Commento al Vangelo di domenica 16 Giugno 2019 – Monastero di Marango

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«Molte cose ho ancora da dirvi». Mi chiedo cosa siano queste «molte cose» che Gesù vorrebbe condividere nella relazione con i suoi discepoli, ma per ora non può farlo. Infatti, in un passo di poco precedente, Gesù ha formalmente dichiarato che tutto ciò che ha ascoltato dal Padre lo ha già fatto conoscere ai suoi discepoli (cfr. Gv 15,15). La rivelazione è chiusa: Gesù ha detto tutto su Dio e sulla sua opera di salvezza. Credo, allora, che queste «molte cose» esprimano, prima che un contenuto, il desiderio che Gesù mantiene di intrattenersi in relazione con i suoi discepoli. Quando vogliamo bene a delle persone cerchiamo di far perdurare il dialogo con esse. Anche se non abbiamo cose “nuove” da dirci, continuiamo parlarci, magari ripetendo le cose già dette, oppure parlando di cose non essenziali. Il dialogo, il dirsi delle cose, non è funzionale alla semplice comunicazione, ma è a servizio della relazione. In secondo luogo, le «molte cose» che Gesù vorrebbe ancora comunicare ai suoi possono essere non delle novità su Dio e sulla salvezza, ma su come tradurre e vivere, nella dimensione umana quotidiana, tutto ciò che Egli ha rivelato e che sta ormai al cuore dell’esistenza del mondo. Se Dio è sempre lo stesso «ieri, oggi e sempre», però il come viverlo si traduce in modi sempre nuovi e provocanti. È questo che Gesù vorrebbe comunicare: perché Dio non sia una specie di gran monumento, ma, piuttosto, una carne viva, la sua, che continua a pulsare dentro la storia.
«Per il momento non siete capaci di portarne il peso». La parola di Dio sembra essere qui un notevole fardello. Per dare idea del significato del termine usato, il verbo greco «bastázo» ha dato origine anche a una parola italiana, ormai abbastanza desueta: il «basto», per indicare ciò che si caricava sugli animali da soma. Lo stesso verbo lo troviamo nella vocazione di Paolo, quando Dio indica ad Anania la missione del neo-convertito Saulo: «Egli porterà (bastázei) il mio nome dinanzi alle nazioni» (At 9,15). Far conoscere Gesù Cristo ai mondi e alle culture lontane non è un’allegra scampagnata fuori le mura. Soprattutto oggi, l’annuncio del Vangelo è urgente, impegnativo e assolutamente non scontato: come un grosso peso da portare. Quando proprio Paolo ha pensato di annunciare la rivelazione cristiana nel cuore della cultura mondiale del tempo, Atene, ha dovuto subire una durissima sconfitta: ha incontrato un quasi totale rifiuto, attraverso un’arrogante sufficienza. Nel nostro mondo, la maggioranza delle persone ma ha tanto un rifiuto di Dio, quanto un totale disinteresse: non sentono di averne bisogno. Oggi si vive una fragilità umana non più accettata. Sempre l’uomo, nella storia, ha dovuto fare i conti con la limitatezza della sua condizione: una malattia, una guerra, una disgrazia, e tutto quello a cui diamo un’importanza essenziale svanisce. Solo che, per millenni, la piccolezza dell’uomo l’ha aperto alla grandezza di Dio. Ora, invece, ci si ripiega nell’egoismo e nel godimento immediato, facendosi un piccolo dio a se stessi. Perciò è necessario stare vicini alle persone, condividerne le situazioni e testimoniare loro un amore gratuito: un Vangelo fatto più solidarietà, che di annunci.

Per portare tale «peso», Gesù promette ancora lo Spirito Santo. La sua funzione sarà di «guidare a tutta la verità». La «verità» è Gesù Cristo stesso: Egli è tutta la verità di Dio, il suo rivelarsi e donarsi. Il nostro rapporto di fede è con Gesù e la sua carne. Un rapporto dunque diretto: “da carne a carne”. Ma ha bisogno di tutta la forza dello Spirito per poter essere vissuto. La conoscenza del Figlio di Dio fatto uomo non può essere scontata e banale né, d’altra parte, impossibile e impraticabile. Lo Spirito rende visibile e attuabile la presenza di Cristo nella vita delle persone.
Lo Spirito «vi annuncerà le cose future»: non è una specie di oroscopo cristiano. Lo Spirito fa sollevare lo sguardo dell’uomo: lo conquista a una misura più grande. Lo Spirito dà all’uomo quello che lo distingue dal resto delle creature: l’apertura ad un oltre, a ciò che lo supera, a ciò che destina l’uomo al di là del suo stesso limite.

Infine, le parole di Gesù descrivono il bellissimo gioco del passaggio di mano fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. «Prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà». Lo Spirito attinge totalmente dal Figlio: non ha lo spazio di una sua autonomia, se non di far suo ciò che il Figlio ha realizzato e comunicarlo agli uomini. E’ la vita stessa del Figlio che lo Spirito ci comunica: ciò che ci fa riconoscere in Lui non tanto un Maestro ma un Dio fattosi nostro fratello.
Ma è il Figlio stesso che si riconosce essenzialmente costituito di dono: «Tutto quello che il Padre possiede è mio». Se Gesù non si è ritenuto un «tesoro geloso» tale da tenersi stretto, ma si è fatto dono fino alla perdita totale di se stesso (cfr. Fil 2,6-11), è anche vero che il Figlio, dall’eternità, sperimenta come sia il Padre a farsi continuamente dono: tanto da identificarsi totalmente nel Figlio, visto come si dà completamente e continuamente a Lui. Non sono speculazioni teologiche astratte: è contemplare come in Dio ci sia la più autentica dinamica di dono e di scambio. Ma il fine è esterno alla Trinità, è donarsi all’uomo.

A cura di Alberto Vianello – Monastero di Marango

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