Commento al Vangelo di domenica 12 Luglio 2020– mons. Giuseppe Mani

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Il regno di Dio

In queste tre domeniche il Signore ci parla del Regno di Dio: il tema fondamentale della sua predicazione.
Cos’è il regno di Dio? Non è un regno futuro o da instaurare ma la sovranità di Dio sul mondo, che, in modo nuovo diventa realtà nella storia. Parlando del Regno di Dio, Gesù annuncia semplicemente il Dio vivente , che è in grado di operare concretamente nel mondo e nella storia e proprio adesso sta operando.

Ci dice: Dio esiste. E ancora: Dio è veramente Dio, vale a dire, Egli tiene in mano le fila del mondo. L’originale di Gesù è che dice: Dio agisce adesso, è questa l’ora in cui Dio, in un modo completamente diverso da ogni modo precedente, si rivela nella storia, come il suo stesso Signore, come il Dio vivente. La parola “Regno di Dio“è inadeguata, sarebbe meglio parlare di “essere Signore”di Dio o della Signoria di Dio.

Perchè Gesù parla in parabole? La “natura”, le cose non sono soltanto il quadro per le nostre attività, né l’avversario che bisogna dominare perché non ci sopraffaccia. Anche le cose sono ad immagine di Dio e lavorate dallo Spirito creatore. “Con la potenza dello Spirito Santo fai vivere e santifichi l’universo”. Anche le cose sono ad immagine di Dio. E’ per questo che Gesù può parlare in parabole: c’è un parallelismo, una analogia, una similitudine tra le realtà “naturali”(la crescita di una pianta, il lavoro umano, le relazioni profane tra gli uomini ecc. ) e “il Regno”. E’ per questo che Gesù comincia spesso col dire “il regno dei cieli è simile”. Basta questo per capire che la distinzione tra “ordine naturale” e “ordine soprannaturale” per quanto pratica possa apparire non può essere sottolineata: tutta la natura è di origine soprannaturale perché uscita da Dio e torna a Dio crescendo.
Con la prima immagine del Regno espressa dal seme Gesù vuole esprimere la povertà di questo regno nella storia: è come un granello di senape, il più piccolo di tutti i semi. E’ come lievito, una quantità minima rispetto alla massa dell’impasto, ma determinante per il risultato definitivo. Paragonato alla semente viene ripetutamente gettato nel campo del mondo e subisce destini diversi: viene beccata dagli uccelli, soffocata dalle spine, o invece matura fino a portare molto frutto. Ameremo vedere Gesù accolto, riconosciuto, amato a partire dal messaggio che offre in ogni tempo. Invece sembra che il grano del Vangelo non debba prender radici nel nostro terreno spesso arido o sanguinante nella nostra società sporcata dal regno del denaro e dell’egoismo.
Il modo di agire del seminatore sembra estraneo a tutto questo. Il seme va come a occhi chiusi. Bella immagine di un Dio che non aspetta che noi siamo degni di ricevere il grano della sua parola. Offre occasione a ciascuno. Ci sono delle piante che attecchiscono nelle fessure di un muro o nelle rotture di una roccia.
Gesù lascia intendere che conosce gli ostacoli: l’influsso del malvagio, il cuore duro di certa gente, Lui sa “cosa c’è nell’uomo”. Sa che ci sono coloro che comprendono e che non comprendono. Non si tratta di quoziente intellettuale ma di accogliere col cuore la Parola di Dio.
Gesù ha vissuto in permanenza il rischio del rifiuto, nella compagnia dei suoi discepoli, nella sua città natale, tra la folla. La Parola è un seme che deve morire per portare frutto.
Dio ha corso il rischio della nostra libertà.
Dio si presenta come qualcuno che bussa alla porta e non la forza mai.
Che terreno siamo noi? E’ facile ricondurre la condotta degli altri ad una categoria proposta dal Vangelo: il primo ha il cuore chiuso; il secondo indifferente; il terzo incapace di perseverare.
Penso che secondo i momenti e gli umori passiamo da una categoria all’altra. Noi non vogliamo essere disturbati, abbiamo altre cose da fare ma questa è la parabola del Regno di Dio. Ci troviamo dinanzi ad una scelta fondamentale, una questione spirituale di vita o di morte: essere o non essere, entrare o restar fuori. Accogliere la Parola o fare gli orecchi da mercante.

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