Commento al Vangelo di domenica 13 Ottobre 2019 – Padre Giulio Michelini

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Guarigione, salute, salvezza

Il racconto dei dieci lebbrosi sanati si trova soltanto nel vangelo di Luca. È strutturato in modo facile, e ne possiamo ancora oggi riconoscere la trama: nella prima parte (Lc 17,11-14) si assiste alla preghiera dei dieci uomini e alla risposta di Gesù, con l’invito ad andare a presentarsi ai sacerdoti. Nell’ultima (17,19) Gesù di nuovo si rivolge ad uno dei lebbrosi mondati, quello “salvato”. Al centro (17,15-18) la scena dell’unico lebbroso che torna a ringraziare.

Solo apparentemente però abbiamo a che fare con un semplice racconto di miracoli. A ben guardare, gran parte del nostro brano è dedicato all’insegnamento che da questo miracolo scaturisce. C’è infatti un fine gioco semantico legato alle parole, dove le sfumature di senso sono molto importanti. Le mettiamo in evidenza.

Distanza e vicinanza. Chi tornerà a ringraziare Gesù di Nazaret è uno che per definizione è “lontano”. Lo è perché lebbroso, ma anche perché straniero. I lebbrosi, come sappiamo, secondo le indicazioni della Legge dovevano tenersi a debita distanza dalla società: non potevano entrare in centri abitati e dovevano gridare il loro stato per evitare di contagiare i sani: “Il lebbroso colpito dal male porti i vestiti laceri e i capelli scarmigliati, si copra il labbro superiore e gridi: Impuro, impuro” (Lv 13,45). Il testo lucano sottolinea il dramma dei questi uomini: vanno incontro a Gesù ma si fermano a distanza (cf. Lc 17,12). Il lebbroso samaritano, insieme agli altri, grida però parole di preghiera: “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”. E ciò che più conta, si avvicina a Gesù. I verbi che indicano il movimento verso di lui sono molto accentuati: dopo la guarigione, il lebbroso “tornò indietro” (Lc 17,15) e “si gettò ai suoi piedi” (17,16). Anche Gesù sottolinea l’accaduto usando un verbo di movimento verso: “Non si è trovato chi tornasse indietro?”. Paradossalmente chi era il più lontano dalla salvezza (un samaritano) si è avvicinato al Signore Gesù. Ogni distanza è stata colmata.

Guariti, sanati, salvati. Tre verbi invece hanno a che fare particolarmente con lo stato fisico e spirituale del lebbroso samaritano: si trovano al v. 14 e 17 (“mondare-purificare”; la traduzione Cei confonde, ma al v. 17 si ha lo stesso verbo del v. 14, katharizo: “purificare, pulire, rendere puro, dichiarare puro”; Balz-Schneider); 15 (“guarire”). Improvvisamente all’ultimo versetto del brano (17,19) compare la parola-chiave, il verbo più forte di tutti, “salvare”: “la tua fede ti ha salvato”. È chiaro che Luca qui è molto attento a non confondere le parole, e anche noi dobbiamo rispettare l’acribia semantica di questo Vangelo: tutti sono stati mondati, liberati dalla lebbra, guariti dalla malattia: ma uno solo è salvato. Perché?

Vedendosi guarito. Esiste una differenza tra il riconoscersi guarito e il non accorgersene: Luca insiste su questo, scrivendo che il lebbroso samaritano, “vedendosi guarito”, tornò indietro a ringraziare. Colui che torna indietro ha riconosciuto il senso di quanto gli era accaduto.

Riconoscere il senso delle cose, capirne la trama, ringraziare per la salute o accettare la malattia: questi sono gesti di fede. Per fede il lebbroso sanato vede la realtà in modo diverso da prima. Non solo la esperisce, con il fatto di non avere più le piaghe (ma di questo se ne saranno accorti anche gli altri nove): la capisce. Come gli altri sa di essere mondato, ma trova il tempo per riflettere su quanto accaduto. Nel nostro mondo postmoderno, invece, siamo continuamente messi in scacco dalla realtà, che non riusciamo quasi più a comprendere, perché cambia in continuazione, e questo spesso ci provoca ansia e smarrimento. E non abbiamo mai il tempo per fermarci a riflettere sul senso di quello che ci accade.

