Sono gli ultimi giorni di Gesù. Il rapporto con i capi politici e religiosi del popolo giudaico è arrivato a un punto di rottura.

A Gerusalemme, nel confronto con i sommi sacerdoti, gli anziani e i farisei, Gesù ha espresso il suo pensiero attraverso una serie di parabole (i vignaioli ribelli, gli invitati al banchetto) che risultano alle orecchie delle autorità politiche e religiose come giudizio e condanna nei confronti del loro operato. Per questo vorrebbero catturarlo e farlo arrestare, ma la paura della folla che lo considera un profeta li frena.

Non potendolo arrestare, spingono il confronto con Gesù sul piano delle controversie. Non è la volontà di dialogo che li muove a interrogare il profeta di Galilea, l’unico intento è tendergli una trappola, metterlo alla prova cercando di coglierlo in fallo, fargli dire una parola pubblica in base alla quale condannarlo. La frattura è ormai netta e definitiva e il cerchio attorno a Gesù si va stringendo.

Lo hanno interrogato sulla liceità o meno del tributo a Cesare, poi sulla resurrezione dei morti, ora, solo per metterlo alla prova, gli ripropongono un problema classico negli ambienti giudaici: trovare un comandamento della legge che la unifichi tutta.

Questa volta sono i farisei i suoi avversari, che trasformano una questione di tipo accademico fra un dottore della legge e Gesù in una controversia.

Di fatto la disputa si risolve in una sola domanda: “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”

Il problema era già noto alle scuole rabbiniche dove si discuteva per stabilire una graduatoria tra i numerosi comandamenti della Legge. La Torah comprendeva ben 613 prescrizioni (248 precetti positivi, corrispondenti al numero delle membra del corpo allora conosciuto, e 365 divieti, pari al numero dei giorni dell’anno) e la questione su quale fosse il più grande dei comandamenti nella legge nasceva dalla preoccupazione di trovare un principio unificatore alle varie formulazioni della volontà di Dio. C’è un comandamento unico e semplice che possa guidare le singole scelte pratiche nella vita quotidiana? L’osservanza delle singole prescrizioni della legge correva il rischio del formalismo, facendo dimenticare e trascurare ciò che è davvero essenziale: la giustizia, la misericordia, la fedeltà.

La risposta di Gesù si articola in due momenti. La prima parte rimanda alla preghiera dello Shemà (Dt 6,4-5): «Ascolta (Shemà), Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» . Che il comandamento dell’amore di Dio fosse il perno di tutta la legge era una considerazione che ad ogni ebreo osservante era ben nota. Tuttavia, secondo la tradizione rabbinica gli altri precetti avevano lo stesso valore ed esigevano la medesima obbedienza. Gesù con la sua risposta riafferma la priorità dell’amore di Dio e ne fa “il più grande e primo comandamento”. Ecco la prima lente fondamentale attraverso cui guardare il mondo: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente. In poche parole, con tutto ciò che si è.

Ma non basta ed ecco subito la seconda parte della risposta di Gesù: Amerai il prossimo tuo come te stesso”(Lev 19,18). Ecco l’altra lente fondamentale ed è questa la novità portata da Gesù. Nella sua risposta stabilisce una relazione fra l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Quest’ultimo è assimilato al primo e insieme formano il cardine su cui poggia l’intera rivelazione biblica: la Legge e i Profeti sono riassunti e dipendono dall’amore di Dio e del prossimo, che

 

sono in una relazione inscindibile tra loro e non possono esistere l’uno senza l’altro. L’amore di Dio è vero solo se si traduce in amore per il prossimo.«Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20). L’amore del prossimo è conseguenza e compimento dell’amore di Dio.

Ecco le due lenti (alla fine un solo occhiale) per orientarsi nella propria esistenza di credenti. Ecco il comandamento unico e semplice che racchiude tutto. Ed è in Gesù che lo vediamo realizzato pienamente: interamente proteso verso il Padre e verso i fratelli.

Commento a cura di Giustina

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)


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