«DELLA PARABOLA DEI TALENTI»

La parabola dei talenti continua la lettura di Matteo 25, la seconda parte del grande discorso escatologico fatto da Gesù sulla fine dei tempi. Nel racconto parabolico il messaggio non è tanto il dialogo tra il padrone e i due primi servitori, quanto il dialogo serrato tra il servitore condannato per la sua pigrizia e il padrone che esige una giustificazione. Il servitore si crede nel giusto quando non osa rischiare e quando seppellisce il talento ricevuto per poterlo restituire intatto; si difende dicendo che il padrone «miete dove non ha seminato». Così, in nome della giustizia, contesta al suo padrone il diritto di richiedergli più di quello che gli ha dato: «Io sono giusto, sei tu che non lo sei». È l’atteggiamento degli operai della prima ora che sono indignati per la condotta del padrone della vigna. Sono le recriminazioni del figlio maggiore contro il padre nella parabola del «Padre prodigo d’amore». Il dono è per fruttificare. La difesa è la tattica della sconfitta. Non osare può sembrare prudenza ma alla fine è prova di pigrizia. Chi non mette in atto l’annuncio ricevuto e non sa trarre alcun vantaggio da ciò che ha ricevuto è come l’invitato al festino che non veste l’abito di nozze o come le ragazze del corteo nuziale che non hanno riempito la lampada di olio: pigre e stolte. L’immagine della donna perfetta è un modello di saggezza e di comportamento che deve caratterizzare l’attesa del regno: fedeltà coniugale, lavoro, autenticità di valori (prima lettura). Non è invece un modello il terzo servo della parabola; egli ha paura del padrone, una paura che il cristiano non deve avere dal momento che nel battesimo è diventato «figlio» (seconda lettura). Però Paolo esorta: «Non dormiamo come gli altri ma vigiliamo e siamo sobri». Impegnare i propri talenti non è un «costruirsi» la propria fortuna, né usare le proprie capacità per sé solo, né tantomeno sciuparle: fanno parte del piano di Dio. Le argomentazioni di questa parabola sono chiaramente dirette contro gli scribi e farisei osservanti della legge, e contro quanti cercano di evitare il rischio della responsabilità, il rischio di perdere la vita. In fondo il loro ragionamento ha una sua logicità: Dio esige la perfezione; la legge esprime la sua volontà; solo un’osservanza scrupolosa della legge mette al sicuro. Il brano evangelico di oggi invece insiste ancora sulla vigilanza attiva e vi aggiunge la responsabilità coraggiosa, entrambe devono contraddistinguere chi ha accolto il messaggio della salvezza. La parabola non manca di una punta polemica: Matteo pensa evidentemente ad una comunità poco impegnata, che si addormenta sugli allori. Il servo che si è accontentato di nascondere il suo talento, eseguendo servilmente quella che pensa di essere la consegna del padrone, viene definito «malvagio e pigro (fannullone, infingardo nella precedente traduzione CEI del 1974)». Il primo evangelista è talmente preoccupato di invitare i credenti a superare continuamente se stessi camminando sulla via delle beatitudini, che non ci stupisce la dura conclusione della parabola. L’atteggiamento di Matteo non è ingiustificato: si tratta della relazione eterna fra il Cristo e il cristiano, della «gioia del padrone» a cui tutti siamo chiamati. Potremmo quasi dire che all’ultimo giorno ciascuno avrà il giudice che si sarà meritato. Gesù non ha nulla del padrone duro ed esigente; ciò che attende da noi è commisurato al suo amore che non può accontentarsi di poco: ci chiede molto perché ci ha donato tutto. La parabola dunque va ben al di là del livello morale a cui si colloca la prima lettura. Non si tratta più semplicemente di valorizzare i doni ricevuti: il capitale che il Signore ci affida è prima di tutto la sua parola, che apre alla nostra vita orizzonti infiniti. Ed è anche la missione evangelizzatrice, a cui si ricollega il futuro della Chiesa e del Regno.

