Commento al Vangelo di domenica 19 Maggio 2019 – Sorelle Povere di Santa Chiara – Gv 13, 31-33a. 34-35

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La gloria del Figlio

Il Vangelo di questa quinta domenica dopo la Pasqua, ci riporta dentro il quadro più grande del capitolo 13 di Giovanni. Gesù afferma che Lui, che si definisce il Figlio dell’uomo (il titolo che il profeta Daniele riferisce al Messia escatologico, il Messia glorioso) e Dio sono glorificati. E lo dice proprio nel momento in cui Giuda esce dal Cenacolo per andare dai capi dei sacerdoti per consegnare Gesù.

Tutto il capitolo 13 è costellato da questo tradimento di Giuda, di uno dei suoi, di colui che gli era amico e che aveva condiviso con Lui gli ultimi tre anni della sua vita!

Al versetto 2 leggiamo: “Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo…”. Al versetto 10: «“Chi ha fatto il bagno non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri ma non tutti”. Sapeva infatti chi lo tradiva.»
Di nuovo al versetto 18: “Io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Subito dopo al versetto 21 Gesù afferma: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà” e disse queste cose profondamente turbato. E l’ultima volta al versetto 26: «“E’ colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò”. E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: “Quello che vuoi fare, fallo presto”».

Quindi la glorificazione, cioè il momento del massimo splendore, della massima gloria, del massimo potere, coincide per Gesù col momento del tradimento. E non con il tradimento da parte di un estraneo, ma da parte di uno dei suoi. Come non sentire echeggiare le parole del Salmo 54 (versetti 13-15): “Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma tu, mio compagno, mio intimo amico, legato a me da dolce confidenza! Camminavamo concordi verso la casa di Dio”?

Ma allora di quale tipo di glorificazione ci parla Gesù? Mi vengono davanti al cuore tre glorificazioni che Gesù vive.
La prima è questa: dopo ogni versetto dove viene ribadito il tradimento di Giuda, c’è come una “risposta” di Gesù che è una risposta d’amore. Al tradimento Gesù risponde con il gesto della lavanda dei piedi, e li lava anche a Giuda perché il traditore era ancora lì, non era ancora uscito!
L’evangelista Giovanni non ci racconta l’istituzione dell’Eucarestia nell’ultima cena, ma parlando di Giuda, Gesù dà a lui il pane intinto nel vino allo stesso modo come nei Sinottici dà il pane e il vino agli apostoli, segni del suo corpo e del suo sangue. Gesù si dona fino alla fine anche a Giuda!

E poi le ultime parole che Gesù rivolge a Giuda: “Quello che vuoi fare fallo presto”, potrebbero essere lette come il “permesso” che Gesù gli accorda perché si possa compiere la volontà del Padre.
Questo racconto è come una tela tessuta, dove abbiamo la trama e l’ordito: non può esserci l’una senza l’altro. Al rifiuto dell’uomo, Dio non può che rispondere con l’amore.

Il secondo luogo dove mi sembra che appaia la glorificazione di cui ci parla Gesù, è rappresentato dall’icona della discesa agli inferi. Gesù sa che deve morire, che la sua ora è giunta: “Gesù sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Sa che la sua morte sarà causa di salvezza per tutti gli uomini: di quelli che erano presenti, di tutti quelli che ci saranno fino all’ultimo uomo che nascerà sulla terra, ma anche di tutti quelli che erano morti prima della sua morte. E proprio qui mi viene davanti agli occhi l’icona della discesa agli inferi dove Gesù scende fino al punto più basso possibile per far uscire dal buio tutti coloro che si trovano nel regno della morte. Gli inferi si aprono ai piedi del Cristo glorioso. «Venne allora una voce che diceva: “Aprite le porte!” Le porte bronzee furono subito infrante e ridotte a pezzi, le sbarre di ferro polverizzate”. (S. Efrem il Siro).

