di Cristo, siamo resi capaci di amare, di donare, di annunciare, come il profeta nella prima lettura, troveremo uomini e donne grati e stupiti pieni di generosità, capaci di accoglierci. Quante volte l’ho visto accadere!

Di più: se siamo entrati nella logica della croce, cioè del dono totale e senza misura, sappiamo restituirlo anche nel piccolo gesto quotidiano come può essere l’offerta di un bicchiere d’acqua.

Morire martiri, testimoniare Cristo con il sangue o riempire un bicchiere d’acqua a un fratello per conto di Cristo fanno parte dello stesso amore, anche se con intensità diversa.

Allora capiamo l’importanza del logion più citato di Gesù: è solo nella logica del dono di sé che imita il dono di Gesù che sperimentiamo la logica di Dio e, così facendo, sperimentiamo la grazia di essere accolti e di accogliere.

Questo è un buon punto d’appoggio per ripartire. E fiorire.