Anche la liturgia di questa domenica ci parla del Battista, ma secondo l’evangelista Giovanni. Quindi è altra cosa che nei sinottici. E’ lo stesso per essere il precursore del Cristo. E’ altra cosa, perché il Battista giovanneo non ha nulla dell’inquietante personaggio tratteggiato con forza nei tre vangeli precedenti. Qui è innanzi tutto il testimone della Luce. Come sempre, approdare al quarto evangelo è approdare ad un’altra dimensione1. Non vi troviamo ascetismi del Battista, non ventilabri in mano al messia, non peccati da confessare da parte delle folle.

In questo brano liturgico si accostano due stralci del primo capitolo del vangelo di Giovanni.  Il primo, in prosa ritmica, appartiene al Prologo. Là dove il Prologo narra la vicenda del Logos, Parola creatrice, gravida di Vita che si diffonde come luce nella tenebra, vengono solennemente inseriti l’apparire del Battista, un uomo mandato da Dio …a testimonianza (espressione tre volte ripetuta), e la sua missione: perché tutti credessero per mezzo di lui (vv.6-7). Ma poi l’autore precisa decisamente: Non era lui la luce.2 L’uomo Giovanni precede appena Gesù: Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo (v. 9).

La seconda parte, propriamente l’inizio del quarto Vangelo considerato il più spirituale e teologico, colpisce per il tono decisamente processuale e per la forza polemica dello scontro che, già dall’esordio, vede opposti l’istituzione che governa il Tempio e l’uomo inviato per testimoniare l’avvento del cambiamento (vv.19-28).

In tempi di religione inaridita e compromessa con l’invasore, movimenti messianici esasperati e attese escatologiche avevano riversato nel deserto, terra di contestazione e libertà, intere comunità del dissenso (Esseni, Qumran) o ribelli avventurieri. Anche Giovanni, espressione di un movimento battista apocalittico e messianico, è sospetto. Ha contestato il modello templare, rinunziando a tutto, a partire dal prestigio sacerdotale paterno. Si è ritirato nel deserto, vigilante come la civetta. E lì sembra incarnare le figure profetiche dell’attesa apocalittica, ora diffusa in Giudea: il Messia, Elia, il Profeta. Il suo abitare il deserto è quello d’Israele nell’Esodo dall’Egitto, il suo richiamarvi il popolo è la strategia d’amore di Osea (Os 2,16-17), il suo Raddrizzate la via del Signore (Is 40,3) è l’esultanza dell’esodo da Babilonia, lungo la via del Signore. In lui l’antico Israele è invitato a “passare il guado” e con lui è invitato ad entrare nel tempo nuovo che l’avvento di Gesù, Luce di Vita, inaugura.

Così da Gerusalemme, centro dell’istituzione, preoccupate del vasto consenso intorno a lui, le autorità inviano una commissione d’inchiesta sacerdotale, accompagnata da Leviti, con compiti di polizia. E’ un racconto aspro, di stampo processuale (interrogare, confessare, negare), una richiesta di testimonianza giudiziaria che vede l’inviato da Dio inquisito dagli inviati di Gerusalemme. E’ l’inizio di un’opposizione insanabile che percorrerà tutto il vangelo, improntandolo a un lungo processo, tra il nuovo dirompente, che avanza nella persona dell’Inviato dal Padre, e il vecchio fossilizzato che, attaccato alla sopravvivenza del suo potere, quello del principe di questo mondo, utilizzerà la sua legge per rifiutare il rabbi Nazareno e condannarlo a morte.

In questa prospettiva, la valenza della testimonianza, greco martyrìa, in origine elemento giudiziale, legato all’attestazione di una realtà, nel largo uso che ne fa questo vangelo, oltre a impegnare esistenzialmente la persona del testimone anche a rischio della vita, si trasfigura in fondo in un atto di rivelazione. Rivelazione di una realtà a lui comunicata, o prima percepita e poi contemplata. A partire da quel io contemplo, che è più il vedere della fede che della visione. E’ solo dall’esperienza della contemplazione infatti che la testimonianza sgorga. E’ quanto spiega, a breve, Giovanni Battista, dopo il battesimo di Gesù: “ 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”.

Ci ripete A. Louf: “L’esperienza interiore della fede, essenzialmente contagiosa e sempre sospinta da un imperioso bisogno di espandersi, traboccherà necessariamente in un’attività di testimonianza che finirà per toccare i fratelli e il mondo. Ma anche questa ha bisogno a sua volta, per restare vera, di rimanere in contatto con l’esperienza stessa. E’ convincente solo nella misura in cui scaturisce da essa, quasi per straripamento, accordata in sovrappiù senza che la si sia cercata direttamente. Non è testimone chi lo vorrebbe, ma solamente chi conosce per esperienza ciò di cui parla”.

“Tu chi sei?” è intanto la domanda. “Non sono il Cristo” è la risposta. Questo non-essere è il secondo tratto originale del Battista giovanneo. Come ha scarnificato il suo corpo, scarnifica ora le sue risposte, sino a “Che cosa dici di te stesso?” E la risposta sarà un versetto di Isaia: “io, voce di colui che grida nel deserto”. Qui il Battista arriva a scarnificare anche il proprio autocomprendersi, sino a ridursi alla sola eco di una parola profetica che attua nella vita. Rivolto, nella tensione del cuore, a colui che viene dopo di me, quell’uomo che, Parola eterna e preesistente incarnata, è passato avanti a me, perché era prima di me (v. 15). La testimonianza si rende decentrandosi e dimenticandosi al cospetto di Gesù.

Così il Battista testimonia che le Promesse, l’Alleanza, l’avvento di un Qualcuno si stanno silentemente realizzando davanti gli occhi dei suoi inconsapevoli contemporanei. E questi occhi egli deve aprire alla Luce vera che viene nel mondo «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»,3 mettendo in continuità vitale le scritture ebraiche con la realtà di Gesù di Nazareth. Giovanni il Battista è investito, dalla prima riflessione cristiana, del serissimo compito di traghettare il popolo di Israele dalla prima alleanza alla nuova e definitiva.

Perché dunque battezzi? (v 25). E’ palpabile la preoccupazione. Il Battesimo infatti era anche segno di affiliazione. “Vi preoccupate di me? Del mio battesimo? Il nuovo deve ancora venire, anzi è già qui, uno che voi non conoscete, (né conoscerete: 8,19). Il mio battesimo prefigura quello dirompente che porterà Lui”. Ma la risposta vera la darà al v.31. “Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Così il suo battesimo ha il valore evocatorio di una rottura con lo stato di tenebra, di una tensione al cambiamento, orientato a Colui che viene, perché tutti credessero per mezzo di lui (v 7), e, come alla fine l’evangelista concluderà, in una inclusione lunga quanto l’intero vangelo, “perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,31).

1Qui non si parlerà più di Regno, ma di Vita piena (più che eterna); qui Gesù non si dirà Messia, ma una cosa sola col Padre; qui il Giudizio escatologico si compie sulla Croce…

2 Dato polemico, dovuto alla permanenza, ancora al tempo della stesura del quarto vangelo, di seguaci del Battista che lo consideravano il Messia.

Commento a cura di Raffaella

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)


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