La vita del giorno d’oggi è molto dura per la maggior parte degli uomini. Sull’umanità grava ancora il pericolo di guerre, sulla terra regna tuttora lo stato d’ingiustizia, che grida vendetta, nel quale si trova il Terzo Mondo. La pandemia che stiamo vivendo ci sta terrorizzando. Chi può sentirsi al sicuro? Dobbiamo chiederci se i cristiani non sono diventati dei «conservatori della Parola», per paura del rischio, per difetto di fantasia e di iniziativa, di fronte ai bisogni del mondo. Continueremo a mancare agli appuntamenti con la storia, per un eccesso di quella prudenza in cui per troppo tempo ci siamo rinchiusi?

In questa umanità, Cristo agisce ancora come forza di rinnovamento diffondendo doni e talenti a uomini liberi che li sappiano coraggiosamente far fruttare. Dio non ha l’abitudine di sconvolgere le leggi della natura, oppure di agire al nostro posto; egli non organizza alcun sistema di sicurezza neppure per coloro che credono in lui, ma lo Spirito di Dio ci spinge a divenire uomini nuovi, cioè uomini che malgrado contraccolpi e opposizioni continuano a edificare con amore un avvenire più bello.

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Ger 29,11.12.14

Dice il Signore:

«Io ho progetti di pace e non di sventura;

voi mi invocherete e io vi esaudirò,

e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi».

Questi versetti compositi letti verso la fine dell’Anno liturgico, simbolo anche della fine degli eventi umani e tutta l’eucologia di questa Domenica ci orientano verso una riflessione che verte sulle realtà ultime.

I versetti sono tratti da un testo più ampio, una lettera di Geremia agli esuli di Gerusalemme a Babilonia (29,4-15) con cui il profeta rivela i propositi di Dio che sono di pace, di salvezza e non di tribolazioni, un futuro di speranza per il popolo (29,11). Il Disegno divino per la salvezza del popolo al contrario delle ingannevoli previsioni umane è fondato sulla fedeltà indefettibile di Dio che esaudisce sempre e per questo occorre restare con il Signore e invocarlo con fede e fiducia. Gerusalemme è sull’orlo di una catastrofe che si approssima inesorabile, l’esercito del re Nabucodonosor, noi oggi nel pericolo della pandemia, tutti verso la fine della nostra vita a rendere conto della nostra esistenza.

Canto all’Evangelo Gv 15,4.5

Alleluia, alleluia.

Rimanete in me e io in voi, dice il Signore,

chi rimane in me porta molto frutto.

Alleluia. 

Davanti ad ogni realtà eveniente della nostra vita resta valida l’esortazione del Signore durante la Cena: dimorare in Lui è accettare che Egli dimori in noi e secondo il Disegno del Padre questo produrrà frutto abbondante come il raddoppio dei talenti della parabola di oggi.

Contesto

Ecco ora la 2a parabola del dittico 2° del «discorso escatologico» situata tra la parabola delle «dieci vergini» e quella del «giudizio finale». Ricordiamo che siamo nel 6° grande discorso, detto «discorso escatologico» (24,1-25,46), nella parte II (24,37-25,46), formata da un preambolo sulla vigilanza (24,37-41) e da 3 parabole. Per intero possiamo dire che il 6° discorso appare come un dittico:

  1. le realtà della fine (24,4-36),
  2. una cerniera sulla vigilanza (24,37-51) e le parabole escatologiche (25,1-46).

Dopo la grande requisitoria contro scribi e farisei ipocriti (cap. 23), nella struttura dell’evangelo secondo Matteo segue il discorso escatologico (c. 24), parallelo a Marco 13 e Luca 21; ma al suo termine il primo evangelista aggiunge tre narrazioni paraboliche che gli sono proprie per completare le parole sulla fine e sottolineare, ancora una volta, la realtà del giudizio di separazione. La liturgia omette il capitolo 24 (già letto nella prima domenica di Avvento) e propone, per le ultime tre domeniche dell’anno liturgico, le tre parabole escatologiche del capitolo 25. La prima della serie è la parabola delle dieci vergini, introdotta con una formula analoga a quella consueta: «Allora il regno dei cieli sarà simile a…»; la variazione intenzionale vuole orientare l’attenzione al mistero del compimento finale. Immediatamente dopo la parabola delle dieci vergini, l’evangelista Matteo presenta la parabola dei talenti (Mt 25,14-30) che, inserita nel contesto del discorso escatologico e al centro delle parabole della vigilanza, assume una particolare connotazione in relazione al giudizio.

