Domenica «della fede messianica di Pietro»

Il racconto di quella che si è soliti chiamare la «confessione di Cesarea» introduce nei sinottici un passo abbastanza omogeneo che riveste particolare importanza. Dalla proclamazione della messianicità di Gesù parte, infatti, una nuova fase dell’annuncio. Gesù aveva predicato e operato soprattutto nella Galilea. La gente era piena di ammirazione ma anche di sconcerto perché il modo di fare di Gesù non corrispondeva a certi schemi entro i quali si era cristallizzata l’immagine del Messia atteso da Israele. «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Non è uno scambio di cortesie tra Gesù, figlio dell’uomo, e Simone, figlio di Giona: queste due affermazioni riguardano da vicino la fede di ogni credente. Gesù compie presso i suoi discepoli quello che oggi chiameremmo un «sondaggio d’opinione»: che cosa dice la gente di lui? Dicono che è un grande uomo, un profeta del passato: Elia, Geremia, o il Battista che è appena stato messo a morte. Sono risposte un po’ deludenti. Forse quelle dei nostri contemporanei sarebbero ancora più eterogenee, e anche più riduttive: in esse si mescolerebbero il meglio e il peggio, il sublime e l’ingiurioso, o l’insignificante. Comunque, una cosa è certa: oggi come ieri, la storia di Gesù non è dietro alle sue spalle, ma davanti a lui. Se Gesù è davvero «il Cristo, il figlio del Dio vivente», come dichiara Simone, ispirato dall’alto, allora il suo mistero non è limitato a un punto del tempo e dello spazio, ma abbraccia tutte le generazioni e l’intero universo.

Nella sua confessione di fede, Simone ha intuito come in un lampo, per un attimo, questo mistero. Ed era indubbiamente necessario — e giusto — che usasse parole più grandi di lui, perché dovevano esprimere la fede della Chiesa  nascente, all’inizio della sua storia. Sul credo di Pietro Gesù ha costruito la sua Chiesa; Pietro, l’uomo dagli slanci immediati e generosi, ma anche il discepolo che l’avrebbe rinnegato. Cristo ne fa il suo luogotenente, incaricato di confermare nella fede i fratelli fino alla venuta del regno. Il principe degli apostoli ha segnato la Chiesa col sigillo della sua personalità, come avrebbero fatto Giovanni il mistico o Paolo il missionario, se fossero stati al suo posto. La Chiesa è innanzitutto la casa di noi poveri credenti, così spesso combattuti tra la fede e il dubbio, tra la generosità e l’infedeltà, ma che continuiamo nonostante tutto a balbettare con Pietro: «Credo!».

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Sal 86,1-3

Tendi l’orecchio, Signore, rispondimi:

mio Dio, salva il tuo servo che confida in te:

abbi pietà di me, Signore;

tutto il giorno a te io levo il mio grido.

Nell’antifona d’ingresso (Sal 85,1a.2b-3, SI) l’assemblea orante, rappresentata dalla voce del Salmista, si pone davanti al Signore, e gli innalza una serie di 4 epiclesi. Anzitutto, affinché il Signore tenda l’orecchio (30,3; 87,3), e ascoltando esaudisca la preghiera che gli giunge (v. 1a). Poi per chiedere il dono della salvezza gratuita e immeritata di chi si proclama servo del Signore, membro della sua santa alleanza, e che ha sempre sperato solo nella sua bontà (v. 2b). Infine, per chiedere la sua divina misericordia (vv. 5.16; 33,2; 36,2), ricordando al Signore la continuità e l’intensità della preghiera che sale a Lui tutto il giorno e ogni giorno (v. 3).

Canto all’Evangelo Mt 16,18

Alleluia, alleluia.

Tu sei Pietro, e su questa pietra

edificherò la mia Chiesa

e le porte degli inferi non prevarranno su di essa.

Alleluia.

Il versetto dell’alleluia all’Evangelo (Mt 16,18) orienta la proclamazione dell’Evangelo del giorno insistendo sulla fede e sul primato di Pietro. Il centro della pericope è la rivelazione del Figlio del Dio Vivente che il Padre per misterioso disegno di dilezione consegna anzitutto a Pietro.

Il Signore è giunto ad un momento cruciale del suo ministero messianico. Il programma vocazionale del Signore tendeva a conquistare alla missione a cui il Padre l’aveva inviato con lo Spirito Santo, l’intero popolo, a cui era ormai giunto il Regno, che sono Lui e lo Spirito Santo, con l’annuncio dell’Evangelo (Mt 4,17; cf. 12,28, l’esplicitazione), e questo doveva essere un “popolo preparato”, ricondotto al Signore (Lc 1,17, da Giovanni). Parole e segni potenti del Signore operati nello Spirito Santo, in realtà, sono riusciti solo a radunare alcuni discepoli, un piccolo gruppo ancora informe; tra essi, Dodici sono scelti, ma tutti ancora hanno una fede ed una speranza incerte su Gesù di Nazaret. Tuttavia la missione deve giungere al termine assegnato dal Padre a partire dal Battesimo del Figlio: la Croce. E in vista, sta la missione dopo la Resurrezione, per raggiungere il mondo per la Potenza dello Spirito che a suo tempo sarà donato. Quindi Gesù ha la stretta necessità di poter contare almeno sul gruppo che ha scelto con compiti di dirigenza, ed almeno sulla loro fede sia pure incipiente. Su questa base solo potrà cominciare ad annunciare l’Evento finale, la Croce e la Resurrezione (cf. Mt 16,21 il 1° annuncio di passione e resurrezione; Dom. XXII T. Ord. A), progressivamente (Mt 17,22-23; 20,17-19 il 2° e il 3°annuncio di passione e resurrezione; perfino poi nella Cena), in modo da non scandalizzare e demoralizzare i suoi.

Sempre, ma in particolare per questa pericope, il contenuto si comprende meglio se si conosce il contesto e si ha presente lo schema di Matteo. Oggi noi affronteremo il versetto più studiato, più difficile, più complicato e più controverso, non solo dell’evangelo di Matteo ma di tutto il Nuovo Testamento. Un versetto che ha dato luogo ed è stato causa di divisioni tra le varie confessioni cristiane. Un evangelo sul quale, ed è il caso di dirlo, i teologi e le chiese si sono letteralmente “scannati”. Il versetto è «tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia chiesa».

Questi versetti risentono enormemente anche del taglio, per così dire «petrino», sviluppato specialmente alla solennità del 29 giugno. Se consideriamo una chiave di lettura offerta dalla lettura liturgica possiamo notare che oltre alla scelta della 1 lettura[1], il responsorio all’alleluia all’evangelo è Mt 16,18 (lo stesso della solennita dei Santi Pietro e Paolo) che vuole orientare la proclamazione dell’evangelo insistendo sulla fede e sul primato di Pietro. Una lectio rispettosa del testo biblico ed una omelia ben preparata rivelano invece che il centro della pericope è la rivelazione del Figlio del Dio Vivente che il Padre per misterioso disegno di dilezione consegna anzitutto a Pietro.

