Commento al Vangelo di domenica 2 Febbraio 2020 – Comunità di Pulsano

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Lectio Divina di domenica 2 Febbraio 2020 a cura della Comunità monastica di Pulsano.

LECTIO della PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (f)

Per la Chiesa di Gerusalemme, la data scelta per la festa della presentazione fu da principio il 15 febbraio, 40 giorni dopo la nascita di Gesù, che allora l’Oriente celebrava il 6 gennaio, in conformità alla legge ebraica che imponeva questo spazio di tempo tra la nascita di un bambino e la purificazione di sua madre. Quando la festa, nei secoli VI e VII, si estese in Occidente, fu anticipata al 2 febbraio, perché la nascita di Gesù era celebrata al 25 dicembre

La presentazione di Gesù al Tempio è più un mistero doloroso che gaudioso. Maria «presenta» a Dio il figlio Gesù, glielo «offre». Ora, ogni offerta è una rinuncia. Comincia il mistero della sofferenza di Maria, che raggiungerà il culmine ai piedi della croce. La croce è la spada che trapasserà la sua anima. Ogni primogenito ebreo era il segno permanente e il memoriale quotidiano della «liberazione» dalla grande schiavitù: i primogeniti in Egitto erano stati risparmiati. Gesù, però, il Primogenito per eccellenza, non sarà «risparmiato», ma col suo sangue porterà la nuova e definitiva liberazione. Il gesto di Maria che «offre» si traduce in gesto liturgico in ogni nostra Eucaristia. Quando il pane e il vino – frutti della terra e del lavoro dell’uomo – ci vengono ridonati come Corpo e Sangue di Cristo, anche noi siamo nella pace del Signore, poiché contempliamo la sua salvezza e viviamo nell’attesa della sua «venuta».

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Sal 47,10-11
Abbiamo accolto, o Dio,
la tua misericordia in mezzo al tuo tempio.
Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode
si estende ai confini della terra:
di giustizia è piena la tua destra.

Nell’antifona d’ingresso: Sal 47,10-11, CS. L’Orante fa anamnesi della Bontà dell’alleanza ricevuta sempre a partire dal santuario (Sal 39,12). La lode del Signore sale per questo secondo il Nome suo santo (Sal 112,3; Mal 1,1), fino a coprire la terra (Sal 21,28), e perché la sua Destra è piena di beni soccorrevoli, e corrisponde alla grandezza del Nome suo adorato.

Canto all’Evangelo Lc 2,30.32

Alleluia, alleluia.
I miei occhi han visto la tua salvezza:
luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo, Israele.
Alleluia.

Nell’alleluia all’Evangelo: Lc 2,32. Cristo è Luce per i pagani, e gloria per Israele popolo della sua alleanza (Is 46,9).

Il 2 Febbraio, 40 giorni dopo la Nascita, si celebrano ancora in quell’arcana atmosfera gli episodi relativi all’Infanzia del Bambino divino. Nata in Oriente come grandiosa festa della Hypapantè, l’Incontro, la Presentazione del Signore al tempio secondo la santa Legge sotto la quale è nato (Gal 4,4-6) e che ha voluto osservare in pieno (Lc 2,21), è importante per il suo contenuto e per il suo simbolismo che si manifesta soprattutto nella processione verso il santuario che è l’altare e nella luce.

Festa delle luci (Lc 2,30-32) o popolarmente nota come la «candelora» per la solenne benedizione e processione delle candele, la Presentazione del Signore chiude gli episodi natalizi con l’offerta della Vergine Madre e la profezia di Simeone aprendo il cammino verso la Pasqua. La processione delle candele è così un anticipo della luce gioiosa della Notte della Resurrezione.

La luce è vita, Cristo è Luce delle nazioni e Vita di esse.

Il “rito lucemale”, l’accensione delle luci e l’incenso quale preghiera che sale gradita al Signore (Sal 140,2) ci richiamano quello spirito liturgico che deve sempre animare le nostre celebrazioni. Questi gesti si possono compiere ad ogni Vespro e con la massimas solennità ai primi Vespri della Domenica con la possibilità anche di proclamare la pericope (1 delle 8 preparate) della Resurrezione del Signore. La Luce, l’incenso, l’Evangeliario «segni» simbolici ed espressivi di grandi realtà che la pastorale parrocchiale deve urgentemente recuperare facendo ogni sforzo utile.