La parabola appartiene al gruppo di quei brani evangelici più popolari e questo rende più insidiosa la sua interpretazione; letture facili e scontate come l’applicazione moralistica che invita a far fruttificare le proprie doti naturali (non si chiamano forse talenti!) sono sempre in agguato. Anche questa parabola ha un parallelo, con varianti notevoli ma identiche nella sostanza, in Lc 19,11-27, la parabola delle mine; l’insegnamento è ancora sulle realtà ultime. La differenza più evidente tra la versione di Matteo e quella di Luca è nel fatto che in quest’ultima la parabola del denaro affidato è inserita come un momento di una parabola più ampia riguardante un uomo di nobile stirpe che deve ricevere un titolo regale.

Per apprezzare la versione di Matteo è utile sottolineare alcuni elementi redazionali; negli evangeli non si scrive mai caso o per riempire spazi vuoti.

Osserviamo dunque:

  1. l’insistenza dell’evangelista sulle qualità morali date ai servi (buono, fedele, cattivo, malvagio, infingardo, cialtrone, pigro).
  2. valore del denaro dato in consegna ai servi: notevolissimo in matteo, perché 1 talento equivale al valore di 10.000 giornate lavorative mentre 1 mina equivaleva a 100 dracme, cioè 100 giornate lavorative; quale che siano le incertezze sul valore da attribuire alle singole unità di misura, la sproporzione è comunque evidente. Il talento per Matteo suggerisce simbolicamente l’importanza dell’evangelo ricevuto da ogni uomo.
  3. Luca si colloca in una prospettiva storica e in un giudizio intra-storico sui discepoli di Gesù mentre Matteo si pone in una prospettiva decisamente escatologica. Si pensi alla gioia del padrone in cui sono invitati ad entrare i due servi: non è un mero sentimento del padrone ma è metonimia (= scambio di nome) del banchetto escatologio, cioè della salvezza eterna.
  4. La sorte miserabile del terzo servo, la dannazione eterna, vuole ricordare che non si può lasciare infruttuoso il bene della Parola. Forze questo aspetto può sembrare eccessivo, una sanzione esagerata, ma proprio qui troviamo esattamente un tratto dell’insegnamento della parabola di Matteo: la sequela non è compatibile con la tiepidezza e l’inerzia.

I lettura: Pr 31,10-13.19-20.30-31

In Pr 30 i vv. 10-31, ordinati secondo le 22 lettere dell’alfabeto ebraico, sono un particolare genere letterario, 1’«elogio della donna forte». Gli studiosi vi riconoscono in trafila, pur nell’autenticità ebraica, un remoto sfondo culturale di tipo greco. Il testo loda il tipo di donna che fa la fortuna non solo della famiglia, ma anche della società, che ne ha sempre urgente bisogno. La donna forte – Chi è la donna forte lodata in questa lettura? Forse la sposa fedele e unica, di cui un popolo fino allora poligamo scopre il fascino insostituibile; o forse l’immagine personificata d’Israele, la cui attività laboriosa, insieme alla sua fedeltà, è un omaggio vivente allo sposo, Dio stesso; infine, può, essere il ritratto della Sapienza. Una cosa è certa: questa donna ha la sua casa in terra biblica; la parola di Dio è la sua patria; e chi aspira a una gioia semplice e forte, già la desidera.

L’esordio è un’interrogazione che contiene già la risposta positiva: Chi troverà la donna forte? (18,22; 19,14; 26,1; anche Rut 3,11). La risposta riceveva una prima affermazione in 12,4: ella è una corona preziosa per lo sposo. In 2 Macc 7,21, la Madre dei 7 figli lo mostra con la testimonianza di sangue, dopo quella già professata 7 volte dal frutto della sua stessa carne, i suoi ragazzi allevati nell’intrepidezza della fede come lei, e da lei. Una simile donna non ha prezzo, neppure le perle la eguagliano (v. 10; Sir 7,21; Giob 28,18).