Perché il personaggio di Pietro? Perché, dopo Gesù, il personaggio più citato negli evangeli è questo discepolo: Simone detto Pietro. Di lui non sappiamo storicamente, esattamente, quale fosse la sua caratteristica. Quello che gli evangeli ci presentano è, lo dico tra virgolette, una “caricatura”, cioè è una figura talmente esagerata e nelle parti positive e nelle parti negative che chiaramente gli evangeli non ci presentano il Pietro storico ma una “caricatura” di tutto quello che può essere, nel bene o nel male, un discepolo di Gesù. Questo Pietro viene presentato in maniera diversa secondo gli evangeli, per esempio in Matteo, Marco e Luca è il primo discepolo, insieme a suo fratello Andrea, invitato da Gesù a seguirlo. Nell’evangelo di Giovanni invece Gesù non invita mai Pietro a seguirlo, soltanto alla resurrezione, quando Gesù mette k.o. questo discepolo testardo, solo dopo gli dice: “vieni e seguimi”.

Ricordando ancora che il taglio di questa XXI Dom., come sempre per tutte le Domeniche dell’anno liturgico è decisamente ed esclusivamente cristologico; la domanda centrale dell’Evangelo di oggi che riguarda Gesù e dice: «Voi chi dite che io sia?» è fondamentale per la nostra fede.

Svilupperemo in seguito la grande attualità della domanda, dalla cui risposta dipende il modo di intendere la fede, l’esperienza cristiana, l’impegno della nostra vita nella Chiesa (cf. seconda colletta).

Per il contesto ricordiamo che siamo in quei cc. tra il 3° e il 4° grande discorso di Gesù che raccontano del suo ministero messianico itinerante. Una terribile «crisi» di uomini è in atto: l’annuncio dell’Evangelo e del Regno, che tendeva a fare del popolo d’Israele un solo missionario con lui è fallito. Dopo il ministero messianico in Galilea Gesù si ritrova praticamente solo, con 12 discepoli ancora incapaci di reggere l’immane compito dell’evangelo. Ha tuttavia bisogno di loro, della loro fede, per svolgere l’ultima parte della sua missione: la Croce. Dopo la Croce egli sa che come Risorto dovrà inviare uomini pronti ad annunciare l’Evangelo della Resurrezione in tutto il mondo. Su questa base chiede al Padre la divina confermazione del suo stato di Battezzato e destinato alla Croce: la Trasfigurazione. Così potrà superare la crisi momentanea: dopo la professione di fede di Pietro il Signore può annunciare per la la volta la sua Morte e Resurrezione (con la reazione “satanica” di Pietro), delineare quale sia la condizione ultima del discepolo, accettare la Croce e la venuta del Figlio dell’uomo.

Dopo la trasfigurazione questi temi si ripeteranno ma in ordine inverso intorno alla Trasfigurazione:

  1. Pietro professa la fede richiesta da Gesù (16,13-20)
  2. 1° annuncio della Passione e resurrezione (16,21)
  3. 1’antifede di Pietro «satana» (16,22-23)
  4. Il discepolo autentico con la Croce (16,24-26)
  5. La Venuta del Figlio dell’uomo con il suo Regno (16,27-28) Gesù è Trasfigurato (17,1-8)

e’) il Figlio dell’uomo e la resurrezione (17,9-13)

d’) discepoli inetti: Gesù guarisce il ragazzo lunatico (17,14-18)

c’) La non-fede dei discepoli (17,19-21)

b’) 2° annuncio della Passione e Resurrezione (17,22-23)

a’) Pietro ed il tributo per il tempio (17,24-27)

Il racconto della confessione messianica di Pietro appartiene alla triplice tradizione dei Sinottici (Mt 16,13-20 // Mc 8,27-30 // Lc 9,18-21): tuttavia Matteo rielabora ampiamente il testo tradizionale e vi aggiunge un discorso che Gesù rivolge a Pietro con le solenni parole di promessa e di investitura: inserite magistralmente nel racconto comune, queste espressioni non hanno paralleli negli altri evangelisti. Tuttavia il forte carattere semitico di tale discorso lascia intendere che il suo contenuto sia arcaico, sicuramente radicato nell’ambiente e nella lingua di Gesù stesso.

I lettura: Is 22,19-23 – Le chiavi del potere

Per sostituire un funzionario che abusa dei privilegi della sua carica, Isaia annuncia la promozione di Eliakìm; questi non regnerà, ma servirà. Dietro tale cambiamento di uffici si profila la figura del Cristo, vero servitore della casa di Davide e nello stesso tempo gloria del Padre. Da Dio riceverà ogni potere; ma sulla terra questo potere verrà delegato a un pescatore, Pietro, e poi a una chiesa che dovrà essere a servizio delle nazioni, in una diaconia senza fine.

Isaia oppone un oracolo profetico di sventura contro Gerusalemme (22,1-14) e contro i suoi corrotti funzionari, posti per il bene del popolo e diventati invece la loro rovina (vv. 15-25).

Dopo avere investito un esemplare di essi, Sebna, preannunciandogli la sventura finale, il Profeta gli sentenzia per adesso la volontà del Signore, che lo rimuove dal suo posto e dalle sue funzioni (v. 19). Per comprendere questo occorre sapere che dal sec. 8° a. C, il tempo d’Isaia, la crisi del benessere aveva stroncato ogni energia sana nel popolo. Meglio, ogni energia direttiva del popolo, ossia il re, i sacerdoti, i profeti, i sapienti, gli amministratori, tutti preoccupati solo di sfruttare la loro gente fino all’ultima risorsa. I Profeti ribollono di «rabbia profetica», con invettive violente e ripetute, segno certo di poca efficacia, contro la protervia dominante, oltre tutto mascherata dal velo dell’ipocrisia religiosa (Is 1,1-23). Purtroppo, nella predicazione della Chiesa non risuona più questa voce profetica: Guai a quanti aggiungono casa a casa, che avvicinano campo a campo, finché non ci sia più posto, e voi siate lasciati ad abitare soli in mezzo alla terra! (Is 5,8). La crisi seguitava per tutto il sec. 7°. Alla fine di questo, l’altro grande profeta, Geremia, codifica i contorni e bolla questo sistema vorace, sfrontato e parassita, investendo in modo esemplare il «triangolo malefico» corrotto, formato da re, sacerdoti e sapienti (gli esperti, i tecnici, gli amministratori), ai quali annuncia la fine totale e prossima (vedi Ger 2,8; 4,9; 5,31; 6,13; 8,1.8-10; 9,11-12; 13,13; Mich 3,9-11, questo, dell’8° secolo a. C). Sono assaliti anche i falsi profeti, che contestano tale catastrofe sociale, e ricevono la loro parte (Ger 5,13-14; 14,11-22; 23,9-24 e 25-32). E non meno il popolo, in qualche modo complice (Ger 7,16, 11,14; 14,11; 15,1). La retta e buona amministrazione è fallita, i re detengono il potere di salvezza del loro popolo nell’iniquità; i sacerdoti detengono nella corruzione l’arte del governo spirituale della loro gente. Tutto è corruzione. In alto e in basso. Il Signore interviene adesso. Chiamerà il «servo suo», Eliacim (nome simbolico, ‘El-jaqim, Dio farà risorgere), figlio di Elcia (altro nome simbolico, Hilqi-Jahù, Eredità mia è il Signore). È la vocazione finale, «in quel giorno», l’ultimo (v. 20). A Eliacim il Signore affida la funzione di supremo amministratore, con le vesti, la cintura e il potere di Sebna che è rimosso, e, come una volta Giuseppe per l’Egitto (Gen 45,8) e in futuro Mardocheo per la Persia (Est 13,6; 16,11), così adesso lui sarà il vero padre, ossia sacerdote, re e amministratore giusto per gli abitanti di Gerusalemme e per la stessa corte dei re di Giuda (v. 21). Il Signore porrà sulla sua spalla, ossia a sua disposizione, la chiave della casa di David (Mt 16,19; Ap 3,7), quindi il potere decisionale supremo. Egli aprirà e nessuno avrà forza e potere di chiudere, e così sarà quando chiuderà (Gb 12,14), poiché il Signore non permette il contrario (v. 22). Il Signore lo renderà stabile e consolidato, quale chiodo che affondi in un luogo solido (33,20; 54,2; Sir 14,24; Qo 12,11) e sarà la figura del trono glorioso d’una nuova dinastia (Ap 3,21), che «in quel giorno», alla fine dei giorni, si manifesterà (v. 23). Questo potere sarà affidato allora ad un piccolo Bambino, il Re «nato per noi» (Is 9,6, testo greco; Antifona d’ingresso della Messa del Giorno di Natale).

