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Commento al Vangelo di domenica 24 Marzo 2019 – p. Alessandro Cortesi op

Nella Bibbia convertirsi non tanto questioni di comportamenti. Certamente è anche questo. Ma alla radice sta un movimento più profondo: il cambiamento autentico trova il suo inizio nel rapporto con Dio stesso, nel mood di vivere l’incontro con Lui. Convertirsi significa innanzitutto aprirsi ad accogliere il volto, la presenza di Dio che sta oltre i nostri pensieri e i nostri progetti.

Nell’incontro di Mosè presso il roveto ardente Dio si rende vicino come un ‘Tu’, un volto che chiama ed invia Mosè. “Mosè disse a Dio. ‘Ecco io arrivo dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi’. Ma mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?’. E’ importante la questione del nome perché in esso sono racchiusi i segreti di una identità. Dio disse a Mosè: ‘Io sono colui che sono’. Poi disse: ‘dirai agli israeliti Io sono mi ha mandato a voi’.

Mosè rimane deluso: attendeva un nome ma nell’incontro con Dio il nome rimane nascosto e lu stesso è inviato ad un cammino da compiere. L’espressione ‘Io sono colui che sono’ in primo luogo è un diniego nel presentare il proprio nome. Tale indicazione rinvia non tanto ad un ‘essere’ quanto ad un ‘operare’, ad un ‘esserci accanto’: Dio si comunica innanzitutto come qualcuno che ‘agisce’. ‘Io sarò colui che sarò’: cioè ‘tu potrai fare esperienza del mio esserci vedendo il mio agire in una storia di alleanza’.

Il Dio dell’esodo si rivela liberando il suo popolo: ‘dai miei atti mi riconoscerai’. Ed il suo nome è espressione della sua fedeltà e della sua vicinanza: egli scende a liberare il suo popolo che grida dalla schiavitù. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso”.

Questa pagina indica un primo aspetto della conversione: il cambiare mente e direzione della vita consiste innanzitutto nel lasciarsi cambiare da Dio stesso. Il Dio che si fa vicino fa cambiare le pretese di avere conoscenza del suo nome, di poterlo trattenere. Rinvia ad un cammino da intraprendere. E chiede di riconoscere il suo comunicarsi nel suo agire all’interno della storia. Convertirsi è allora un cambiamento per riconoscere che l’iniziativa viene da Dio. Il suo nome è impronunciabile e resta mistero per noi: si rende vicino nel suo agire di fedeltà. E chiama ad osservare la miseria, ad ascoltare il grido di chi soffre a scendere per liberare.

Anche la pagina di Luca ha al cuore un messaggio sulla conversione. Nell lingua di Luca il verbo esprime l’atto di ‘cambiare mentalità’ ossia il modo di vedere le cose e di orientare la vita. “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”.

Gesù richiama due episodi di cronaca: le milizie romane che dovevano controllare gli assembramenti ed evitare disordini erano intervenute in modo violento all’interno del tempio uccidendo molte persone. Il secondo accenno rinvia ad un crollo improvviso di una torre di difesa a Gerusalemme, nel cui crollo erano morte diciotto persone.

Gesù presenta innanzitutto una critica radicale alla lettura di queste vicende di chi pensa che Dio intervenga in modo capriccioso, dando la morte ai peccatori e la vita ai buoni. C’era infatti chi affermava che quei giudei morti nel tempio erano peccatori e Dio per questo li aveva puniti: ‘Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per avere subito tale sorte? O quei diciotto… credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No vi dico’. Per Gesù invece coloro che avevano trovato la morte in quei due tragici eventi, erano tutti uguali, nella medesima condizione.

Trae spunto da quegli avvenimenti che dovevano aver suscitato grande attenzione per parlare dell’urgenza di essere pronti in ogni momento a vivere ciò che più conta nella vita, ad accogliere il regno di Dio. E per questo parla dell’urgenza di una conversione e di un cambiamento per tutti. La chiamata di Dio ad ascoltare i suoi profeti e il suo ‘eletto’ è chiamata da accogliere senza rinvii. Il tempo è breve: è questo un tema caro a Luca, che richiama all’impegno nella quotidianità e allo stare attenti e pronti nel tempo che è dato, nell’attimo presente.

Segue poi una parabola che riguarda il fico che non porta frutto. Nella Bibbia il fico è assimilato ad Israele, (Os 9,10; Mi 7,1; Ger 8,13). Il vignaiolo chiede al padrone di attendere ancora, di non abbatterlo e di lasciarlo ancora un anno. Anche se già da tre anni non portava frutto. La richiesta è quella di attendere: ‘… vedremo se porta frutto per l’avvenire: se no lo taglierai’.

Accanto alla parola esigente sulla conversione come movimento da intraprendere con urgenza e con pronta disponibilità, c’è qui un altro insegnamento: è un richiamo alla pazienza di Dio, alla sua capacità di attesa, oltre ogni previsione, che lascia il tempo perché anche il fico che appare al momento sterile possa portare frutto. E’ un parola sulla cura paziente di Dio che sa attendere e che ripete l’invito ad una conversione che possa essere accolta.

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