Ma la liberazione dell’uomo prigioniero non avviene senza resistenze da parte della morte: “Se è Adamo che tu cerchi, puoi andartene: è prigioniero qui e non c’è cherubino o serafino che sia capace di ottenere la sua liberazione; non ci sono mortali tra di loro che possano offrirsi in cambio. Chi può aprire la bocca dello Sheol e prenderlo di là dato che lo Sheol l’ha inghiottito e lo tiene stretto per sempre?”. Ma nella lotta contro la morte Cristo ha un’arma potentissima: la sua stessa morte. La potenza di Dio è l’amore fino alla morte.

In questa icona, poi, alle volte Cristo ha in mano un rotolo strappato: è il documento scritto della nostra condanna, ormai distrutto per sempre. Il peccato e la morte sono vinti per sempre dal Perdono e dalla Vita.
In una antica omelia sul sabato santo leggiamo: “Dio è  morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Il Signore ci entrò con le armi vittoriose della croce. Appena Adamo lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia gridò a tutti e disse: «Sai con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse: «E con il tuo spirito». E presolo per mano lo scosse dicendo: «Svegliati o tu che dormi e risorgi dai morti, Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio che per te sono diventato il tuo figlio. E ordino a coloro che sono in carcere: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero dell’inferno. Risorgi dai  morti. Io sono la Vita dei morti. Risorgi opera delle mie mani. Risorgi, usciremo di qui. Tu in me e io in te, siamo infatti un’unica e indivisa natura»”.

La terza glorificazione del Cristo avviene attraverso l’opera dei suoi discepoli: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35)

Cristo è glorificato quando gli uomini sono capaci di un amore come il Suo, cioè che dà la vita per i fratelli fino anche alla morte.
Gesù entra nella nostra vita, nei nostri sentimenti, nelle nostre relazioni…
Gesù non ci elenca una serie di gesti da fare o di parole da dire, ma va dritto al luogo da cui tutto parte, da cui tutto ha origine: il cuore.
Il comandamento nuovo di Gesù è Lui stesso. L’amore non può nascere per sforzo personale o per volontarismo; se parte da noi e dal nostro impegno ha vita breve perché in noi presto subentra la stanchezza, la demoralizzazione per l’insuccesso o per il non contraccambio. L’amore vero e duraturo nasce dall’incontro che noi facciamo con la fonte stessa dell’amore, il Cristo Risorto che ci ha amati fino alla morte di croce e oltre la morte, con la sua resurrezione. E’ di qui che scaturisce il dono per ogni uomo.

“Mi ha amato fino all’estremo, all’estremo di me, all’estremo di Lui.
Mi ha amato a modo suo, che non è il mio.

Mi ha amato gratuitamente, graziosamente.

E mi sarebbe magari piaciuto che lo facesse

in maniera più discreta e meno solenne.
Mi ha amato come io non so amare: con una tale semplicità, oblio di sé, servizio umile e non gratificante, senza nessun amor proprio.
Mi ha amato con l’autorità benevola ma irremovibile di un padre,

ma anche con la tenerezza indulgent

e molto poco rassicurante di una madre.
Ero ferito al calcagno dal nemico comune,

ed ecco che lui si mette proprio ai miei piedi:

“Non temere”, sembra dirmi.
Come Pietro anch’io mi vergogno.

Anche a me è capitato di inciampare alla sua sequela

e perfino di alzare il calcagno contro di Lui.

Perché in me c’è un po’ di Giuda

e avrei voglia anch’io di nascondermi nella notte,

soprattutto se la luce è venuta fin qui e fruga le mie tenebre.
Ha amato i suoi fino all’estremo, tutti i suoi.

E tutti sono suoi, ognuno in quanto unico, una moltitudine di unici.
Il Verbo si è fatto fratello, fratello di Pietro

e fratello di Giuda e di entrambi che sono dentro di me.
Dio era venuto come Figlio unico.

Ritorna a Dio come Fratello degli uomini all’infinito,

trascinando una moltitudine fino all’estremo dell’Unico.”

( P. Christian De Chergè, omelia giovedì santo 1994)

Commento a cura delle Clarisse di S. Gata Feltrie

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