Il Salmo responsoriale: 137,l-2a.2bc-3.6 e 8bc, AGI col versetto responsorio: «Signore, il tuo amore è per sempre» (v. 8bc), è una preghiera fiduciosa, che chiede, ripetendolo ad ogni versetto, la Misericordia e la protezione delle Mani del Signore.

L’Orante manifesta la volontà di confessare, ossia di celebrare il suo Signore con tutto il suo intendimento, il cuore (9,2; 110,1; Sir 5,1), con animo riconoscente, poiché Egli ascoltò, come sempre, la preghiera della sua bocca. Non solo, ma adesso l’Orante vuole salire al santuario, dove i Cherubini fanno da guardia d’onore al Signore che troneggia sull’arca, per cantargli i Salmi, la preghiera a Lui gradita, insieme con i leviti e con l’assemblea dei fedeli (v. 1). Egli infatti vuole adorarlo con il cuore nella santità del tempio della divina Presenza (5,8; 27,2; Dan 6,10), e celebrare, confessare, proclamare il Nome divino, come azione di grazie per la Misericordia e la Fedeltà del Signore, il normale divino comportamento a causa dell’alleanza (v. 2).

L’azione di grazie, come sempre, sfocia anche nell’epiclesi fiduciosa, con cui l’Orante chiede di essere ancora esaudito ogni volta che prega, sapendo che il Signore solo può conferirgli la grande forza necessaria per vivere (v. 3). Egli afferma da una parte che il Signore è infinitamente lontano e trascendente, Egli l’Eccelso (112,4-7; 130,1; Pr 3,34; Lc 1,48; Giac 4,6), dall’altra tuttavia che si fa vicino per conoscere e confondere il superbo, che imperversa nella comunità fedele (17,28), e per ostacolarlo e punirlo (v. 6). Così la preghiera dell’Orante termina con la lode al Signore, la cui Misericordia è eterna e tangibile sempre (91,5; 13,51), e la lode è seguita da un’epiclesi, Egli creò l’uomo a sua immagine e somiglianza con le sue Mani benigne (Gen 2,7). Adesso l’uomo, memore, gli chiede di non abbandonare mai quest’opera preziosa, che altre volte aveva fatto esultare di gioia il Salmista (91,5) e gli aveva fatto chiedere di rendere feconda l’opera delle mani umane, immagine e somiglianza di quelle divine (89,17). Solo nelle Mani divine sta la certezza delia vita del fedele, che a esse quindi totalmente s’affida (v. 8bc).

Esaminiamo il brano

13 «Cesarea di Filippo»: Gesù da Betsaida, sul Lago di Genezaret (Mt 16,5) conduce i discepoli verso Cesarea di Filippo. Uno dei vertici del mistero evangelico avviene in una parte remota della Palestina, nella regione della città di Cesarea detta «di Filippo» (per distinguerla da quella che si trova sul mare detta “Cesarea marittima”) perchè da questo figlio di Erode il Grande eretta in onore dell’imperatore Augusto. La città si trova sul versante meridionale del monte Hermon incappucciato di neve, presso una delle principali e la più orientale sorgente del Giordano. L’indicazione geografica dell’evangelista è importante, perché ci fa comprendere poi tutto quello che viene di seguito. A Cesarea di Filippo abbiamo già detto che c’erano le sorgenti del fiume Giordano. Ebbene, la sorgente del fiume Giordano, nella tradizione ebraica, veniva considerata l’ingresso alla dimora dei morti. A quell’epoca, lo spiegheremo più avanti quando Gesù ne parlerà, la terra era considerata come un rettangolo, immaginate come questo altare, sotto c’era un’enorme caverna che era la dimora dei morti, cioè dove andavano a finire tutti quanti, indipendentemente dalla loro condotta: buoni e malvagi, una volta morti, andavano a finire là. Uno degli ingressi di questa caverna sotterranea era considerata la sorgente del fiume Giordano, teniamolo quindi presente per comprendere quello che avverrà dopo. Questa Cesarea era chiamata anche semplicemente Paneas – oggi Banyas – per la sua prossimità al Panèion (cf cartina in Bibbia di Gerusalemme), cioè al santuario di Pan, il dio pagano delle montagne e dei pastori. Gesù ha scelto un posto isolato, un ritiro per fare un discorso importante agli apostoli; un parlare all’intelligenza attenta e disponibile, un parlare chiaro fatto per gli amici. In 16,5-12 Gesù aveva già messo in guardia i suoi discepoli dal «lievito dei farisei», cioè dalla mentalità e dalla dottrina dei farisei; e per essere sicuro che i suoi discepoli fossero lontani dall’influsso nefasto dei farisei li porta in territorio pagano (a Cesarea).

L’allontanamento geografico assume, nell’insieme del primo evangelo, un particolare significato, perché proprio in questo contesto il teologo narratore colloca l’annuncio esplicito di una imminente fondazione, cioè l’inaugurazione della nuova comunità che viene a continuare e completare l’antica. Al rifiuto dei capi di Israele – di cui si è parlato nei capitoli 14 — 15 – si contrappone l’accoglienza e il riconoscimento dei discepoli: in modo analogo all’autorità di farisei e sadducei (16,1-12) viene ora contrapposto un uomo di fede, un discepolo che, in forza della sua adesione a Gesù-Messia, può divenire il fondamento della nuova costruzione messianica.

«La gente chi dice…»: Gesù domanda prima qual’è l’opinione della folla ma appare chiaro che l’interesse del Cristo è sulla seconda richiesta, quella ai discepoli. In un momento di ritiro, come è uso frequente di Gesù, Egli si trova solo con i discepoli. È il tempo delle domande decisive per la fede dei discepoli in Lui, nella sua identità reale. Proprio una domanda simile era stata posta a Lui dai discepoli del Battista (Mt 11,2-3). Gesù aveva rimandato allora alle opere messianiche ed alla beatitudine di chi non avrebbe subito scandalo da Lui. La domanda che pone adesso è: “Chi dicono gli uomini che sia Io, il Figlio dell’uomo?”. Si può intendere il testo in due modi confluenti:

  1. gli uomini dicono che Io sia il Figlio dell’uomo?,
  2. oppure: che dicono gli uomini di Me, sono proprio il Figlio dell’uomo?

In ambo i casi di fatto Gesù afferma di essere il Figlio dell’uomo, ma si attende l’opinione corrente. Il seguito mostra che non è una domanda oziosa.