Il 2 Febbraio porta quindi una nota speciale, non è solo la festa dei religiosi, per cui:

1.      da una parte richiama ancora il ciclo della Manifestazione: la Luce la notte di Natale, la Luce alla visita dei Magi, la Luce alla presentazione;

2.      e dall’altra anticipa sempre con il tema della Luce la Notte della Resurrezione, la luce che si riceve nell’Iniziazione (Tutti!), e che si deve conservare sempre accesa per il divino Incontro nuziale. Il suo Incontro con il popolo, lo Spirito Santo sui personaggi della pericope (rileggere l’attesa di Simeone ed Anna ma anche Mt 25,1-13 parabola delle 10 vergini).

Per tutto questo «oggi qui» tutti i fedeli vanno incontro a Cristo Signore e lo riconoscono nello spezzare il pane (come i discepoli ad Emmaus, Lc 24,30-32).

La preghiera alla benedizione delle candele rivolta al Padre Fonte della Luce – Cristo Verbo è «Luce da Luce» -, affinché benedica queste luci, epicleticamente chiede che i fedeli portino degnamente la luce ricevuta all’Iniziazione per giungere alla Luce senza tramonto.

La processione (quando possibile si faccia sempre senza farsi vincere da pigrizia o stanchezza psicologica) prevede il canto dell’Antifona e del Nunc dimittis; la Divina Liturgia prosegue poi con il canto del «Gloria a Dio».

Lo Sposo viene e i fedeli, la Sposa, vanno incontro a Lui nella gioia nuziale.

Esaminiamo il brano

vv. 22-24 – «secondo la legge di Mosè»: è uno dei ritornelli ricorrenti nella pericope tanto da diventare un elemento di inclusione che circoscrive il brano nei vv. 22-24 e 39. i Genitori di Gesù sono ebrei autentici, pii e osservanti di quanto Dio aveva consegnato a Mose e al suo popolo nella teofania del Sinai:

1.     La purificazione della puerpera era prevista dal Lv 12,2-8 ed era legata alle compiesse leggi di purità che regolavano il ciclo mestruale, il parto e tutto ciò che aveva a che fare con il sangue.

2.     Della consacrazione dei primogeniti si parla in Es 13 come di una sorta di “riscatto” : la vita di ogni primogenito in cambio di un capo di bestiame minuto. La motivazione è collegata con l’uscita dall’Egitto e il possesso della terra, dove l’elezione del Signore si manifesta sotto forma di protezione dei primogeniti d’Israele dall’angelo distruttore. La prescrizione si applica ai “maschi” primogeniti, sia uomini, sia animali (Es 13,1-4 e 9-16).

«offrirlo al Signore»: parastēsai tōi kyríōi (v. 22), il verbo parístēmi tra i vari significati ha quello prevalente di presentare al Signore la persona o l’offerta, a Lui quale Sovrano e Giudice e Dio da adorare. Risalta qui un duplice fatto:

1.     i Genitori vogliono “presentare” come consacrazione il Bambino al Signore, nel santuario della sua divina imperscrutabile Presenza. È questo il segno, la “thysía” = sacrificio, offerta (v. 24; la mancanza dell’articolo da parte dell’evangelista mette in risalto la natura e la qualità del sacrificio più che il valore individuale), segno sensibile del Sacrificio permanente con cui il Figlio si dona alla comunione d’amore con il Padre. In Lc 2,49 Gesù, quando sarà cresciuto, spiegherà ai Genitori che la presenza divina è permanente in Lui, dovendo Egli stare sempre “nelle realtà del Padre suo”,

2.     il secondo fatto è la scoperta povertà dei Genitori, che non hanno la possibilità di offrire l’agnello per il sacrificio, ma offrono con il cuore pieno di commozione tutto quello che hanno, una coppia di piccoli uccelli (v. 24).

vv. 25-28 – «un uomo di nome Simeone»: la “presentazione” (Hypapantè) al tempio produce l’incontro del divino Bambino con il suo popolo.

Simeone (con la profetessa Anna) è tra le figure meglio tratteggiate degli evangeli dell’infanzia; egli che con la speranza viene al tempio, si presenta come il simbolo della lunga attesa messianica. L’evangelista Luca con questo personaggio descrive la realtà dominante nel giudaismo del tempo dì Gesù: l’attesa messianica, la speranza della venuta di un redentore, dell’unto di YHWH.

La figura di Simeone non è conosciuta prima e non è mai più nominata dopo. Il nome significa “docile all’ascolto” del Signore, Egli è conosciuto quale “uomo giusto e pio”, come Noè (Gen 6,9), come Giuseppe (Mt 1,19). Di Simeone è detto che era prosdechómenos = aspettante (v. 25) e il participio presente sottolinea una qualità propria del soggetto, l’azione dell’attendere è una qualità aderente alla sua persona. Egli è “colui che attende”, ma non in modo passivo: il verbo indica un movimento (pros = verso, in direzione di + déchomai = accogliere), il suo è un “andare incontro per accogliere” (traduzione letterale).

