Il brano di Marco che siamo invitati ad ascoltare la prossima domenica conclude il 1° capitolo del suo evangelo, nonostante il precedente versetto 39 possa sembrare già conclusivo di un primo itinerario che va dall’annuncio giovanneo della venuta di Gesù, attraversa la Sua manifestazione da parte del Padre nel battesimo del Giordano e i quaranta giorni nel deserto, per inaugurare la vita pubblica con la chiamata dei primi discepoli, l’insegnamento e le guarigioni lungo le strade della Galilea: “ E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni”.

Nella stringatezza del racconto di Marco il versetto 39 è indicazione sufficiente dell’operare di Gesù per un tempo non definito e nello spazio di un vasto territorio abitato dalle più svariate etnie. Ma i versetti 40-45 non sono semplicemente un’aggiunta, bensì assumono valore di cerniera tra le tante vicende accennate nel capitolo e il prosieguo del racconto che, pur restando nell’ambito della Galilea, territorio fino a quel momento aperto all’accoglienza, metterà in luce i primi pesanti contrasti che Gesù trova da parte di scribi e farisei. Quegli stessi scribi la cui interpretazione delle Scritture non si discostava dalla tradizione rabbinica e, ligia alla lettera del testo, ne andava perdendo il senso profondo e sempre attuale, tanto da far percepire alla folla che ascoltava meravigliata Gesù quanto il Suo insegnamento fosse nuovo e autorevole (Mc1,22).

Il brano rappresenta anche una importante tappa nella crescente efficacia degli interventi che Gesù opera: dapprima si è trattato di insegnamento e di guarigioni da mali fisici e spirituali, sotto forma di liberazione dai demoni, adesso, nell’incontro col lebbroso, siamo di fronte ad un male più grande quale l’esclusione da una vita sociale e religiosa, prima di incontrare, al culmine dell’opera liberatoria e ricreante di Gesù, la remissione dei peccati (Mc 2,5).

L’incontro di Gesù col lebbroso apre dunque una pagina nuova sul piano antropologico: è noto, infatti, cosa significasse avere contratto la lebbra nel mondo ebraico. Oltre ad essere inguaribile questa malattia era infamante poiché considerata una punizione divina per i peccati commessi o dalla stessa persona o dai suoi antenati, ed era così visibile da non poter sfuggire alla condanna e da doversi anzi fuggire, sicché il lebbroso non aveva alcuna possibilità di vita sociale (Lv 13,45). L’escluso era condannato a vivere di stenti, fuori dalle città e, cosa ancor più grave per un ebreo, era ritenuto indegno di partecipare alla vita religiosa del suo popolo. Che immagine doveva avere di Dio il poveretto, se coloro che detenevano l’autorità religiosa lo avevano già condannato dichiarandolo impuro?

Il lebbroso del nostro brano resta un anonimo proprio perché rappresenta i molti che vivevano una condizione di emarginazione ed esclusione sociale, cui si aggiungeva il sospetto di non poter sperare nel perdono di Dio. Ma la presenza di un Uomo che parla di Dio in modo nuovo fa superare al nostro personaggio il crudele e ingiusto sospetto.

Pur nella sua consueta essenzialità Marco ci presenta l’incontro con l ‘efficacia generata da una situazione fatta di così pochi elementi concreti da farne intuire tanti altri non palesati. Da una parte c’è una persona così umiliata e schiacciata dal peso della sofferenza, che non si cura nemmeno di stare violando le leggi del suo tempo e si avvicina scandalosamente e addirittura si inginocchia davanti a quell’unico Uomo che parla una lingua d’amore ed opera salvezza. La sua preghiera sommessa introduce, anche se in maniera dubitativa, un nuovo tema teologico: la volontà e la potenza di Dio nell’esistenza dell’uomo. Volontà di bene e Potenza d’Amore vengono invocate non per ottenere guarigione, ma purificazione, cioè perché sia restituita all’uomo la sua integrità di persona in relazione. Pare che al lebbroso quasi non interessi tanto d’essere fisicamente guarito, quanto d’aver restituita la sua dignità di uomo, condizione indispensabile per il suo ritorno in seno alla comunità civile e religiosa. Dall’altra parte c’è Gesù che prova un immediato sentimento di commozione profonda per colui che gli sta di fronte e la prima reazione è il gesto divino di stendere la mano che si sposa al gesto umano di toccare l’intoccabile. Intuiamo gioia, infine, in quella risposta di Gesù che conferma la fragile fede del lebbroso implorante con la forza della Sua volontà di bene: “Voglio, sii purificato”.

