Commento al Vangelo di domenica 21 gennaio 2018 – Comunità Monastica Ss. Trinità

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III domenica del Tempo ordinario

Al centro della liturgia della Parola di questa domenica c’è il racconto della chiamata dei primi quattro discepoli, che siamo invitati a leggere tenendo sullo sfondo la chiamata di Giona, proposta nella prima lettura: «Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore» (Gn 3,1).

Le pagine precedenti del libro narrano infatti che Giona è incapace di accogliere subito la chiamata di Dio, anzi fugge a Tarsis, dalla parte opposta rispetto a Ninive, dove Dio lo vorrebbe inviare. Così una seconda volta la parola del Signore lo chiama e finalmente Giona obbedisce: «si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore» (v. 2). Il libro di Giona ci rivela peraltro che non è la paura a indurre inizialmente il profeta alla fuga, e neppure la difficoltà o il prevedibile insuccesso della missione che gli viene affidata.

Giona teme, paradossalmente, che la sua missione abbia successo e che gli abitanti di Ninive si convertano, consentendo così a Dio di rivelarsi per quello che è: «un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore», che si ravvede riguardo al male minacciato (cfr. Gn 4,2). La conversione dei Niniviti diventa occasione in cui Dio può svelare il segreto del suo mistero personale. Detto in altri termini: non è la conversione a cambiare Dio e a renderlo pietoso; accade il contrario: che Dio sia misericordioso, e attraverso il suo profeta si manifesti tale, consente ai Niniviti di convertirsi. Proprio questo Giona accetta con fatica: la gratuità dell’amore di Dio, che non chiede nulla in cambio e non pone condizioni, ma previene e rende possibile all’uomo di tornare a essere giusto. La conversione non è il prezzo, ma il frutto della misericordia di Dio.

Il racconto di Giona ci offre così alcune chiavi per aprire il testo evangelico. Una prima: confrontando l’atteggiamento di Simone e Andrea, Pietro e Giovanni, con quello di Giona, sembra emergere una grande diversità. I primi quattro chiamati rispondono «subito» (v. 18) alla chiamata di Gesù, senza bisogno che egli torni a chiamarli «una seconda volta». I due racconti sono tuttavia più affini di quanto non appaia. Nell’evangelo di Marco due volte risuona l’avverbio «subito». La prima volta al v. 18 e ha come soggetto i discepoli; la seconda volta al v. 20 e ha come soggetto Gesù, che subito chiama Giacomo e Giovanni, appena li vede, come aveva già fatto con Simone e Andrea (questo secondo «subito» è stato giustamente introdotto dalla nuova traduzione della Cei, mentre la precedente lo ometteva). Il «subito» della risposta dei discepoli è reso possibile dal «subito» con cui Gesù chiama, senza prima soppesare le qualità dei discepoli o valutare se sapranno seguirlo fino in fondo. Anzi, l’intera vicenda narrata da Marco mostrerà che non riusciranno a farlo; se adesso «abbandonano tutto» per seguire Gesù (vv. 18.20), alla fine della storia, nel Getsèmani, «tutti abbandonano» Gesù per fuggire altrove (Mc 14,50, in greco c’è il medesimo verbo). Il Risorto tornerà allora a chiamare una seconda volta proprio coloro che lo avevano abbandonato. Era accaduto così anche a Giona: Dio non aveva scelto un altro inviato, ma era tornato a chiamare colui che era fuggito. La perseveranza nella sequela, l’obbedienza alla parola che chiama, non dipendono anzitutto da qualità e risorse umane, ma dalla fedeltà di Dio che torna sempre a chiamare «una seconda volta». È la fedeltà della sua chiamata a suscitare la fedeltà della nostra risposta.

Giona è inviato ad annunciare ai Niniviti la conversione; anche i discepoli sono resi partecipi dell’annuncio fondamentale di Gesù: «convertitevi e credete nel vangelo» (Mc 1,15). Né l’uno né gli altri devono però dimenticare che la conversione non è solamente il contenuto del loro annuncio, ma la sua condizione e il suo stile. Si annuncia la conversione solo a condizione di vivere un cammino personale di ritorno al Signore che sempre ci chiama una «seconda volta» dentro l’esperienza della nostra debolezza, delle nostre esitazioni o smarrimenti, addirittura nelle nostre fughe e nei nostri peccati.

Sia il libro di Giona sia l’evangelo di Marco ci rivelano così che la nostra conversione è resa possibile dal dono preveniente di Dio: è il dono del suo Regno che si approssima, il fatto che egli per primo si converta verso di noi, a rendere possibile la nostra risposta. Nell’annuncio fondamentale di Gesù risuonano quattro verbi: i primi due all’indicativo (il tempo è compiuto; il regno di Dio è vicino); gli altri due all’imperativo (convertitevi; credete). Con l’indicativo Gesù annuncia qualcosa che avviene e che deve essere constatato e accolto; con l’imperativo esprime le esigenze che ciò che sta avvenendo pone agli uomini. L’indicativo precede l’imperativo: ciò che avviene è donato gratuitamente; nello stesso tempo l’indicativo fonda l’imperativo: ciò che avviene esige una risposta. La esige proprio perché la rende possibile. Il Regno si è fatto così vicino che ora è davvero alla nostra portata accoglierlo. È vicino non perché manchi ancora qualcosa alla sua realizzazione da parte di Dio. Nel Figlio tutto è donato. Ciò che manca è la decisione dell’uomo, la sua risposta, che però ora sono possibili. Non ci sono scuse né rinvii: occorre decidersi e credere `subito’, perché il Regno è donato nelle nostre mani e il tempo, come scrive Paolo, «si è fatto breve» (1Cor 7,29).

Questo dono avviene peraltro sempre nella logica della ‘consegna’. «Dopo che Giovanni fu arrestato» Gesù inizia ad annunciare la prossimità del Regno. In greco Marco usa il verbo «consegnare». Il Battista viene consegnato come Gesù verrà consegnato (cfr. Mc 9,31; 10,33; 14,41). Giovanni il precursore precede Gesù anche nella morte, profetizzando così che Dio dona il Regno consegnando il suo Figlio unigenito. Proprio questa consegna radicale e definitiva compie il tempo e compie anche la nostra possibilità di sequela: Dio ‘consegna’ tutto, possiamo perciò anche noi lasciare tutto e seguirlo.

Fonte: Monastero Dumenza

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Terza domenica del Tempo Ordinario – Anno B

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Mc 1, 14-20
Dal Vangelo secondo Marco

14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». 16Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». 18E subito lasciarono le reti e lo seguirono. 19Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. 20E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 21 – 27 Gennaio 2018
  • Tempo Ordinario III
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 3

Fonte: LaSacraBibbia.net

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