Commento al Vangelo di domenica 13 settembre 2015 – a cura di Ileana Mortari

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Il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire

Il brano ambientato a Cesarea di Filippo si colloca esattamente al centro della narrazione marciana; chiude la prima parte incentrata sulla domanda “Chi è Gesù?” con l’affermazione di Pietro: “Tu sei il Cristo” (v.29) e apre la seconda parte, che a sua volta terminerà con l’esclamazione del centurione romano sotto la croce: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc.16,39). Il secondo vangelo può essere infatti definito una sorta di catechesi-approfondimento del titolo proemiale: “Inizio del vangelo (=annuncio) di Gesù Cristo, Figlio di Dio

[ads2]Il brano in oggetto ci presenta una sosta riflessiva nella missione itinerante di Gesù e dei suoi, durante la quale il Nazareno chiede ai discepoli che cosa la gente ha percepito di Lui e come Lo considera: “Giovanni Battista, Elia o un profeta” è la risposta, cioè un uomo straordinario, investito da Dio di uno specifico ruolo spirituale. Segue un secondo interrogativo, circa l’opinione dei discepoli, che, avendo ricevuto insegnamenti esclusivi (cfr. Marco cap.4), dovevano aver capito qualcosa di più degli altri; risponde il solo Pietro dicendo: “Tu sei il Cristo”.

Abituati come siamo a considerare il termine “Cristo” come parte integrante del nome “Gesù Cristo”,

rischiamo di non renderci conto di tutta la portata di questa risposta, che costituisce un vero e proprio atto di fede; infatti, a metà circa del cammino con Gesù, Pietro è riuscito a vedere in Lui l’Inviato per eccellenza di Dio, colui che tutti attendevano per l’inizio dei tempi nuovi: il Messia, termine derivato dall’ebraico ed equivalente del greco “Cristo”, che significa “Unto”, cioè consacrato per una missione.

La risposta di Simone è esatta, ma incompleta: lo sarà – come visto sopra – al termine della vicenda di Gesù; il quale ora impone il silenzio su quell’affermazione e comincia a “insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare” (v.31)

Gesù è il Messia, certamente, ma in un modo radicalmente diverso dalle aspettative del tempo; solo al termine della sua vita poteva venir proclamata senza equivoci la sua messianicità: è quanto Marco ci fa capire con il motivo del “segreto messianico”, già visto e illustrato nel commento della scorsa domenica.

E poi il Maestro comincia a far capire ai suoi discepoli in che modo avrebbe vissuto il suo compito messianico: per la sua fedeltà a Dio sarebbe andato incontro a persecuzione e morte da parte delle autorità giudaiche; è questo il primo dei tre “annunzi della Passione”, sempre più dettagliati, che scandiscono la seconda parte della narrazione marciana e che sono comuni ai vangeli sinottici.

Ma perché il Nazareno usa l’espressione “Figlio dell’uomo?” Che cosa significano esattamente queste parole, così inusuali per le nostre orecchie?

L’appellativo, che ricorre più di 80 volte nei vangeli, e che troviamo solo sulla bocca di Gesù, in greco e in italiano non ha molto senso, mentre è molto frequente nella lingua ebraica, con diversi significati:

spesso indica semplicemente l’uomo, che di fatto è un “figlio dell’umanità” – “ben adam”; talvolta, ad esempio nel salmo 79/80, v.18, designa una persona scelta da Dio per una missione; nel libro di Ezechiele, dove ricorre ben 90 volte, si riferisce sempre al profeta stesso Ezechiele, chiamato così e non con il nome proprio in connessione al suo incarico di annunciare qualcosa a gente che purtroppo è incredula, ribelle, dal cuore indurito: di qui la sofferenza del profeta inascoltato.

Ancora: in Daniele 7, 9-14, il profeta omonimo (l’ultimo dell’A.T.) vede comparire sulle nubi del cielo “uno simile ad un figlio di uomo”; abbiamo qui un simbolo del popolo di Israele, che in quel momento storico (3° sec. a.Cr.) in terra viene perseguitato da Antioco Epifane re di Siria, ma in cielo viene glorificato da Dio stesso, che gli conferisce il regno su tutti i popoli e le nazioni e un potere eterno, che non tramonta mai.

C’è poi tutta una letteratura, sia pure minoritaria, del tardo giudaismo che identifica il personaggio di Daniele con il Servo di Jahvè sofferente, una misteriosa figura di cui parla il Secondo Isaia nei capp.42-53 (ne abbiamo un brano nella 1° lettura di oggi): è soprattutto il Libro delle Parabole di Enoc (un apocrifo del 1° sec. a.Cr.) che presenta il figlio dell’uomo di Daniele come “l’eletto in cui Dio si compiace”, “il giusto che si leverà nel giudizio”, colui di fronte al quale si alzeranno i Re e che sarà “luce delle nazioni”, espressioni queste riprese pari pari dai quattro cantici del Servo. In tale letteratura tardogiudaica il Messia atteso assume proprio i tratti congiunti del Figlio dell’uomo di Daniele e del Servo di Jahvè, e riveste un profilo altissimo, poiché viene “assunto”quasi al livello di Dio ed ha un potere cosmico e storico universale, com’è appunto quello divino.

Ebbene, sostituendo volutamente a “Cristo” il termine “Figlio dell’uomo”, Gesù intende spostare l’attenzione di chi lo ascolta dall’immagine di un Messia glorioso a quella di un Messia sofferente; inoltre l’enigmatico “ben adam” ben si prestava ad esprimere la sua situazione paradossale: un umile e modesto messaggero del regno di Dio, sempre più rifiutato al momento presente, ma con una rivendicazione vittoriosa assicurata nel futuro (resurrezione, ascensione al cielo, giudizio universale).

La varietà di significati dell’espressione ebraica consente poi di far risaltare la straordinaria unicità della persona di Gesù: un uomo come gli altri, ma insieme il “totalmente Altro”; mentre il doppio riferimento della figura di Daniele (personale – il Messia e comunitario – Israele, cioè il popolo incorporato con il suo capo) ci permette di intravvedere nel titolo in esame non solo il destino di Gesù, ma anche quello dei suoi seguaci, del suo popolo, del nuovo Israele.

Si può concludere allora che nella qualifica “Figlio dell’uomo” si conglobano i maggiori misteri di Gesù: l’incarnazione (Gesù nasce come vero uomo), la passione e morte (così è il “Servo di Jahvè”), la resurrezione e la costituzione a “Signore e Cristo” (come in Daniele) e infine la sua venuta “dai cieli come salvatore” (Fil.3,20).

Ileana Mortari

XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Mc 8, 27-35
Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 13 – 19 Settembre 2015
  • Tempo Ordinario XXIV, Colore verde
  • Lezionario: Ciclo B | Anno I, Salterio: sett. 4

Fonte: LaSacraBibbia.net