Simeone come tanti altri pii Ebrei, attendeva la “consolazione (paràklèsis) d’Israele”‘, questa era una promessa antica: «Consolate, consolate il popolo mio!… Sacerdoti, parlate al cuore di Gerusalemme!» (Is 40,1).

«lo Spirito Santo era sopra di lui»: l’attesa di questo giusto e pio era guidata e confortata dallo Spirito Santo che stava su di lui (v. 25), ma il medesimo Spirito gli aveva comunicato che prima di morire avrebbe visto “il Cristo del Signore”, ossia il “Messia-Unto, il Salvatore del suo popolo (v. 26).

vv. 29-32 – «Ora lascia…»: l’anziano ricevuto tra le braccia il Bambino innalza al Signore la sua eulogìa (in eb. berakah) la “benedizione” ebraica biblica, che è lode e azione di grazia per il Signore, i suoi titoli e le sue opere.

Alla benedizione tradizionale (non è riportata ma potrebbe aver detto inizialmente: «Benedetto Tu, Signore Dio nostro, Re dell’universo, poiché ci facesti risorgere e ci vivificasti e ci facesti giungere fino a questo tempo») il santo anziano aggiunge la sua preghiera personale, che alla lettera suona così:

Adesso congedi il servo tuo, Sovrano,
secondo la Parola tua con la pace,
poiché videro gli occhi miei la Salvezza tua,
che Tu preparasti davanti a tutti i popoli,
Luce per la rivelazione delle nazioni
e Gloria del popolo tuo Israele?

Troppo precipitosamente si tende ad interpretare il v. 29: «nŷn apolýeis, tòn doûlón sou, déspota» come un imperativo, per cui Simeone avrebbe come dato il “permesso” al Signore di richiamarlo a sé. Premesso che il verbo apolyeis è un presente indicativo e non un imperativo, dal v. 26 la promessa era che non sarebbe morto prima di aver visto l’Unto del Signore; adesso la visione è avvenuta, “secondo la Parola divina, con la pace”. Simeone deve morire.

La preghiera personale di Simeone è una domanda serena, non angosciata, di un pio e fervoroso, che come tutti i poveri di Dio (gli anawîm JHWH) possono porre al Signore domande pressanti. Il salterio è una preziosa miniera di queste domande, spesso addirittura irriverenti; alcune domande chiedono una risposta altre non la contemplano.

Il giusto Simeone fa una domanda che non prevede risposta; egli accetta la sua apolýeis, alla lettera lo “scioglimento” dei pioli della sua tenda terrena e non vi si oppone. Però non esita ad esprimere al suo Signore e Sovrano il suo naturale rimpianto. Proprio adesso che secondo la promessa ha visto la Salvezza del Signore che è il Bambino, vorrebbe vedere anche l’opera salvifica con le sue conseguenze. Simeone che è anche un profeta riempito di Spirito Santo sa che vedrà solo l’Alba di quella Luce per le nazioni e il Segno di quella Gloria del popolo di Dio Israele (v. 32).

vv. 33-35 – «il padre e la madre»: i Genitori del Bambino in questa selva di realtà sono meravigliati di quanto ascoltano; possono solo intuire il senso misterioso delle Realtà divine che il Bambino a 12 anni indicherà.

«li benedisse e parlò a Maria»: come profeta dello Spirito Santo parla a Maria annunciando il Prodigio del Figlio. Sono parole arcane e gravi: esse presignificano la tragedia di chi in Israele non accetterà la Gloria che li visita, oppure la vita nuova, la resurrezione per chi vorrà ricevere la Gloria nel cuore e nell’esistenza.

«segno di contraddizione»: non un “segno di condanna” ma di offerta: Dio mostra il suo Figlio, lo innalza per essere universalmente visto, ognuno potrà scegliere se avversarlo o essere “docile” all’obbedienza accettevole.

«una spada trafiggerà l’anima»: gli evangeli evitano di descrivere i sentimenti, le emozioni umane e spirituali della Madre di Dio; qua e là spunta qualche preoccupazione (cf. 2,41-50 nel tempio fra i dottori; 8,19 pericolo per la predicazione e i miracoli) ma non di più. Solo Giovanni (19,25-27) racconta della sua presenza sotto la Croce che i sinottici invece non menzionano affatto. Nè lei come neppure le Donne fedeli piangono per l’orribile dolore della condanna come invece fanno le pie donne ebree che assistono i condannati a morte del loro popolo (Le 23,27-31).