Qui Gesù contrappone «gli uomini», l’espressione uomini nell’evangelo è sempre negativa, non perché Gesù veda pessimisticamente gli uomini ma con gli uomini si intendono quegli individui che non hanno accolto lo spirito del Signore, quando gli uomini accolgono lo Spirito del Signore diventano, come Gesù, «il figlio dell’uomo», cioè l’uomo per eccellenza. L’uomo porta a maturità il suo essere, l’uomo si realizza pienamente quando riceve, come Gesù, dal Padre, lo Spirito, cioè la capacità di amore. Quindi gli uomini sono coloro che non hanno la capacità di amore e quindi di discernimento e il figlio dell’uomo, che è Gesù e tutti coloro che lo accolgono, sono coloro che attraverso la capacità di amore portano a piena maturazione la propria esistenza.

«il Figlio dell’uomo»: l’espressione greca traduce due espressioni ebr-aram. diverse fra loro di significato. La prima (bar-adam) indica l’uomo in quanto creatura, debole; la seconda (bar nash) indica il principe ereditario e colui che è cittadino di pieno diritto, libero(in cf allo schiavo). Con Daniele quest’ultima espressione passò ad indicare il capo del popolo di Dio, diventando così un titolo specificatamente messianico. Al tempo di Cristo l’attesa di un uomo che veniva da parte del Signore era grande; gli animi riscaldati avevano spesso sollevato intorno a incerte figure gruppi armati prontamente spenti dal Romano invasore. Qualche autore parla di “febbre messianica”.

14 «La gente dice…»: le risposte dei discepoli rispecchiano le incertezze del popolo dove ciascuno vedeva Gesù in diversa prospettiva (o meglio secondo le proprie aspettative):

Gv Battista: figura di maggior rilievo dell’epoca per la sua santità e giustizia, dopo la sua morte ingiusta si pensava a lui resuscitato dai morti; era il parere dello stesso Erode (14,2).

Elia: era promesso dalla profezia, rapito in cielo dal carro di fuoco (cf. 2 Re 2,11), quale servo zelante del Signore, era ancora vivo, a disposizione per la grande venuta.

Geremia: figura del servo sofferente, ucciso misteriosamente nell’esilio egiziano, sacerdote e profeta, riscattatore dei diritti di Dio e del suo popolo da liberare dal peccato.

Uno dei profeti: la profezia era interrota in Israele, tuttavia per bocca di Mosè era stato promesso l’invio di un profeta come Mosè che avrebbe parlato le Parole del Signore (Dt 18,15-22).

Le folle hanno visto Gesù predicare come il Battista la conversione del cuore; preparare come Elia il Giorno grande e terribile; aveva intuito la funzione di Servo profetico come Geremia e soprattutto lo aveva sperimentato come «Profeta grande» parlatore delle divine Parole ed operatore di «segni» prodigiosi.

Avevano compreso che Gesù era un messia, ma non avevano purtroppo compreso la novità, che Egli era «Il Messia atteso».

Ecco «il lievito dei Farisei»: è la tradizione degli uomini. Non c’è niente di più terribile dell’attaccamento alla tradizione religiosa, perché se uno intende la tradizione religiosa come un fattore positivo non se ne staccherà mai! Per comprendere la novità portata da Gesù bisogna recidere l’attaccamento a quella tradizione religiosa,

15: «Voi chi dite…»: Gesù vuole conoscere la fede dei discepoli vuole trovare un germe di fede che possa essere poi «confermata» provvisoriamente come avverrà alla Trasfigurazione. Desidera una risposta corale: ma voi chi dite… e non un parere personale di questo o quello.

L’esegesi moderna rileva qui che i vv. 16-19, assai densi e difficili, sono di stretta autenticità. Lo garantisce in modo inconfutabile l’impronta semitica, riconoscibile dalla traduzione greca che calca i termini, non li traduce nell’indole greca. Così per le espressioni “il Cristo”, “la carne e il sangue”, il gioco di parole “Pietro-pietra”, “le porte dell’Ade”, “le chiavi del Regno”, “legare e sciogliere”, che sono solo semitiche (ebraiche o aramaiche), e solo come tali vanno comprese.

  1. 16: «Rispose Pietro…»: ha chiesto un parere corale ed ottiene Pietro che arditamente si fa “corifeo”, portaparola, Prôtokorypháios come lo chiamano le Chiese orientali dei Dodici, il gruppo scelto e fedele.

«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»: è noto che soltanto Matteo fa dire a Pietro, nella sua professione di fede in Gesù, Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Mc (8,29) e Lc (9,20) limitano la confessione al riconoscimento della dignità messianica di Gesù (il Cristo = lunto).

La professione in Matteo è di una fede che non era quella della folla e della cui profondità, sul momento, neppure Pietro e gli 11 si rendevano conto del tutto.

Ed anzitutto, la professione: “il Cristo” traduce “l’Unto”, in ebraico ha-Mashîah., in aramaico Mshîhâ’, il “Consacrato da sacra Unzione”, la quale è lo Spirito del Signore donato al “Messia”, il Re e Sacerdote atteso (Is 61,1-2, citato in Lc 4,18-19). Egli certo doveva essere “il figlio di David”, secondo la promessa eterna data a David (2 Sam 7,14; Sal 88,27-28; 2,7). Ma proprio in questi testi il medesimo era anche Figlio di Dio, come sancisce l’Oracolo solenne di Sal 109,3.

«Figlio»: La risposta di Pietro, in parte è esatta, soprattutto per quello che riguarda «il figlio di Dio, il vivente». Al grande equivoco che si faceva nei confronti di Gesù è che Gesù veniva riconosciuto come «figlio di Davide». Per figlio, nella cultura ebraica non si intende nato da qualcuno, ma colui che assomiglia al padre nel comportamento. Allora, gli ebrei attendevano un Messia figlio di Davide, cioè un Messia come Davide. Perché Davide?, Davide è stato l’unico re che è riuscito a radunare tutte e dodici le tribù e ha inaugurato il Regno di Israele. Naturalmente mediante la violenza, mediante l’oppressione, allargando i confini in una maniera che dopo non sarà più possibile. Salomone resisterà ai confini ricevuti da Davide e poi ci sarà la scissione. Quindi la gente aspettava la rivincita: il Messia deve essere come Davide, cioè uno che attraverso la violenza inauguri il Regno di Israele. Ebbene, Simon Pietro, per la prima volta negli evangeli, riconosce che Gesù non è il figlio di Davide, non è uno che attraverso la violenza inaugurerà il regno, ma riconosce il figlio di Dio, ed è importante l’attributo di questo Dio, il Dio vivificante cioè il Dio che comunica vita. Questa è la risposta esatta, è la definizione esatta di Gesù.

«del Dio vivente»: è il culmine della rivelazione dell’A.T. assunta come culmine anche del N. T.

Il Dio vivente significa l’Unico Dio, l’Unico esistente (Es 3,14 rivelazione al Roveto ardente) e si trova ad es. con Mosè (Dt 5,26) e con il suo successore Giosuè (Gs 3,10), con i profeti come Geremia (10,10), Osea (1,10), Daniele (6,20), e nella preghiera d’Israele (Sal 41,3).

