Commento al Vangelo di domenica 26 Aprile 2020 – Comunità Kairos

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Collocato a conclusione del Vangelo di Luca, il brano dei discepoli di Emmaus ne è sintesi e liturgia al contempo. L’incontro dell’uomo con il Risorto, che si fa compagno di cammino lungo il suo percorso ancora offuscato dalle tenebre della disillusione e dello sconforto, diventa conversione alla luce delle Scritture e del gesto salvifico-rivelativo dello spezzare il pane.

Un cammino in cui dal buio dell’incredulità nasce, passo dopo passo, la fede che, a sua volta, provocherà essa stessa un cammino di annuncio e di comunione con gli uomini.

“In quello stesso giorno”, i due discepoli abbandonano quella Gerusalemme dalla quale sembra essere tramontata per sempre, ai loro occhi, la speranza di un Messia vittorioso, pronto a riscattare e a liberare Israele. La delusione ottunde e rende incapaci di ascoltare e di prestare fede a quell’annuncio portato dalle donne di ritorno dalla tomba vuota, scambiato per puro vaneggiamento. Non rimane che tornare alla vita di prima, ripiegarsi su stessi, fuggendo da tutto ciò che aveva animato la speranza.

Ha così inizio questo movimento di distanziamento e di allontanamento fisico-geografico ed esistenziale da Gerusalemme e da ciò che essa avrebbe dovuto rappresentare: luogo della rivelazione del Messia; luogo, invece, in cui rimane ora scalfita per sempre negli occhi e nel cuore dei discepoli, l’immagine scandalosa del Cristo appeso alla croce, e negli orecchi il racconto incomprensibile della tomba vuota.

I discepoli sono ora lungo la via, discutono animatamente quando Gesù va loro incontro, ascolta i loro discorsi, chiede. Ed essi, pur nel buio dello scoramento, di fronte a un uomo che appare loro così “forestiero” da non sapere ciò che è accaduto (cfr. v. 18), si fanno tuttavia sollecitare dalle domande che Gesù pone loro, innescando così un processo di riflessione.

Ma essi riferiscono “fatti” che riguardano il “profeta” Gesù. La loro lettura è solo fenomenica, cronachistica; le loro parole non sanno ancora dire, sono mute: il dolore e la profonda delusione, ma ancor di più, lo sguardo ancora sotto una prospettiva fortemente umana, non consente loro di “leggere” gli eventi alla luce di quelle stesse Scritture, che essi sicuramente conoscevano, ma che non riescono a interpretare con quella “intelligenza” che solo la Parola del Signore, può riaccendere.

«Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!» è il rimprovero di Gesù. Qual è il cuore del messaggio rivelativo delle Scritture stesse? Ed è su questo percorso che Gesù li conduce. Così, quel procedere fianco a fianco diventa cammino rivelativo: «E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui».

I discepoli, non ancora giunti a riconoscere in quel forestiero il Signore, riconoscono tuttavia in quelle parole una verità, un percorso di senso che comincia ora a illuminare tutto ciò che era fino a prima avvolto nelle tenebre dell’incomprensione. A dirlo è il cuore, luogo dell’unità profonda dell’uomo («ardeva [loro] il cuore nel petto mentre conversava …. [e] spiegava le Scritture»).

É così che la compagnia del forestiero diventa buona compagnia; il cammino percorso insieme, sentiero di senso.

Giunti vicini al villaggio, il Signore fa per andarsene, ma ormai nel cuore dei discepoli ha cominciato a pulsare una vita nuova, ed essi lo pregano di rimanere. Il camminare insieme ha aperto all’ospitalità. Quel forestiero ora siede alla tavola e compie il rito del padrone di casa: benedice e spezza il pane. Ed è in questo gesto che ora loro lo riconoscono: il pane spezzato è il corpo di Cristo spezzato per la salvezza di tutti gli uomini.

La croce, scandalo e ignominia per gli uomini, luogo che ha sancito il fallimento di quella speranza di riscatto, viene ora ricompresa come luogo cui il Cristo crocifisso e risorto, è andato incontro come «esito di un’esistenza vissuta nella libertà e per amore degli uomini…. …per donarci la salvezza» (Bianchi, Stoltezza della croce, pienezza della vita, p. 7), per riscattare l’umanità intera.

La rivelazione che si apre agli occhi dei due discepoli a conclusione di questo lungo cammino è dunque la Pasqua.

Gesù scompare ora alla loro vista e i discepoli riprendono il loro cammino per far ritorno a Gerusalemme. Possono far ritorno a quella comunità per condividere la gioia che fa annunciare:

«Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».