«Non si è trovato chi tornasse (indietro) a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?» (Lc 17,18). Rendere gloria a Dio: questo è ciò che ha salvato il lebbroso. Che non ha fatto nulla di speciale, non ha pagato chissà quale somma o ticket, non ha acquistato alcun regalo per contraccambiare, ha solo detto grazie, e l’ha detto a Dio. È Gesù stesso a chiarircelo, lui che è il “canale” per giungere a ringraziare Dio: il lebbroso pensava di dire grazie ad un “maestro” (Lc 17,13), ma Gesù dice che chi si avvicina a lui restituisce ogni gloria direttamente al Padre.

Tutti stranieri ma graziati. Anche noi siamo come il samaritano lebbroso. Anche noi eravamo distanti da Dio, esclusi dalla Legge e dalla salvezza. Così scrive L.T. Johnson, nel commentario a Luca, collegando il vangelo di oggi a quello della domenica passata: «L’episodio si rifà alle istruzioni impartite ai discepoli: anch’essi erano tutti degli emarginati come il samaritano; sono stati tutti perdonati, purificati, guariti. Non possono assumere un altro stato che non sia quello di coloro che sono stati graziati».

Il contesto in cui sono collocate le parole di Gesù è ancora quella lunga parte del vangelo di Luca, che va dal cap. 9,51 fino all’arrivo a Gerusalemme, in 19,45. Più precisamente, la sezione che contiene i versetti che stiamo per spiegare prende l’avvio dal riassunto al cap. 13, v. 22: «Gesù passava per città e villaggi insegnando, mentre percorreva il cammino verso Gerusalemme».

Con la pagina di oggi si chiude così proprio questa seconda sezione del “grande viaggio” o pellegrinaggio di Gesù, che è un invito ad entrare nel Regno, seguendo alcune condizioni che egli pone.

L’ultima condizione di cui parla Gesù, forse la più importante, riguarda la fede. Dopo aver trattato dell’uso dei beni, delle relazioni con gli altri (il banchetto dove si invitava il discepolo a scegliere l’ultimo posto…) e della chiesa (con le relative istruzioni sulla vita comunitaria) ecco ora per la prima volta questo tema nel vangelo secondo Luca, che si presenta nella forma di un detto sapienziale come risposta ad un intervento degli apostoli: «Accresci in noi la fede» (Lc 17,6).

“Accresci in noi la fede”. La domanda dei Dodici ci porta alla mente una situazione simile, che troviamo nel vangelo più antico, quello di Marco. In questo, subito dopo il racconto della trasfigurazione, il padre di un ragazzo posseduto si rivolge a Gesù chiedendogli la liberazione del figlio, dicendogli: «Credo; aiuta la mia incredulità» (Mc 9,24; alla lettera: «Credo, vieni in soccorso alla mia incredulità»). Il Signore gli risponde non con parole, ma con il miracolo, esorcizzando lo spirito impuro. Il vangelo di Matteo racconta lo stesso episodio ma lo amplifica, aggiungendo la reazione dei discepoli (che Marco non ci tramanda), e registrando le stesse parole di Gesù che ascoltiamo oggi: «Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: “Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?”. Ed egli rispose loro: “Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: ‘Spòstati da qui a là’, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile”». (Mt 17,19-20).

Anche Marco conserva comunque lo stesso logion di Luca. Il contesto lì però è diverso, e riguarda l’episodio del fico infruttuoso: «Rispose loro Gesù: “Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: ‘Lèvati e gèttati nel mare’, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà”».  (Mc 11,22-23).

