Commento al Vangelo di domenica 15 novembre 2015 – mons. Gianfranco Ravasi

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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Mc 13, 24-32
Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

Fonte: LaSacraBibbia.net

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Il libro di Daniele prende il nome non dal suo autore, ma dal suo protagonista, che è presentato come vissuto in Babilonia durante il regno degli ultimi re dell’impero neo-babilonese (sec. VI a.C.), anche se in realtà il libro è stato composto durante la rivoluzione dei Maccabei (II sec. A.C.) Egli aveva ricevuto una formazione da saggio “professionista” (Dan 1, 3 ss) e come tale aveva esercitato la sua missione a corte (Dan 2, 48). La prima parte del libro (cc. 1-6) contiene sei storie edificanti su Daniele e i suoi tre compagni alla corte di Babilonia. Questi racconti mettono in scena rappresentanti del popolo di Dio dispersi, ma tranquilli, il che conferma la possibilità di una loro simbiosi col mondo pagano.

La seconda parte (cc. 7-12) è composta invece da quattro visioni oniriche in cui Daniele vede, attraverso immagini simboliche, la successione dei quattro “regni” stranieri sotto cui Israele visse. La pericope che la liturgia ci presenta oggi si inserisce nel quadro più vasto dell’ultima apocalisse di Daniere (10,1-12,13) che è anche la più lunga ed elaborata. Dopo una vasta introduzione, un angelo offre a Daniele il resoconto della storia dell’impero persiano e di Alessandro Magno, e un altro profilo della dinastia seleucide, la dinastia che in quel rempo (II sec. a.C.) perseguitava e opprimeva Israele. Il quadro si chiude con il nostro brano che riguarda il futuro escatologico. Gli eletti di Dio, il cui nome “si trova scritto nel libro della vita” (Es 32, 32-33), nonostante le sofferenze che accompagneranno la crisi escatologica, saranno salvati. Il mondo divino (Michele) fa irruzione nella storia per eseguire il suo piano. Siamo inseriti nel contesto di lotta che di continuo è ingaggiata tra le forze che ostacolano il piano di Dio e il Signore che strappa il suo popolo dalle minacce. Il v.2 introduce il tema della risurrezione dei morti: si tratta del più antico annunzio della risurrezione nell’AT, escluso forse Isaia 26,19. Coloro che ottengono la vita sono innanzitutto i martiri che hanno preferito la morte alla perdita del regno di Dio.

Anche gli avversari risorgeranno, ma per essere condannati, mentre coloro che avranno dato la vita per il regno risplenderanno “come lo splendore del firmamento”. Anche in altri testi della Bibbia si parla di un mondo nuovo che Dio darà al suo popolo, mondo meraviglioso, illuminato da Dio stesso ( Is 60,1-20): solo in questo senso i corpi salvati risplenderanno “come la realtà celesti” (Sap 3,7). La profezia di Daniele è formulata nel contesto dell’apocalittica giudaica e ne riflette i limiti e gli errori di prospettiva e il N.T., nel “compiere” la profezia, segnerà anche il superamento di questi limiti.

Il brano di Marco (Vangelo), che viene chiamato “discorso sulla parusia” o “ apocalisse sinottica”, figura tra i passi neotestamentari più complessi; ma nonostante la sua oscurità, l’intenzione fondamentale che sembra trasparire dal brano è quella di tranquillizzare una comunità turbata e spaventata.

Il motivo dello sgomento era dato dal levarsi di alcuni profeti che, in seguito agli avvenimenti accaduti in Giudea negli anni 70 (oppressione romana e, in seguito, distruzione del Tempio e persecuzione della comunità cristiana), richiamandosi alle parole di Gesù, annunciavano l’imminente fine del mondo.

“Dicci quando accadrà questo, quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?” (Mc 13,4). Questa domanda dei discepoli è la chiave per comprendere tutto il discorso, perché ne riassume tutta la problematica. Il tema fondamentale non è quindi la fine del mondo, ma la venuta del

Figlio dell’Uomo. Tuttavia Gesù non vuole collegare la distruzione del tempio, la persecuzione, le tribolazioni con il tema della venuta del Figlio dell’Uomo. Infatti la parusia avverrà non in quei giorni, ma dopo quei giorni.

Le metafore non simbolizzano avvenimenti storico-cosmici, ma l’evento storico-teologico del giudizio di Dio: in questa ottica va vista la venuta del Figlio dell’Uomo che si presenta per giudicare gli uomini. Dal piano apocalittico siamo trasferiti al piano teologico: il giudizio del Figlio dell’Uomo significa per tutti quelli che hanno scelto lui e il suo Regno la salvezza e l’instaurazione di un nuovo ordine di rapporti. E’ chiaro che fra questi eletti è compresa la comunità cristiana. Ma fino alla seconda venuta del Cristo cosa devono fare i cristiani? Restare in attesa e vigilare. La parabola del fico è l’invito appunto a vegliare e a leggere i segni dei tempi.