Tra le due figure sentiamo fluire una corrente d’amore che nasce da due desideri che si incontrano, quello di rinascere alla vita del povero lebbroso e quello di poter ridare la vita da parte di Gesù. E’ il primo vero evento di relazione in questo essenziale vangelo di Marco che non aveva dato parola né all’indemoniato, né alla suocera di Pietro, ma la dà al lebbroso proprio per andare oltre la sua condizione di escluso da ogni possibilità di comunicare, quale un morto vivente, che, alla presenza di Gesù però, coglie la speranza di un Dio compassionevole e misericordioso: al di là di una legge che duramente e impropriamente interpreta la giustizia divina, l’impuro può avvicinarsi e parlare con Dio perché è la vicinanza e la relazione con Dio che lo purificano.

Gesù rivela appunto quell’immagine misericordiosa del Padre che, nella gioia di poter corrispondere al desiderio profondo dell’uomo, quand’esso è inscritto nel suo stesso desiderio, si carica della sua impurità per annullarla. Non compreso dagli uomini cresciuti nella cultura della paura e del disprezzo per l’impurità, Gesù “non poteva più entrare pubblicamente in città”. Nel realizzare la volontà di comunione del Padre, Gesù mette in atto la potenza dell’Amore che non pone limiti al rischio e allo scandalo di prendere su di sé le nostre impurità pur di farsi vicino a noi e chiederci di fare comunione con Lui.

C’è ancora un passo importante nel brano che merita attenzione per il legame sotteso con il clima che si instaurerà nel successivo capitolo a causa delle cosiddette controversie di Gesù con le autorità religiose giudaiche. Liberato il lebbroso dal suo male e dalla sua sofferenza, Gesù lo “ammonisce severamente” e lo allontana dicendogli di non farne parola con nessuno, ma di presentarsi al sacerdote con l’offerta prevista dalla legge mosaica (Lv 14; Dt 24,8 e 28,15 e segg.) affinché le autorità possano provare la sua guarigione e nuovamente ammetterlo nella comunità. Due sono le motivazioni di questo intervento di Gesù che potrebbe prestarsi a fraintendimenti. Il motivo dell’ammonizione a tacere da un lato conferma il comando rivolto al demonio che l’aveva riconosciuto come il “santo di Dio” e dall’altro rivela il fondato timore che la folla Lo cerchi esclusivamente per i miracoli ch’Egli opera. Gesù sa che il limite di cui soffre l’umanità è l’incapacità di vedere ad un palmo dal proprio naso per il prevalere dell’interesse egoistico, quando non si è sostenuti dalla fede nella Sua parola che va accolta e compresa nel fare esperienza della sua presenza. Solo quando lo vedranno in croce e faranno esperienza della Sua morte e resurrezione potranno comprendere ch’egli è veramente il Figlio di Dio (Mc 15,39).

Nello spronare l’ex lebbroso a presentarsi al sacerdote con la dovuta offerta, Gesù accenna ironicamente alla necessità di “testimoniare” alle autorità religiose l’avvenuta purificazione. La discriminazione, infatti, tra puro e impuro è una norma religiosa che non è contemplata dalla Giustizia misericordiosa di Dio e non rientra nel suo piano di salvezza per tutti gli uomini.

E che dire della “disobbedienza” dell’uomo purificato? Marco non riferisce commenti di Gesù, né aggiunge di suo alcun giudizio. Infatti, come potrebbe tacere colui che ha finalmente conosciuto il vero volto di Dio? Del resto, come la suocera di Pietro, guarita dalla febbre, è presa dall’entusiasmo di servire, così quest’uomo che ha riavuto la sua vita non può contenersi dal proclamare la verità e diffondere il LOGOS. E il LOGOS in persona non è Gesù? È di Lui, infatti, che da ogni parte le genti continuano a venire in cerca, raggiungendolo

anche nell’isolamento della acquisita impurità rituale, in luoghi deserti.                                                                

Commento a cura di Vanna – Comunità Kairos


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