Commento al Vangelo di domenica 13 Ottobere 2019 – Paolo Curtaz

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Il commento al Vangelo di domenica 13 Ottobre 2019 – Anno C, a cura di Paolo Curtaz. Qui di seguito il testo ed il video.

Vedendosi guarito

 

Sale a Gerusalemme Gesù, tutta la sua vita è proiettata all’incontro con quella città, la culla della fede ma anche il nido delle vespe della religiosità aggressiva e ottusa.

Sale con determinazione, col volto indurito, scrive Luca.

Attraversa la Samaria e la Galilea.

Cammina verso l’assoluto. Cammina verso la resa dei conti. Cammina verso la Santa.

Ma intanto attraversa la vita, le città. Incontra la gente, si confronta, agisce.

Vive.

La sua vita interiore non è a parte, lontana, inaccessibile. Non lo rende un alieno.

È presente, il Signore. A sé e al mondo. Vede. Si accorge. Ha compassione.

Avrebbe di che starsene chiuso in se stesso, a meditare e a riflettere.

E invece.

Sulla strada gli si fanno incontro dieci lebbrosi che urlano a distanza.

Se siamo in cammino l’intera umanità ci si fa incontro, gridando. Possiamo fare come il ricco che non vede Lazzaro, o raccogliere la sfida di chi attende salvezza. Gesù ha fatto la sua scelta.

Da tempo.

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Gridano

Gridano, i lebbrosi. Devono fermarsi a distanza. Per farsi ascoltare urlano.

Come accade ancora oggi, nelle nostre caotiche vite, nelle nostre grandi e anonime metropoli in cui il rumore, l’opinione, i confronto sovrastano ogni parola pronunciata sottovoce.

È un tempo in cui si urla, il nostro.

Devono urlare per chiedere pietà. Perché se si tace nessuno si accorge di loro.

I rabbini dicevano che un lebbroso era come un morto e poteva solo contaminare chi lo toccava.

E che la lebbra era la massima punizione che Dio infliggeva al peccatore.

Sono dieci. Dieci sono le dita di una mano, il numero dieci indica, in Israele, la totalità. Siamo tutti malati, tutti lebbrosi, tutti bisognosi.

La loro vita si consuma nel vedere il loro corpo cadere a pezzi, marcio. La loro anima, da tempo, è morta, divorata dal giudizio della gente e dai sensi di colpa che li fanno credere colpevoli davanti al dio impietoso dei farisei.

Dei dieci uno è straniero, nemico, un samaritano.

La malattia e il dolore accomunano ogni uomo, senza distinzioni di religione o di etnia. La sofferenza è e resta l’esperienza più comune del vagare umano. Ce ne ricordassimo.

Urlano il loro dolore, il loro abbandono, il loro lento ed inesorabile imputridire.

Chiedono pietà, la compassione che nessuno offre loro. E, forse, sperano un un’elemosina.

Gesù chiede loro di andare dai sacerdoti per essere guariti.

A volte Gesù ci guarisce a rate, ci chiede di metterci in cammino per vedere dei risultati.

A volte Gesù, simpaticone, ci chiede di andare da un prete per essere guariti. Ma dai.

Il Tempio

È un retaggio dell’antico Israele, quando il sacerdote fungeva anche da ufficiale medico: solo lui poteva attestare la guarigione e il reinserimento di un lebbroso.

Li manda dai sacerdoti, il Signore, porta rispetto per il passato di Israele, non è venuto a cambiare un iota o un segno, ma a dare compimento, a riportare alla propria origine il progetto di Dio.

La guarigione non è istantanea, richiede un cammino, obbliga a fidarsi; Dio non ama i miracoli eclatanti, chiede sempre consapevolezza, cammino, fiducia, mediazione.

Ci vuole tutta la vita per guarire dalla lebbra del peccato e della solitudine. Non esistono cambiamenti definitivi che non richiedano tempo e pazienza, costanza e fiducia.

I dieci vanno, forse delusi dal non avere visto la propria pelle risanarsi all’istante e, mentre camminano, si accorgono di essere guariti.