Il paragone è molto felice: quando il fico mette le foglie non si può dire che l’estate è cominciata, ma che è solo vicina. Ed è proprio questo termine vicina che è la chiave di volta per capire la parabola. Contro i falsi profeti che vorrebbero subito la fine del mondo, Gesù afferma che questi segni preannunciano soltanto la vicinanza della fine, che però è sempre vicina a questa generazione, cioè alla generazione del lettore di ogni tempo e di ogni regione. Il compito primario è quello di vegliare e la veglia è un tema che percorre tutto il N.T. (cfr. ad es. Mt.25). Attendere Gesù come Dio e Messia glorioso, attenderlo come Servo sofferente è il continuo appello di Gesù. Non c’è testo escatologico che non si concluda in parole operative ed imperitive per i credenti : vegliate !

Tra i cristiani e il mondo la differenza non è di qualità morali ed etiche o in opere di maggiore perfezione, ma sta nel fatto che noi attendiamo il Signore. Il cristiano è un uomo che aspetta e questa vicinanza del Signore esige un corrispondente atteggiamento da parte dei credenti. Già in Mc 1,15 il messaggio dell’imminente regno di Dio è collegato con l’esortazione a convertirsi e a credere.

Certo, lo strano linguaggio del vangelo e della prima lettura potrebbero lasciarci perplessi, ma la nostra fede non può fermarsi a simili descrizioni culturalmente datate, essa è illuminata da un’affermazione di fondo: la parola definitiva e decisiva sulla storia sarà detta da Dio. Il nuovo mondo non è costruito sulle ceneri di questo, ma attraverso un’azione divina che porta questo nostro mondo al suo compimento.

Senza rapporti espliciti con la prima e la terza lettura, la seconda lettura si colloca nella lectio continua della lettera agli Ebrei, iniziata la domenica XXVII.

[ads2]Come si è visto, la parte centrale di questa lettera (cc. 5-10) tratta, caso unico in tutto il N.T., il tema di Gesù sommo sacerdote. L’autore pone a confronto il sacerdozio giudaico, che si esercitava nel tempio di Gerusalemme, con quello di Cristo, che ormai si esercita in cielo, mettendo in rilievo le grandi differenze. In questi pochi versetti riecheggiano alcune tematiche importanti e significative della teologia neotestamentaria. Anzitutto il tema del superamento dell’antica struttura sacrificale da parte del sacrificio di Cristo che qui viene reso plasticamente nel contrasto tra impotenza e forza, peccato e perdono, pena e salvezza. Infatti, l’idea della promessa e del compimento costituisce la parte centrale della lettera della nostra pericope. Cristo è il centro della storia della salvezza, è l’apice della storia millenaria di Dio con gli uomini.

Alla tensione delle due letture precedenti si sostituisce ora la certezza che “il futuro è già cominciato”. La speranza di un nuovo mondo e di una nuova umanità è già presente in germe : “Cristo ha offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre” (Ebr 10,12; vedi al riguardo le due significative opere di O. Cullmann, “Cristo e il tempo” e “Cristologia del N.T”, entrambe edite dal Mulino di Bologna).

SPUNTI PASTORALI

  1. Il clima dell’evangelo e della predicazione profetica è spesso pervaso da tensione. Non è certo la tensione apocalittica di certe sette anche contemporanee, ma è l’appello ad una decisione vitale urgente. Spesso Gesù ripete : “Perché non comprendete quest’ora?”. Il primo appello dell’odierna liturgia è quello dell’attenzione, della vigilanza e della decisione. Inerzia ed indifferenza sono incompatibili col Cristianesimo che è messaggio della “venuta” del Cristo. “Ecco io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui e lui con me” (Apoc 3, 20).
  2. Nonostante la tensione il messaggio dell’evangelo non è quello frenetico ed esagitato degli apocalittici per i quali tutta la storia è sotto il segno del maligno e tutto l’impegno per il presente è inutile, anzi dannoso. Il Cristianesimo non è una religione-oppio, un’evasione verso un futuro da sogno cercando di bruciare in una grande conflagrazione tutte le realtà umane. Gesù dice esplicitamente che a lui non interessa conoscere “il giorno e l’ora” di questa “fine” della realtà creata. Il presente è invece il seme da cui deve nascere l’albero mirabile del Regno. Impegnarsi per l’oggi significa costruire il futuro.
  3. E il futuro non è una drammatica corsa verso il baratro del nulla, ma è l’orizzonte della luce e della speranza: “risplenderanno come lo splendore del firmamento, come le stelle per sempre”. ( I° lettura ). E’ comunione con Dio che è luce. Tenendo davanti agli occhi questa meta, il cammino dell’uomo nella storia acquista senso e speranza.

(tratto da “Celebrare e vivere la Parola – anno B – ed. Ancora pagg.250 e sgg.)

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