Se è la corona dello sposo, tale donna è anche il punto di riferimento per lui, che solo a lei, nell’unione nuziale fedele, si affida, sapendo che con lei non mancherà di nulla (v. 11), da lei può attendersi solo il bene, e se anche le facesse torto, non ne riceverebbe mai in cambio il male (v. 12).

La donna forte è operatrice infaticabile. Si cerca da sé la materia per filare, lana e lino, per gli indumenti grossi e raffinati (vv. 19.21.22.24), e anche se ha molte ancelle, l’iniziativa di lavorare è sempre la sua (v. 13). La sua mano nel filare e tessere è abile e infaticabile (v. 19; v. 17; 22,9; Sir 7,36; Rom 12,13; Ef 4,28).

Ma ha anche altre qualità rare. Anzitutto quella stessa mano che lavora si apre di continuo per donare al povero, per aiutare l’indigente e il misero (v. 20; v. 9). La carità è perciò la sua nota risaltante, una carità attiva, che non raccoglie offerte di altri per risparmiare le proprie, ma che dispensa i frutti del suo stesso probo lavoro.

Di fronte alla «donna forte», hanno meno valore e valutazione la grazia e la bellezza solo esterne (11,22; 1 Tim 2,9), poiché queste se prese in se stesse sono effimere e inutili, sfioriscono e scompaiono senza lasciare che brutte tracce, come sperimenta dolorosamente e sempre ogni donna. Invece è degna di lode e di onore la donna che teme il Signore (Pr 11,1,6), dal quale trae tutta la sua forza stupenda (v. 30). Ella va ricompensata per il frutto delle sue mani operose (cfr 2 Tim 2,10; At 9,36). La città intera, secondo l’uso orientale, raccolta in certe ore del giorno alle porte delle mura, parla con ammirazione della sua opera, ed ella diventa oggetto di continua lode. Un esempio per le donne. Un esempio per la città (v. 31).

Il Salmo responsoriale: 127,1-2.3.4-5, Dsap col versetto responsorio: «Beato chi teme il Signore» (v. 1, adattato), canta la beatitudine che nella forma plurale è attribuibile a tutta l’assemblea, il popolo santo di Dio.

Il Salmista canta poeticamente la famiglia ideale dei fedeli del Signore, quella che vive secondo la Volontà divina adempiendola (nei termini timore, vie, v. 1). Allora il lavoro «delle mani», quello personale, non affidato a schiavi, o operai, o sottoposti, tutti comunque servi sfruttati!, è redentore e dà la beatitudine divina (v. 2). Allora la santità del matrimonio si riflette nella fecondità e nella bellezza, nel dono di «essere famiglia» unita (v. 3).

Questo è essere benedetti, ossia «posti in comunione» da Dio con Lui (v. 4). Non solo, ma dalla dimora della sua Presenza nel suo popolo, Sion, la Città santificata, la Sposa, il Signore invia la benedizione che porta ogni bene per l’intera Città di Dio, la sua grande Famiglia (v. 5). Si sa che il Signore dispone poi che Sion, la sua Sposa, dovrà essere la Madre d’amore di tutte le nazioni della terra (Sal 86).

Esaminiamo il brano

«In quel tempo…»: Nel testo non c’è alcuna formula redazionale d’introduzione: quella presente nel testo del lezionario è un’aggiunta liturgica per inquadrare il racconto.

v.14 – «Come infatti un uomo…»: Ecco un Padrone fiducioso dei suoi servi e molto generoso con essi, come il Padrone della vigna in 21,33 quando l’affitta ai contadini. Continua la dimostrazione di quanto detto precedentemente; ora, quanto precede è il Io dittico del 6° discorso e le tre parabole del 2° dittico servono tutte da dimostrazione, sotto vari aspetti convergenti, di quanto avviene alla fine. In Luca la parabola è ambientata storicamente con il velato riferimento ad Erode Archelao, «uomo di nobile casato» che «partì per un paese lontano (= Roma) per ricevere l’investitura regale (= il titolo di Re della Giudea, come Erode il Grande suo padre) e poi tornare» (Lc 19,12).