Il Dio Vivente indica l’Unico Vivente, Colui che può anche donare l’esistenza ad ogni vivente. Egli è temuto dalla “carne” creata, che alla sua visione può essere disfatta (Dt 5,6). Ma è anche il desiderio supremo dell’Orante (Sal 41,3). È riconoscibile dall’irresistibilità delle sue vittorie (Gs 3,10). E ama stare in mezzo al suo popolo rifiorito, così che questo sia chiamato “i figli del Dio Vivente” (Os 1,10). Egli è il Signore Unico, “la Verità-Fedeltà” sussistente, che è il Re eterno, davanti a cui tutto trema (Ger 10,10), perfino il re dei re in Babilonia, che davanti ai servi fedeli da Lui prodigiosamente tutelati e salvati, deve riconoscerli come i “servi del Dio Vivente” (Dan 6,20-21).

17 «Beato te…»: Gesù dichiara Pietro beato (Makarios), perchè è una rivelazione del Padre con lo Spirito Santo (1 Cor 2,10). È una rivelazione di carità che scavalca ogni prospettiva umana di puro ragionamento ed intuizione, poiché qui non entrano in funzione «carne e sangue», L’uomo da solo non può giungere al culmine sublime del Mistero divino (cf Gv 1,13). Gesù proclama Simone beato, e si riallaccia alle beatitudini che sono presenti nell’evangelo di Matteo. In particolare ci interessa la beatitudine «beati i puri di cuore perché vedranno Dio», cioè le persone che sono limpide, trasparenti e riescono a percepire la realtà di Dio già nella loro esistenza.

«Beato sei Simone»: lo chiama per nome, però «figlio di Giona». Gesù fa l’identikit di questo discepolo. Abbiamo detto che figlio di qualcuno significa uno che si comporta come il padre. Perché Gesù, pur dichiarando beato Simone, perché ha capito che lui è il figlio del Dio vivente, gli aggiunge “tu sei figlio di Giona”?. Dovete sapere, lo conoscete tutti, Giona è l’unico dei profeti dell’Antico Testamento che ha fatto esattamente il contrario di quello che Dio gli aveva chiesto. L’unico, non ne esistono altri. Dio cosa aveva chiesto a Giona, aveva detto “Giona, vai a Ninive”, cioè a oriente, in questa grande città pagana, “perché se non si convertono io la distruggo”. Allora Giona ha detto “ah sì, quindi se io vado a Ninive, predico la conversione e quelli si convertono, tu non li distruggi? Va bene”. Allora va al porto, si imbarca e prende una nave per Tarsis, cioè per la Spagna. Il Signore gli ha detto “vai in oriente”, e lui prende esattamente la direzione opposta. Perché?, perché così il Signore stermina Ninive, perché sono dei pagani e non meritano niente. Poi conoscete tutti quanti il seguito della storia. Comunque Giona è l’unico profeta che anziché fare quello che il Signore gli ha chiesto fa esattamente il contrario. Quindi Gesù vedendo Simone gli dice “tu sei figlio di Giona”, cioè “farai sempre il contrario di quello che io ti dirò”, però ci sarà una possibilità per Pietro.

«Perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato ma il Padre mio, quello che è nei cieli»: Gesù in precedenza aveva ringraziato il Padre perché aveva nascosto queste cose ai grandi e ai dotti e le aveva rivelate ai piccoli. Quindi Gesù riconosce in Simone un puro di cuore che è riuscito a percepire la realtà di Gesù, che non è il figlio di Davide, uno che togliendo la vita agli altri inaugurerà il regno di Dio, ma colui che dà la propria vita per gli altri, il Dio vivificante, cioè il Dio la cui unica azione nei confronti degli uomini sarà sempre ed esclusivamente quella di comunicare e trasmettere vita. Questa è la perfetta definizione di Dio. Chi è Dio?, Dio è colui che comunica vita, continuamente e incessantemente.

“Il Cristo” operatore di fatti potenti era promesso. Pietro lo ha visto in azione. Adesso lo confessa. Gesù voleva questa fede. Perciò “risponde” a lui chiamandolo beato, portato a tale grado dall’Alto. È tale come Simone bar-Iona, al quale questa rivelazione non poteva affatto provenire dalla “carne e sangue”, ossia da un semplice uomo; è un’espressione tipicamente semitica, ed indica l’esistenza creata i viventi, anche gli animali, ma in specie gli uomini, in particolare quella fragilità e mortalità. Solo il Padre che sta nei cieli, dall’infinita distanza della sua Trascendenza, dona la rivelazione.

Il verbo apo-kalyptó è composto dalla preposizione apó, che esprime l’idea di rimozione e dalla radice verbale che significa “coprire, nascondere”: etimologicamente quindi designa l’azione del togliere ciò che copre o nasconde, cioè ‘scoprire, svelare’. Il sostantivo corrispondente (apokàlypsis = apocalisse) è divenuto un termine tecnico per indicare la rivelazione del mistero divino, cioè lo svelamento del grande progetto che Dio sta attuando per la salvezza umana.

Il verbo apokalýptô può indicare un segreto che resta tale per epoche, ma poi deve essere comunicato. E si comprende. Gesù già aveva avvertito che “nessuno conosce il Figlio se non il Padre” (Mt 11,27) e la rivelazione che il Padre fa del Figlio suo avviene così: prima dona lo Spirito Santo, l’unico che possa rivelare il Figlio; il Figlio poi è l’unico che possa rivelare il Padre, riportando tutto a Lui. Anche se qui non è esplicitato così, il N.T. complessivamente letto ne rende certi. Dunque tra i discepoli Pietro è “primo” anche nella rivelazione centrale della divina Economia (16,17). La quale sarà destinata con Pietro a tutti i discepoli, e da questi al mondo.

E adesso seguono quei versetti, come dicevamo prima, i più difficili, i più complicati e quelli più polemici non solo dell’evangelo di Matteo ma di tutto il Nuovo Testamento. I tre versetti che hanno causato la grande divisione tra le varie confessioni cristiane. Noi intendiamo prescindere adesso da queste divisioni e ci atteniamo semplicemente al testo, il testo originale greco e vediamo di comprendere quello che l’evangelista ci vuol dire.

18: «Tu sei Pietro»: Gesù adesso parla in modo costitutivo e fondante. E anzitutto, come ne dà resoconto benché da altra prospettiva anche l’Evangelo di Giovanni (Gv 1,42), muta il nome a Simone. Il nome è l’essenza della persona. Mutare il nome è una forma di creazione nuova nella nuova identità data ed assunta e chi muta il nome di un altro indica anche il diritto sulla persona così rinnovata. La formula dell’imposizione del nome è: “Tu sei Pietro – e su questa Pietra costruirò la mia Ekklêsía”.

Il gioco di parole è tra pétros, che significa piuttosto una pietra mobile, un sasso, un masso che si taglia dalla cava, comunque mobile,  spostabile; e pétra, che indica piuttosto la roccia viva della montagna, essenzialmente stabile, immobile, irremovibile. Il che significa che Simone Bar-Iona ormai, non appartenendosi più, non è un’essenza indipendente, una “pietra sciolta”, vagante, bensì che è divinamente assunto come Roccia salda, irremovibile, finalizzata all’opera del divino Architetto. Il quale ha necessità di questa irremovibilità per costruire l’Edificio mirabile, il capolavoro della creazione nuova, l’Ekklêsía, la “Santa Convocazione”, il luogo della fede salda ed il tramite con cui le generazioni entreranno nel Regno.