Fede e miracoli. Insomma: che si debba spostare un gelso (Luca) o un monte (Marco e Matteo), il messaggio sembra chiaro, e riguarda ciò che – proprio come una leva – permette che lo “spostamento” avvenga: la fede, grande anche solo quanto un granello di senapa. Ciò che conta infatti non ne è la quantità, ma le sue qualità. Ogni miracolo, come lo spostare le montagne, presuppone la fede, così come quelli compiuti da Gesù la presupponevano nel bisognoso che gli si trovava dinanzi. Può sembrare strano, ma «il miracolo è di per sé un segno ambiguo, nel senso che può sviare da una religiosità pura e disinteressata e portare verso atteggiamenti di calcolo egoistico o di spettacolarizzazione e in definitiva verso forme di idolatria. L’ambiguità risulta anche dal fatto che, storicamente, i miracoli non sono serviti a convincere i capi del popolo ebraico, ma addirittura risultarono praticamente inutili anche per i discepoli più intimi come i Dodici, visto che alla fine tutti lo abbandonarono vigliaccamente. Ciò spiega perché Gesù di norma chieda la fede prima del suo intervento, poiché dopo essa non è più garantita (cfr. Luca 17,11-19: su dieci lebbrosi guariti, solo uno tornò per ringraziare» (R. Penna, Il DNA del cristianesimo, San Paolo). Ma dei dieci lebbrosi ascolteremo e parleremo la prossima domenica…

Servi inutili. Passiamo alla seconda parte del nostro vangelo, e vi troviamo ancora una breve parabola, o similitudine. Anche qui facciamo fatica con il linguaggio biblico, che ci presenta una realtà che noi consideriamo negativa (essere servi o schiavi) ma che in senso esclusivamente religioso – in rapporto a Dio – è invece positiva (Maria stessa, nel vangelo di Luca, si proclama la schiava del Signore, cfr. Lc 1,38; cf. poi il Servo del Signore).

Un problema può derivare dall’interpretazione dell’aggettivo achreios (achreioi). Come uno dei suoi primi significati i dizionari danno “senza valore”. Nel greco classico era usato per designare gli schiavi; altre traduzioni possibili sono: “servi qualunque” (Dupont); “a cui non è dovuto nulla” (Crimella).

Commenta G. Rossé: «L’aggettivo non sembra corrispondere bene alla parabola, poiché lo schiavo, avendo compiuto il suo dovere, non è stato affatto inutile al suo padrone»: è quindi un’affermazione paradossale tipica di Gesù. Secondo J. Fitzmyer: «Il discepolo di Cristo, che è un servo o uno schiavo, e che ha portato a buon fine il suo compito, può considerarsi solo come un servo inutile. Anzitutto, perché la condotta di tale discepolo nell’adempiere il suo ufficio non gli garantisce necessariamente la salvezza; dopo aver fatto tutto ciò che gli competeva, il discepolo deve ancora riconoscere che il destino che lo aspetta è una grazia. E poi perché non c’è alcun spazio per potersi vantare di qualcosa». Luca, continua Fitzmyer, formula con una parabola quello che l’Apostolo scrive in Rm 3,27-28 («Dove dunque sta il vanto? È stato escluso! Da quale legge? Da quella delle opere? No, ma dalla legge della fede. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge») e Ef 2,8-9 («Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene»).

La fede per servire. Ci resta da vedere se esiste un collegamento tra il detto precedente di Gesù, su cui ci siamo soffermati all’inizio, e questa parabola. Gesù sta istruendo coloro che lo seguono. Al discepolo è richiesta una fede grande, che non può altro che essere domandata di continuo a Dio. Quanta fatica e quanto impegno devono avere i cristiani per fare ciò che fanno, spesso a rischio della propria vita, e poi, tornando a casa dopo essere stati tutto il giorno nel campo, dover riconoscere che si è salvati non perché si è stati bravi o si sono ottenuti dei risultati, ma perché è Dio che salva. Tutti i meriti – anche quelli legittimamente ottenuti – devono essere ricondotti a Dio misericordioso e salvatore.

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