Fuori metafora: l’«uomo» è Cristo che, «in procinto» di chiudere la sua vicenda terrena, lascia alla sua Chiesa (Apostoli e fedeli) i suoi beni per poi, al suo «ritorno» (che non è soltanto quello ultimo della fine dei tempi, ma anche quello del rendiconto individuale alla morte di ciascun «servo»), riprendere, insieme al «suo», i «frutti »prodotti dalla operosità di ciascuno.

15 – «cinque talenti»: il talento era la massima unità di peso: sui 35/41 Kg (non abbiamo un valore preciso); più che una moneta corrente era una specie di lingotto rotondo, per grosse operazioni finanziarie.

Qui il testo non precisa di che materia: se fosse di oro fino, avremmo un valore indicativo in moneta odierna di circa 19.608.000,00 di euro (oggi l’oro è quotato a 53,04 euro/grammo); se fosse invece d’argento avremmo circa 140.000,00 euro (argento oggi è quotato a 0,70 euro/grammo). Nel v. 18 il denaro è definito in greco arghyrion: come nel francese argent, l’argento ha finito per significare semplicemente “denaro”, Perciò 5 talenti corrispondono a circa 200 chili in oro/argento e ognuno può calcolare in valuta odierna l’ammontare delle somme paraboliche. In sostanza si vuol dire che i beni affidati ai servi hanno un enorme valore. Una curiosità: nel 2011 commentando questo brano le quotazioni erano per l’oro di 36,17 euro/grammo e dell’argento di 0.27 euro/grammo. Nel 2014 di  30,23 euro/grammo per l’oro e di 0,27 euro/grammo per l’argento; nel 2017 35,26 euro/grammo per l’oro e 0,34 euro/grammo per l’argento. Fate voi i conti.

Indicazioni più precise possiamo ricavarle facendo riferimento ad es. all’imposta annua della Galilea e della Perea che era di 200 talenti d’argento; al reddito annuo di Erode che era di 900 talenti d’argento. Questo dà modo di valutare ad es. la somma favolosa di 10.000 talenti d’argento, corrispondente al salario di 16.000 uomini per 10 anni (1 talento d’argento = 6.000 denari).

Cinque talenti dunque è una somma ingente che serve a dare un’idea della preziosità dei beni spirituali affidati da Cristo ai suoi «amministratori ».

Nella versione di Luca la preziosità dei beni affidati è meno appariscente, per il fatto che ognuno dei servi riceve una sola «mina» che è la 60a parte del talento.

In Matteo l’elenco degli assegnatari è solo dimostrativo, per significare due fatti: anzitutto che che la consegna è ad uno ad uno, dunque è personale; i numeri simbolici 5, 2, 1, non sono altro che l’indicazione del rispetto che il padrone ha per il potenziale operativo di ciascuno.

Interessante la riflessione omiletica di san Gregorio Magno a cui si rimanda sul possibile significato dei tre numeri e perché il possessore dei 5 talenti riceverà anche il talento inutilizzato (vedi Testi patristici).

L’intento teologico della vicenda narrata non è immediatamente comprensibile per noi abituati alla mentalità borghese dell’investimento finanziario e delle qualità dell’individuo che gli permettono di riuscire nella vita, abbiamo fatto della parola “talento” un sinonimo di capacità, abilità, dote naturale, genio. Non è questo il senso che la parabola vuole trasmettere, come evidenzia un particolare importante del racconto stesso: ai vari servi vengono affidate somme differenti «secondo la capacità (dýnamis) di ciascuno». I talenti non rappresentano quindi le doti naturali di ciascuno: non si distribuiscono infatti doti naturali secondo le capacità, semmai sono le capacità che dipendono dalle doti che uno ha. Dunque il confronto con le altre parabole della vigilanza ci porta in un’altra direzione interpretativa. Se il padrone che parte è il Cristo, che cosa lascia ai suoi servi? Nel linguaggio metaforico si dice: «Consegnò (parédōken) loro i suoi beni» (v. 14); si usa cioè il verbo tipico della “tradizione” per caratterizzare i beni affidati come il patrimonio stesso affidato da Cristo alla sua comunità: si tratta dunque del messaggio cristiano stesso, quello che nelle Lettere Pastorali è chiamato, con un analogo linguaggio economico-giuridico, «il deposito-parathēkē» che il discepolo è esortato a custodire con fedeltà (cfr 1 Tm 6,20; 2 Tm 1,12.14). Perciò è comprensibile il discorso che prevede una diversa capacità di far fruttificare il dono dell’esser discepoli. Diverse capacità hanno prodotto differenti risultati, proporzionati con l’incarico affidato in partenza.