Riassumendo: in greco Petros = roccia, nome proprio di pers. maschile, è il sasso staccato, a sè stante che può essere preso in mano e gettato o portato via. Diciamo è il “mattone” che può essere adoperato per costruire qualcosa.

«e su questa pietra»: in greco Petra = nome comune concreto femm. è invece il sasso attaccato al monte. Conosciamo tutti in Giordania quella città che si chiama Petra. Petra significa roccia perché è una città scavata nella roccia, quindi il nome petra significa roccia. Parliamo quindi di un monolite: un solo grande blocco di roccia.

Non va nascosto che questo versetto non solo in passato ma è ancora oggi l’oggetto accanito di esegesi minimista o addirittura negatrice dell’evidenza, se non della verità: «O si sfuma l’espressione “su questa pietra”, intendendola come “la pietra della fede salda” di Pietro, fede personale individuale, che termina con il suo portatore. Ma poco dopo l’anti-fede di Pietro gli costerà l’invettiva terrificante: “Và dietro, satana!” (16,23), che rivela la sua intrinseca debolezza umana come “persona individuale”; non su questa potrà consistere l’immane edificio della Chiesa che deve traversare le generazioni. Oppure si obietta che “questa Pietra”, con la mano di Gesù che indica se stesso, è Cristo, la Pietra angolare che fonda la Chiesa, sulla quale si schiantano i nemici, e che schiaccerà i nemici, come esplicitamente insegna (Mt 21,42). E come è dottrina comune del N.T. In specie proprio di Pietro, quando con ammirazione adorante presenta ai neobattezzati il suo Signore quale Pietra Vivente Scelta Preziosa da presso Dio, alla quale debbono aderire i fedeli per farsi trasformare — come Pietro! — in pietre viventi compattate come tempio spirituale per il sacerdozio santo che offre i sacrifici dello Spirito Santo mediante Cristo al Padre che li gradisce: 1 Pt 2,4-8 (ma cf. 2,1-10); e qui Pietro a sua volta riporta Mt 21,42-44, che del resto sono la citazione di Is 28,16; Sal 117,22.

Ora, Cristo la Pietra Vivente, e Pietro scelto come sua Pietra non formano contraddizione disgiuntiva, dove i due termini si escludono, bensì assimilazione progressiva del discepolo che senza suo merito è posto all’inizio: “Primo Simone, [poi] chiamato Pietro” (Mt 10,2). Assimilazione lunga, perfino non pacifica, a Cristo Pietra angolare che lega e sorregge e dà compattezza e compiutezza di fastigio all’Edificio fondato sulla Pietra apostolica lungo le generazioni fino alla Parousía, in successione personale. Se si nega questo, come in specie fu fatto dal 1500 in poi, è ovvio che si nega la realtà della Chiesa di Dio come il divino Fondatore la vuole. E ci si illude in modo amaro e rovinoso per sé e per gli altri. Ma Cristo dice qui il progetto per la “sua” Chiesa.» (T. Federici).

La roccia, nell’Antico Testamento e nel Nuovo Testamento, indica dunque sempre Dio. Nell’evangelo di Matteo il termine roccia sempre indicato con petra indica sempre Dio o la fede in Dio. Quando Gesù dice «chiunque ascolta le mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla “petra”», cioè sulla roccia. Allora, «tu sei una pietra, su questa roccia costruirò, edificherò la mia assemblea». Cosa sta dicendo Gesù a Simone: “finalmente, il primo che ha capito che io sono non il figlio di Davide, colui che toghe la vita, ma il figlio di Dio che trasmette la vita. Finalmente, sei il primo, sei il primo mattone, senz’altro la prima pietra con la quale costruire la mia comunità”.

Nella lingua italiana, purtroppo, la traduzione «tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia chiesa» ha fatto credere come se Pietro e pietra fossero il maschile e il femminile di uno stesso nome. Ma in greco c’è la stessa differenza, tanto per dare un’idea, come nella lingua italiana tra il “porto” e la “porta”: si assomigliano, ma porto e porta non sono il maschile e il femminile dello stesso nome, sono due realtà completamente differenti. Ecco, nella lingua greca questa differenza c’è, nelle traduzioni italiane non c’è. Nell’inglese sì, molte traduzioni inglesi traducono «tu sei rocky». Conosciamo questo nome rocky, (cf Rocky Balboa) è un termine che in inglese è quasi dispregiativo, lo si dice di una persona grezza, uno tutta forza ma poco cervello. “Tu sei rocky, e su questa rock”, cioè la roccia, “costruirò la mia chiesa”.

Questo discepolo che si chiama Simone era già conosciuto con il soprannome di “testa dura”, “pietra”. Gesù non si rivolgerà mai a Simone chiamandolo Pietro, soltanto una volta, nell’evangelo di Luca, Gesù si rivolge a Simone chiamandolo Pietro, ma sarà sempre un artifizio letterario degli evangelisti che ogni qualvolta Simone sta facendo qualcosa di contrario a Gesù, cioè quasi sempre, lo presentano soltanto con il suo soprannome. Quando negli evangeli trovate soltanto “Pietro”, è un allarme, una chiave di lettura che ci dà l’evangelista per dirci “guarda, adesso questo discepolo sta combinando una cosa contraria a Gesù”.

Spero di essere stato chiaro e di non essere accusato di “offendere” o ledere il primato di Pietro che rimane indiscusso per volontà di Gesù stesso che lo ha voluto. Stiamo riflettendo sui testi biblici e cercando di capire. Allora, Gesù dice “tu sei un mattone, il primo mattone; su questa roccia, che sono io, che è Gesù o la fede in Gesù, costruiamo la mia comunità”. Qui, nel Nuovo Testamento, che la roccia sia Gesù Cristo e che la Chiesa non sia costruita su Simone ma che la chiesa sia costruita su Gesù Cristo è una verità che tutti i testi del Nuovo Testamento ci danno. Cito soltanto la Lettera agli Efesini dove Paolo dice «siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando». Quindi la roccia, la pietra sulla quale si costruisce la comunità di Gesù, questa roccia che non si può scalfire, è Gesù o Dio, poi ognuno di noi è chiamato, come Pietro, ad essere le pietre per costruire questa comunità. Dopo questa comprensione possiamo ora dire senza altre confusioni che la Roccia che è Cristo può delegare ad altri questa sua funzione: dopo aver svolto la missione sua propria (fondare e raccogliere tutti i suoi “figli dispersi” per la Convocazione finale e salvifica) il Signore affida ora “sopra” un “suo inviato” lo stesso suo mandato. La Chiesa è fondata “su Pietro”, poichè la Chiesa è il Soggetto principale, per cui Pietro non starà mai “sulla Chiesa”, incombendo umanamente su di essa, bensì “sotto la Chiesa”, a sua servizio senza resto: «servo dei servi», dirà in modo splendido e commovente S. Gregorio Magno.