Condensando in quello stesso giorno tutti questi eventi, come se fosse un giorno dilatato senza fine, Luca in Emmaus ci presenta il percorso di ciascun fedele e ce lo presenta proprio nella forma di un cammino lungo il quale l’uomo sperimenta la vicinanza, la prossimità e, soprattutto, la ricerca di senso.

Gesù viene a cercare l’uomo ancora una volta, e gli si accosta per tutto quel cammino, non si mette davanti a loro, ma si fa viandante con loro, compagno di cammino; non forza, non si “impone” ma “pone” una domanda; vuole far nascere in loro un processo di riflessione. Ascolta le loro parole che, offuscate dall’incomprensione e dal disorientamento causato dalla delusione, non colgono ancora il senso, né riescono ad interpretare, ma sono cronaca di fatti ed eventi.

Ma Gesù è lì con loro per condurli in questo processo, accoglie le loro parole e dona loro la Parola: invitandoli a riflettere e a leggere quegli eventi alla luce delle Scritture.

In questo rapporto di ascolto e di compagnia solidale ci viene indicata la strada del nostro vivere la fede e del nostro vivere l’umanità. Perché in Emmaus fede e umanità si incontrano. La parola che viene rivolta, infatti, è domanda, è richiesta di dialogo, disponibilità ad accogliere ciò che brucia nel cuore dell’altro; la Parola che viene poi data, è invito alla riflessione.

La parola dismette, così, gli abiti della autoreferenzialità e inizia l’esodo dei discepoli, un andare fuori da se stessi per decentrarsi sul volto del Signore. Ma tale decentramento non può che non partire dall’uomo stesso, dal suo vissuto, dalle sue parole non dette, dalle sue parole disperate, dalle sue parole di speranza.

Gesù in Emmaus, opera tutto questo; rilegge loro le Scritture, facendoli “uscire” dalle ristrettezze della loro primitiva comprensione ed apre così la loro mente. Ma è nella frazione del pane il vero riconoscimento. Questa nuova comprensione è nei fatti una resurrezione, una rinascita, perché un senso nuovo è stato ora compreso.

Ecco il ritorno a Gerusalemme; in realtà una metànoia, un movimento di conversione che non può che essere condiviso con la comunità.

La fede è nella comunità. “Io” credo perché “tu” credi e nella “tua” speranza, pongo io la “mia” speranza; quella speranza che spesso, o a volte, cede sotto il peso del male e dell’incomprensione.

Il fratello, nella comunità, continua a tenere accesa quella luce che, nelle sue mani, in realtà, è luce per me.

“Credo, aiutami nella mia incredulità”, è la preghiera dell’epilettico a Gesù. (Mc 9,24).

E questo è un percorso, come il lungo cammino dei discepoli di Emmaus ci indica. Perché la fede è di per sé cammino; non è data una volta per sempre. È un sì, ma che nasce da un cammino e che apre ancora ad un cammino che sembra non avere fine.

D’altro canto i cristiani erano detti, ci racconta Luca, “quelli della via” e nella 1Pt si dice parlando dei fedeli “stranieri e pellegrini”.

Si diventa cristiani partendo da un cammino personale e comunitario che attinge al nostro desiderio di ricerca, al nostro desiderio di speranza, e prosegue impegnando tutto il nostro essere, anche quando ci ritroviamo a percorrere, nelle varie fasi della nostra vita, i sentieri bui a cui il dolore, il male e il non senso ci conducono.

L’orizzonte del nostro cammino è mistero, ma è orizzonte della nostra attesa e della nostra speranza. Tutto ciò impedisce di dare alla fede il carattere della supponenza o, peggio ancora, dell’arroganza mentre invita alla ricerca incessante del volto di Dio e della speranza che anima il cuore del credente.

“Adorate il Signore, Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3, 15-16).

Il cristiano è colui che ha speranza ed è testimone di questa speranza, anche se nel suo cammino, incontra il dubbio e l’incomprensione che ne offuscano la mente e il cuore.

Ma Luca ci dice una parola di speranza: il Signore risorto cammina accanto a noi e ci interpella, nel fratello, nel viandante, nel forestiero. Ci pone delle domande affinché continuiamo incessantemente a camminare lungo il sentiero della nostra ricerca di senso.

Non c’è fede senza prossimità. Su questa via noi incontriamo noi stessi e l’altro che mi parla. Su questa via, il Signore ci parla.

Commento a cura di Alessandra Colonna Romano

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)