16-18 – Il primo subito parte con il lavoro e raddoppia il capitale «operando con esso»; altrettanto fa il secondo. Al contrario, il terzo va, scava la terra, nasconde «la somma» (alla lettera, l’argento) del signor suo.

«andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro»: Mentre i primi due servi investono il denaro ricevuto, il terzo pensa bene di nasconderlo. In antico nascondere il denaro sotto terra era il modo più indicato per metterlo al sicuro contro i ladri. Chi sotterrava il denaro era considerato esente da responsabilità, mentre chi avvolgeva nella stoffa il denaro affidatogli era ritenuto responsabile della sua eventuale perdita (vedi Lc 19,20).

19 – «Dopo molto tempo»: La frase porta avanti il motivo del «ritardo» che si trova nelle precedenti parabole (vedi Mt 24,48; 25,5). Questo, più il riferimento al «padrone» (kyrios) e al regolamento dei conti, fa della parabola un’anticipazione del giudizio finale.

Nel quadro dell’escatologia generale questo lungo «tempo» va dall’ascensione al ritorno finale del Cristo (cfr. At 1,11); nel quadro invece dell’escatologia individuale, che è quello prevalente nella parabola, esso corrisponde al corso della vita di ciascun uomo, che per l’individuo rappresenta senz’altro un tempo «lungo». Alla narrazione non dobbiamo chiedere troppo realismo, né ricercare spiegazioni logiche o psicologiche per i vari elementi descritti: l’intento del narratore non era quello di presentare una storia finita in se stessa, bensì di sviluppare una tematica teologica in modo narrativo per invitare gli ascoltatori alla riflessione. Nel corso della narrazione, infatti, si passa insensibilmente dal piano immaginario all’interpretazione cristologica: senza soluzione di continuità, cioè, il padrone della parabola diventa il Cristo giudice, il Kyrios (= Signore) escatologico, che accoglie nella gioia о getta fuori nelle tenebre. Purtroppo, questo medesimo vocabolo greco (presente dieci volte nella nostra pericope) è stato reso dalla versione italiana in due modi diversi:

  1. nelle parti narrative con “padrone”
  2. e nei discorsi dei servi con “Signore”.

In tal modo si perde il riferimento cristologico e il termine “padrone” non facilita il passaggio alla comprensione del senso traslato dei discorsi, secondo l’intento di Matteo. Infatti, se viene letta come racconto a sé, la narrazione presenta molti interrogativi; ma se viene inquadrata correttamente nel messaggio teologico di Matteo, tali interrogativi si risolvono grazie all’interpretazione che vede nei personaggi della parabola il Cristo e i cristiani.

«a rendere conto»: qui l’idea centrale non è l’incertezza del tempo della parusia ma la resa dei conti che certamente ci sarà.

20-23 – I primi due hanno entrambi raddoppiato il capitale ricevuto e accostatisi con rispetto al loro Padrone sono da questi lodati come «buoni e fedeli».

«poco… molto»: poiché il valore dei talenti non costituisce una piccola somma, la valutazione è intesa sul piano della realtà religiosa: il premio divino è sproporzionalmente superiore all’opera prestata dall’uomo (cfr. Rm 8,18: «Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi»).

«nel gaudio del tuo Signore»: anche questa espressione è intesa direttamente sul piano spirituale ed indica la beatitudine celeste. Diverse capacità hanno prodotto differenti risultati, proporzionati con l’incarico affidato in partenza. L’esempio dei primi due servi che, con quantità diverse, lavorano e portano frutto serve per dire che questo tipo di differenza non è significativo: nella terza parte della parabola infatti i primi due servi ascoltano dal Signore la stessa identica lode. Essi, pur nella loro differenza, sono entrambi «servi buoni e fedeli» chiamati ad «entrare» (così dice il testo greco) nella gioia del padrone, cioè del Signore!