«le porte degli inferi»: l’espressione viene da Is 38,10 (cf. Gb 38,17). Faccio ora una sottolineatura per togliere eventuali equivoci; letteralmente traduciamo: «E le porte dell’ade non avranno il sopravvento contro di essa», traduco ade perché purtroppo certe traduzioni hanno dato origine a delle interpretazioni assolutamente sbagliate. Ricordate come in altre occasioni abbiamo detto che la terra era considerata dagli antichi come un rettangolo, sotto c’era questa caverna dei morti, in ebraico questa caverna si chiama sheol, che significa “colui che chiama”. Ebbene le sorgenti del Giordano erano uno degli ingressi di questa caverna sotterranea. Nella lingua greca è stato tradotto con ade. Ade chi è?, ade è una divinità mitologica alla quale, nella divisione dei regni, era spettato il regno dei morti. Nel latino, ed è importante, ecco perché faccio queste sottolineature che spero non appesantiscano l’incontro, nel latino, questa località sotterranea, si chiama inferi, dal nome delle divinità che abitavano il regno dei morti, da non confondere con l’inferno. L’inferno non c’è negli evangeli, l’hanno inventato poi i cristiani, secoli dopo. Quindi, ricordate quando nel Credo dicevamo che “Gesù Cristo morì, fu sepolto e discese agli inferi”, non all’inferno, ma nella caverna sotterranea dei morti, per dare vita a chi non ce l’ha. Quindi Gesù sta dicendo a Pietro che le porte dell’ade, cioè del regno dei morti e della morte, non avranno il sopravvento contro di essa. Quando la comunità di Gesù è costruita da pietre che, come il Dio vivente, sono capaci di trasmettere vita, il regno della morte non avrà nessun potere contro di essa. Quindi Gesù sta dicendo qualcosa di molto positivo: la morte non è compatibile con la comunità cristiana. La comunità cristiana è il luogo dove sprizza effervescente la vita, perché siamo tutti quanti pietre vive, contagiate, per così dire, dal Dio vivificante, e tutti quanti trasmettiamo vita. Non c’è diritto di cittadinanza per la morte, per gli aspetti di morte, all’interno della comunità cristiana, quindi le porte dell’ade, degli inferi, di questo regno sotterraneo, le porte della morte, non avranno il sopravvento contro di essa. Gesù ce lo garantisce: quando la comunità è composta da persone che trasmettono vita, la morte non ha nessun potere.

Questa lunga digressione ci permette ora di comprendere l’espressione che è autenticamente ebraica. L’A.T. conosceva il simbolismo terrificante delle “porte degli Inferi”, questo inghiottitoio senza ritorno nella sua voracità insaziabile, che fa precipitare la preda negli abissi tenebrosi, la “terra senza ritorno”: Is 38,10. Neppure i grandi della terra, come il re di Babilonia, ne scampano (Is 14,3-20, spec. vv. 10-11: “anche tu!”). Quando il Signore vorrà contestare a Giobbe la sua esiguità di povero essere, tra l’altro gli chiede: “Furono rivelate a te le porte della Morte, e le porte dell’Ombra tu vedesti mai?” (Giob 38,17). Perciò l’Orante nella sua angoscia mortale chiede pietà al suo Signore, che lo fa risalire “dalle porte della Morte” (Sal 9,15) e rende grazie a Lui “poiché infranse le porte di bronzo, e frantumò i chiavistelli di ferro” per la povera comunità errante, la quale ormai era giunta fino “alle porte della Morte” (Sal 106,16.18). Si veda qui l’icona dell’Anástasis.

“Le porte dell’Ade” così indicano la Morte insaziabile, la Tenebra a cui non ci si sottrae più; sono il simbolo orrido del Male e del Maligno, che con l’Ade tiene schiava l’umanità indifesa. Tutto questo non ha ormai più, con Cristo e con Pietro, “forza prevalente” (katischýô) contro la Chiesa che il Signore pone sulla Pietra.

19 «A te darò…»: Ed ecco la divina consegna: “Io donerò a te le chiavi del Regno dei cieli”, altra espressione tipica in ebraico. A questo fine il Signore consegna a Pietro-Pietra i suoi stessi poteri. Infatti, solo Lui possiede le chiavi della Morte e dell’Ade (Ap 1,18) e ne dispone in assoluto (Ap 3,7).

Il potere divino sulla Morte, l’“ultima Nemica” che sarà vinta (cf. 1 Cor 15,26; Ap 20,14; 21,4), simbolicamente si configura come le chiavi che aprono o sbarrano l’accesso. Ora tale potere sta sempre nelle mani dell’unico Sovrano: “Tu certo hai potere di vita e di morte, Tu conduci alle porte dell’Ade, e Tu ne riporti indietro” (Sap 16,13). Egli può offrire queste chiavi, che sono chiamate anche “la chiave della Casa di David”, ma anche se le riprende quando lo ritiene (cf. la 1 lettura di oggi, Is 22,20-25, testo difficile).

Il possessore delle Chiavi ancora una volta è Cristo come proclama Ap 3,7.

Questo è tuttavia un altro versetto che ha dato origine, non capito, ad una delle pagine più sbagliate di San Pietro. Voi sapete che, nell’iconografia classica. San Pietro viene rappresentato con le chiavi. Cosa sono queste chiavi?, le chiavi per entrare nel Paradiso?, niente di più inesatto. Direte “povero Pietro, oggi gli togliamo tutto, qualcosa rimarrà”. Gli dice Gesù «a te darò le chiavi del regno dei cieli». Attenzione, “regno dei cieli” è un’espressione che si trova quasi esclusivamente nell’evangelo di Matteo, non per indicare l’aldilà, ma per indicare la comunità cristiana. Sapete che gli ebrei avevano timore di pronunciare il nome di Dio ed evitavano persino di scriverlo, allora, al posto di Dio usavano dei sostituti, uno di questi sostituti è cielo, come diciamo anche noi in italiano, per esempio quando diciamo “grazie al cielo”. “Regno dei cieli”, nell’evangelo di Matteo, non significa mai l’aldilà, la vita dopo la morte, ma significa sempre “il regno di Dio”, cioè la comunità che è governata da Dio; e Dio non governa la comunità emanando delle leggi che costoro devono osservare ma, come abbiamo visto prima, effondendo continuamente vita, cioè la sua stessa capacità d’amore (cf preghiera del Padre nostro).

Allora Gesù dice «a te darò le chiavi del regno dei cieli», cioè non dell’aldilà ma qui, di questa comunità. Ma cosa significa dare le chiavi a qualcuno? Quando leggiamo l’èvangelo non bisogna interpretarlo con la nostra mentalità occidentale ma con quella orientale, soprattutto con quella biblica (cf I lettura). Ebbene, nella scrittura, nella mentalità biblica, chi teneva le chiavi di un palazzo o di una città era il responsabile della sicurezza di coloro che stavano dentro. Colui che aveva le chiavi della casa le aveva perché era responsabile della sicurezza della vita di coloro che stavano dentro e doveva essere disponibile a sacrificare la propria vita pur di difendere gli abitanti della casa. Colui che aveva le chiavi della città non era il detentore di un potere ma era il responsabile della sicurezza di tutti coloro che abitavano dentro la città. Allora Gesù, dando a Pietro le chiavi della comunità cristiana, lo rende il responsabile della sicurezza e della vita di quanti abitano lì dentro.