Anche a molti di noi accade di guarire per strada, quando la smettiamo di porre condizioni a Dio e a noi stessi. Solo camminando verso il tempio veniamo purificati da ogni lebbra del cuore.

Stupiti, straniti, sconvolti, i lebbrosi guariti adempiono la richiesta di Gesù e vanno dal sacerdote. Eccetto uno, colui che non ha tempio, che non ha sacerdoti, non ha religione.

Il suo tempio, sul monte Garizim, è stato raso al suolo dagli ebrei.  

Non sa dove andare e torna sui suoi passi.. Non ha un tempio dove andare. Torna al Tempio.

Vedendosi guarito

Vedendosi guarito racconta Luca.

Si vede, infine. Vede cos’è sul serio. Vede che è cambiato, che non è più lo stesso.

È guarito, ora. Dentro e fuori. La pelle è risanata, ora sta per risanare lo sguardo.

Abituato a considerarsi un maledetto da Dio, vittima prescelta, destinatario di un orribile destino.

Il suo pensiero guarisce. La sua anima guarisce.

Vedendosi guarito.

È quello che possiamo fare anche noi. Dio ci guarisce, certo, ma solo se ci mettiamo in strada, solo se ci vediamo dentro, solo se ci osserviamo, solo se prendiamo consapevolezza.

Non è la nostra vita che cambia, è lo sguardo che abbiamo su di essa.

Da vittime a protagonisti. Da appestati a uomini liberi.

Lodando

Uno solo torna a ringraziare, pieno di fede.

Gesù, sconfortato, constata che dieci sono stati sanati, ma uno solo salvato.

Il samaritano torna indietro lodando Dio a gran voce, non può tacere, urla la sua gioia, la sua solitudine e la sua emarginazione sono finalmente finiti. E gli altri? Chiede Gesù.

Nulla, spariti, scomparsi.

Guarire gli uomini dalla loro ingratitudine è ben più difficile che guarirli dalle loro malattie.

Guarigioni

Essere guariti non significa essere salvati.

I nove ingrati sono la perfetta icona di un cristianesimo molto diffuso, che ricorre a Dio come ad un potente guaritore da invocare nei momenti di difficoltà. Che triste immagine di Dio si fabbricano coloro che a lui ricorrono quando c’è bisogno, che lasciano Dio ben lontano dalle loro scelte, dalla loro famiglia, salvo poi arrabbiarsi e tirarlo in ballo quando qualcosa va storto nei loro (badate, non nei suoi) progetti. I nove sono guariti: hanno ottenuto ciò che chiedevano, ma non sono salvati.

Rimasti chiusi nella loro parziale e distorta visione di Dio, guariti dalla lebbra sulla pelle, non vedono neppure la lebbra che hanno nel cuore.

Il Dio che hanno invocato è il Dio dei rimedi impossibili, non il Tempio in cui abitare, il Potente da corrompere e convincere, non il Dio che, nella guarigione, testimonia che è arrivato il tempo messianico.

È tempo di camminare, fidandoci del Signore.

È tempo di vederci con uno sguardo diverso, guariti, infine.

È tempo di tornare indietro gridando a gran voce la gloria di Dio e le opere che compie in noi.

Daje.

Letture della
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Prima Lettura

Tornato Naamàn dall’uomo di Dio, confessò il Signore.

Dal secondo libro dei Re
2 Re 5,14-17

 
In quei giorni, Naamàn [, il comandante dell’esercito del re di Aram,] scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra].
 
Tornò con tutto il seguito  da [Elisèo,] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò.
 
Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».

Parola di Dio

Salmo Responsoriale

Dal Sal 97 (98)
R. Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo. R.
 
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele. R.
 
Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni! R.

Seconda Lettura

Se perseveriamo, con lui anche regneremo.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo
2 Tm 2,8-13

 
Figlio mio, ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore.
Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.
 
Questa parola è degna di fede:
Se moriamo con lui, con lui anche vivremo;
se perseveriamo, con lui anche regneremo;
se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà;
se siamo infedeli, lui rimane fedele,
perché non può rinnegare se stesso.

Parola di Dio

Vangelo

Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 17, 11-19

 
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea.
 
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Parola del Signore

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