Con ogni probabilità l’immagine sottesa è quella del festoso banchetto escatologico a cui i servi attivi e fedeli sono ammessi.

24-25 – II terzo si accosta egualmente con rispetto e rivela di non aver guadagnato nulla perché ha avuto paura di lui e ha nascosto sotterra il talento ricevuto; ora è in grado di rendere al padrone il suo. Su un piano di stretta giustizia egli può considerarsi a posto. Il terzo servo mosso dalla paura si chiude nella conservazione del minimo.

«un uomo severo»: questa opinione negativa di Dio, che serve da scusa per il servo pigro, ha lo scopo di mettere in maggior risalto il senso di responsabilità che deve accompagnare nell’uomo l’accettazione dei doni divini.

26-27 – Ogni rendiconto è un giudizio e il Signore lo pronuncia per la terza volta; per due volte ha dato il premio, adesso no.

«Servo malvagio e pigro»: Il signore risponde duramente. Il terzo servo ha deluso le speranze che aveva riposte in lui. Anche lui era cosciente del rischio, ma contava sulla diligenza fedele e laboriosa del suo servo. La sua pigrizia è la ragione unica per cui il talento che gli aveva affidato è rimasto improduttivo. Con il severo giudizio di malvagità dato al servo «pigro» Gesù vuol far comprendere che cattivo non è solo chi fa il male, ma anche chi non fa il bene. Nel linguaggio di Matteo, conservare il deposito vuol dire farlo fruttificare: per i rabbini ebrei poteva essere buona norma sotterrare il pegno, ma nell’ottica della libertà cristiana il suo atteggiamento è stigmatizzato come negativo.

Nel v. 26 infatti, invece di «buono (agathós) e fedele (pistós)», il terzo servo viene qualificato come «malvagio (ponērós) e pigro (oknērós)». È interessante notare anzitutto che, in forza del parallelismo, se “malvagio” si contrappone a “buono”, il contrario di “fedele” viene precisato come “pigro”.

La fedeltà autentica non è mera conservazione, ma feconda creatività.

L’attenzione dell’evangelista Matteo è rivolta alla sua comunità cristiana con l’intento di spronarla ad un’adesione all’evangelo che sia più convinta e più fruttuosa: ha già ricordato alla fine della parabola dei vignaioli (cfr. Mt 21,43) che i capi giudei sono stati ripudiati perché non hanno dato i frutti della vigna del Signore e la Chiesa a sua volta è stata scelta da Dio come popolo impegnato a far fruttificare la medesima vigna, correndo però lo stesso pericolo. Così in questa parabola il terzo servo, quello pigro, non ha fatto nulla di male, solo che non ha fatto nulla! Dietro questo servo “fannullone” compare in trasparenza tutto un gruppo di cristiani, ben noti a Matteo, che non hanno la veste nuziale per entrare al banchetto nuziale (cfr. 22,13), che non hanno l’olio per tenere accese le loro lampade (cfr. 25,8), che non hanno le opere buone della carità (cfr. 25,41-46) e rischiano drammaticamente di essere gettati fuori nelle tenebre. Tutte queste figure si integrano a vicenda per delineare la fisionomia del cristiano “infruttuoso” (achrêion), a cui il deposito evangelico (la Parola) non è servito a nulla.

«sapevi»: poi gli rinfaccia anche di essere stupido, poiché sapendo la tempra del Signore suo avrebbe dovuto almeno versare la somma ai banchieri, e il Signore avrebbe almeno incassato capitale ed interessi.

28-30 – Si chiude il processo, con una condanna ed una promozione: al servo ignavo, adesso bollato anche come «inutile » toglie il talento e lo fa gettare nelle tenebre esterne, nel pianto e stridore di denti (come in 8,12; 22,13).

Come per le vergini stolte la condanna del servo infedele è l’esclusione dalle gioie del banchetto che Dio prepara in cielo.