Le chiavi del Regno vanno usate. Il Signore con questo sta disponendo che il Regno, dal quale Adamo si era fatto espellere, sia ormai riaperto per la mediazione della potestà della Chiesa nella sua Autorità apostolica non astratta (solo giuridica), bensì personale e perciò nella Grazia divina:

«legare e sciogliere»: la consegna di questo potere avviene definitivamente con il Dono dello Spirito Santo la sera della Resurrezione gloriosa (Gv 20,23) con formula esplicita. È la formula del giubileo biblico divinamente attuato. Stranamente da come ci aspetteremmo, gli ha dato le chiavi, “tutto quello che aprirai sarà aperto e tutto quello che chiuderai sarà chiuso”, invece Gesù non parla di aprire e chiudere, stranamente dice «qualsiasi cosa legherai sulla terra sarà legata nei cieli». Ricordo ancora che “nei cieli” non significa l’aldilà, ma significa “in Dio”. «E qualsiasi cosa scioglierai sulla terra sarà sciolta nei cieli».

Legare e sciogliere sono due verbi che appartengono al linguaggio rabbinico e significa l’autorità di insegnamento della dottrina. Con due estremità opposte si intende così indicare che la realtà da esse contenuta è una realtà totale. Qui, autorità illimitata nella grazia.

La nostra mente qui si dirige anzitutto alla Misericordia divina ancora e sempre pronta a donarsi a chi si converte nel cuore e la chiede alla Chiesa. Dunque, anzitutto al “Rito della Riconciliazione”, dove si trova in mirabile esercizio quanto il Signore sta qui promettendo e preparando con Pietro. Ed allora si dovrà rileggere Mt 16,18-19 con Mt 18,18, dove il medesimo potere di legare-sciogliere il Signore concede collegialmente agli Apostoli. E poi a Gv 20,19-23, quando con il Dono inconsumabile della Pace e dello Spirito Santo che il Signore come Sovrano della creazione rinnovata (cf. Gen 2,7) soffia da Risorto sui discepoli, questi sono inviati a portare il Giubileo biblico del perdono universale a quelli ai quali i peccati saranno rimessi, poiché ad alcuni non saranno rimessi per il loro rifiuto.

Purtroppo, l’avversione nei secoli è cresciuta perfino in seno ai credenti contro l’Autorità divina e dunque contro la Santa Gerarchia a cui l’autorità divina fu affidata e che deve esercitarla. Questa ha portato a vedere in questi lógia fondanti della divinità della Chiesa, anzitutto la potenza umana, la politica solo umana che lungo le ere avrà potuto velare talvolta il volto di maestà materna dell’Ekklêsía di Dio di fronte al mondo. Il quale dice sempre di attendersi dalla Chiesa la pura dottrina e la trasparenza della carità, pronto sempre a rifiutare quando le sono offerte. Così fu per la Sede della Successione di Pietro Capo degli Apostoli. Ciascuna altra Sede deve esaminarsi.

Quindi Gesù autorizza Simone, che lo ha riconosciuto come Dio vivificante, di comunicare questa dottrina di un Dio che trasmette vita. Questo significa legare e sciogliere. Quello che Gesù ha detto a Simone non è esclusivo suo, poco più avanti, qualche capitolo dopo, Gesù Risorto dirà a tutti i discepoli «tutto quello che legherete sulla terra sarà legato nei cieli e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto», quindi è una responsabilità di tutti i credenti di trasmettere l’autentico messaggio di Gesù.

Quand’è che si vede che il messaggio di Gesù è autentico?, quando trasmette vita alle persone. Quindi non è un potere quello che Gesù dà ad ogni discepolo ma un’enorme responsabilità: “sei responsabile tu della vita e della sicurezza di quanti appartengono alla comunità cristiana”. E questo trasmettere vita appartiene al messaggio, infatti le ultime parole che Gesù dirà nel suo evangelo sono di andare a insegnare tutto ciò che lui ha comandato.

Simone è il primo, non l’esclusivo, è il primo mattone, non si costruisce una casa con un solo mattone, ci vogliono indubbiamente le fondamenta, che sono Gesù, ci vuole un mattone, il primo, e Matteo riconosce l’importanza di Simone in quanto il primo, ma ci vogliono anche altre pietre, quindi è un discorso che è rivolto a tutta la comunità cristiana.

20 «ordinò loro…»: il Signore impone il silenzio sul fatto che è il Messìa poiché la sua “ora” deve ancora giungere. Strano questo versetto 20, «allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che lui era il Messia». Perché? Allora, Pietro rivolgendosi a Gesù gli ha detto «tu sei il Messia, il figlio del Dio vivente», adesso ci aspetteremmo che Gesù dicesse “adesso andate a dire alla gente che io sono il Messia”.

Gesù non è il Messia “quello atteso dalla tradizione”, cioè quello che conquisterà con le armi il potere a Gerusalemme, sconfiggerà i romani e inaugurerà il regno di Israele. Questo è il Messia degli “uomini”. Gesù è l’unto del Signore; Gesù è l’inviato del Signore ma non con quei metodi che la gente si aspetta. Non creiamo dunque confusione.

Il brano liturgico finisce qui ma continueremo Dom. prossima la lettura e incontreremo l’idea trionfante di Simon Pietro di un Messia vittorioso che è quella di un satana, di un avversario al disegno di Dio e, ricordate prima “tu sei la pietra adatta per costruire la comunità”, adesso, dice Gesù «tu mi sei pietra d’inciampo».

Cristo Signore “la Pietra” divina, Pietro Pietra, i Dodici, Paolo, formano il quadro della celebrazione. Pietro, Paolo, i Dodici nei loro legittimi Successori che ne portano la pienezza dell’Autorità apostolica, non vanno giudicati per le loro eventuali debolezze umane. Pietro per un istante fu il “satana” che impedisce il divino Disegno, fugge al Getsemani, rinnega il suo Signore tre volte; anche i Dodici fuggono al Getsemani abbandonando il loro Signore; Saulo fu il persecutore furioso delle Chiese di Dio.

Al contrario, l’immane Catena successoria della Tradizione divina apostolica, che prende capo dal Signore e risalendo da Lui comincia propriamente dal Padre è posta quale “spettacolo al mondo ed agli uomini”, e va giudicata solo su questo: nonostante le più che manifeste e talvolta insopportabili debolezze umane, Pietro e Paolo ed i loro Successori hanno portato al mondo la áphesis hamartiôn (remissione dei peccati) ottenuta dal Signore con la Croce e che è lo Spirito Santo. Così gli altri Apostoli ed i loro successori. Allora come ancora oggi. E questo è avvenuto ed avviene con tale infinita ricchezza, che “le porte dell’Ade” non prevalgono e che il Regno è aperto a tutti da quelle Chiavi divine e benedette.

II Colletta

O Padre,

fonte di sapienza,

che nell’umile testimonianza dell’apostolo Pietro

hai posto il fondamento della nostra fede,

dona a tutti gli uomini

la luce del tuo Spirito,

perché riconoscendo in Gesù di Nazaret

il Figlio del Dio vivente,

diventino pietre vive

per l’edificazione della tua Chiesa.

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

[1]          Isaia oppone un oracolo profetico di sventura contro Gerusalemme (22,1-14) e contro i suoi corrotti funzionari, posti per il bene del popolo e diventati invece la loro rovina (vv. 15-25). Da notare che il corrotto Sebna e l’onesto servo Eliakìm sono solo maggiordomi, amministratori di quei beni o Realtà che sono possesso indiscusso solo del Signore , l’Onnipotente, origine e fonte di ogni Realtà creata e di ogni potere. Questo potere sarà affidato poi ad un piccolo Bambino, il Re «nato per noi» (Is 9,5).

Fonte: Abbazia di Santa Maria a Pulsano