La “Spada” di Simeone viene invece a dare certezza dell’indicibile strazio del “cuore della Madre”. Questa spada nel cuore la porta alla decisione, simile, benché infinitamente maggiore di quella di Abramo che offre l’unico figlio amato, Isacco (Gen 22). È la Spada della Divina Parola, a cui Lei “Resa tutta grazia”, come “la serva del Signore”, si offrì con fede e amore senza limiti affinché tutto fosse fatto “secondo la Parola” divina (Lc 1,38).

La medesima Spada della divina Parola trafiggerà il cuore di tutti i fedeli, che nel battesimo sono chiamati ad un’esistenza sacrificale (di fedeltà, di testimonianza) davanti al loro Signore (cf . Mt 10,32; Mc 8,38; Lc 9,26).

È una Spada affilata che divide i pensieri più nascosti del cuore, e che rivela ogni più segreta realtà, quella alla quale si deve rendere conto (Eb 4,12-13).

vv. 36-38 – «una profetessa, Anna»: ecco ora ben tratteggiato un altro incontro singolare, una donna santa, una Profetessa di Dio, la vedova Anna. Il suo nome (equivalente maschile Iohannan) significa “Il Signore fece grazia”. È figlia di Fanuele, in ebraico Pnû-‘El = Il volto di Dio, della lontana tribù settentrionale di Aser.

Nella Santa Scrittura il Signore ama tutti, ma predilige stranieri, orfani e vedove (cf Es 22,20-21 e infiniti altri passi); il Signore è «il Padre degli orfani e il Difensore delle vedove» (Sal 67,6); le vedove accolgono con carità i profeti del Signore (1 Re 17,9, Elia); esse liberano la città di Dio, come Giuditta; il Signore resuscita alla madre vedova di Naim il figlio unico (Lc 7,11-17); loda come grande davanti a Dio la vedova povera che dona al santuario ogni suo avere (Lc 21,1-4); le sante vedove servono i santi Apostoli e nella Chiesa formano un vero e proprio stato consacrato sotto la tutela degli Apostoli stessi e dei loro discepoli (1 Tm 5,3-16).

«aveva 84 anni»: l’evangelista ha riportato l’età di questa donna. Ora, questo è un numero simbolico, 12×7 (12 il popolo d’Israele e 7 la pienezza) ma è anche il doppio di 42, che indica gli anni dell’attesa nel dolore e nella tribolazione. Anna aveva atteso il doppio degli altri per intensità e speranza; la sua vita era fatta di digiuni e preghiere (v. 37), proprio come sarà la prescrizione del Signore per i suoi discepoli (Mt 17,21). Viveva in adorazione nel tempio pur potendo entrare solo nel “cortile delle donne”, da dove attraverso due porte che davano nel “cortile degli uomini” ed in quello “dei sacerdoti” poteva seguire il culto divino molto da lontano.

Anna giunge nel tempio all’apertura del mattino, per assistere al primo sacrificio; la pericope non precisa che vide il Bambino e se parlò ai Genitori, ma lo fa supporre. Come i pastori di Betlemme (Lc 2,20) prosegue a parlare “di Lui”, del Bambino, facendolo conoscere “a tutti quelli che attendevano la redenzione (lýtrōsis= riscatto, termine che indica la libertà ottenuta dal servo dietro pagamento di un riscatto) in Gerusalemme (v. 38).

vv. 39-40 – «tutto compiuto»: gli adempimenti secondo la Legge santa del Signore sono terminati; i Genitori fanno ritorno con il Bambino a Nazaret di Galilea. Questa non è una mera indicazione di un qualsiasi itinerario, ma secondo la teologia lucana è la prima fase di un adempimento: Nazaret – Betlemme – Nazaret, Nazaret – Gerusalemme – Nazaret è la seconda fase (Gesù tra i dottori ai Genitori: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» Lc 2,49).

Nazaret – Gerusalemme è la terza fase dell’adempimento; poi più nessuna fase, a Gerusalemme dalla Croce scaturisce la Redenzione, la Consolazione, lo Spirito Santo al mondo intero [«e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.., manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso…» (Lc 24,47-49)].

Le tre fasi e l’ultimo adempimento competono al divino, inconsumabile Spirito Santo; non a caso il complesso del cosiddetto “evangelo dell’infanzia” è permeato completamente dallo Spirito Santo (Concezione virginale, il Bambino cresce e si fortifica per l’opera a cui il Padre lo chiama e Lo invia).

Colletta

Dio onnipotente ed eterno,
guarda i tuoi fedeli
riuniti nella festa della Presentazione al tempio
del tuo unico Figlio fatto uomo,
e concedi anche a noi
di essere presentati a te
pienamente rinnovati nello Spirito.
Per il nostro Signore..

Fonte: Abbazia di Santa Maria a Pulsano

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