«a chi ha sarà dato…»: Il detto deve probabilmente essere inteso come un «passivo divino», ossia: Dio darà… Dio toglierà. Il concetto sembra essere: «I ricchi diventeranno più ricchi, e i poveri più poveri». Il detto è solo vagamente legato alla parabola e non ne coglie appieno l’idea principale, che è quella dell’attività responsabile in preparazione alla venuta del Figlio dell’uomo.

Per questo la motivazione della condanna appare paradossale: è il detto proverbiale riportato già in 13,12 a proposito del «dono» della comprensione dei misteri del Regno dato ai discepoli e negato ai Giudei maldisposti.

La troviamo anche in Mc 4,25.

È la norma seguita da Dio nel giudizio finale.

Ricordiamo la parabola del seme della Parola (13,1-23): chi ha, lo ha dal Signore, che glielo aumenta. Chi non ha , non lo ha dal Signore, ma da se stesso, e così gli sarà tolto proprio il se stesso; per sempre.

Anche qui nessuno può dire: non lo sapevo. Proprio il servo inutile ha confessato: «Signore, io sapevo che Tu sei duro…».

Le figure della donna operosa e dell’uomo operoso (la lett. e Salmo responsoriale; ricordiamo anche che la sposa è la Chiesa, noi tutti battezzati dobbiamo essere come quella donna operosa) aiutano a concretizzare l’ideale del «servo buono e fedele» in contrapposizione al servo fannullone.

30 «fuori nelle tenebre»: Questa espressione allude alla condanna nel giudizio finale, e come tale è l’opposto di «Prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21.23).

«pianto e stridore di denti»: La stessa espressione è già stata usata in Mt 8,12; 13,42.50; 22,13 e 24,51. Descrive la frustrazione di quelli che vengono esclusi dalla gioia del padrone.

Antifona alla Comunione Sal 72,28 (DSap)

Il mio bene è stare vicino a Dio,

nel Signore Dio riporre la mia speranza. 

Nella linea conclusiva della pericope evangelica la liturgia sceglie di far proclamare ai presenti che celebrano e stanno per comunicarsi la loro piena fede. Per noi tutti infatti l’unico e sommo bene è «aderire a Dio» (Giac 4,8; Eb 10,22) e condotti dalla grazia lo abbiamo promesso in modo irreversibile nella nostra Iniziazione.

«Oggi qui», nell’ascolto e nella comunione alla Parola, nella partecipazione alla Mensa dei Misteri divini, noi Chiesa, la Sposa del Risorto, mentre ci esaminiamo sui nostri talenti, riceviamo dallo Spirito Santo la Caparra della «Gioia del Signore».

Concludiamo ricordando anche le due collette. La prima chiede con epiclesi al Padre di godere sempre della devozione per Lui, che è eterna e piena felicità se si presta servizio all’Autore divino di tutti i beni:

Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio,

perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,

possiamo avere felicità piena e duratura.

Per il nostro Signore…

(Colletta)

La preghiera della Colletta A riconoscendo la ricezione dei Doni del Mistero chiede che la Sua opera con la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della Sua provvidenza per entrare nell’eternità beata:

O Padre, che affidi alle mani dell’uomo

tutti i beni della creazione e della grazia,

fa’ che la nostra buona volontà

moltiplichi i frutti della tua provvidenza;

rendici sempre operosi e vigilanti in attesa del tuo ritorno,

nella speranza di sentirci chiamare servi buoni e fedeli,

e così entrare nella gioia del tuo regno.

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

(Nuova Colletta)

Nelle sue relazioni con Dio l’uomo non può avanzare diritti; deve invece tener presente la sua assoluta dipendenza, come il servo davanti al suo signore e, come servo (doûlos = schiavo), con l’assoluta necessità di ascoltare gli ordini del suo Signore e di eseguirli. Nell’esecuzione di questi ordini deve mettere tutto l’ardore e le capacità di lavoro che lo stesso padrone suppone nei suoi servi, senza avanzare pretese (siano servi inutili, ma con la consolante e stimolante speranza che il Signore premia lo sforzo personale compiuto per far fruttificare il capitale che ci ha affidato. Questo è l’insegnamento della parabola dei talenti.

Fonte: Abbazia di Santa Maria a Pulsano