Anche nel brano di questa settimana Gesù continua a usare il genere del racconto con parabole per rendere il senso del suo messaggio più vivido attraverso le immagini ai suoi interlocutori. Da più parti viene sottolineato il carattere composito di questo racconto che presenta due tappe: la chiamata alle nozze (1-10) e l’invitato senza il vestito bianco (11-14); proprio quest’ultima parte fa differire il testo da quello parallelo di Luca (14, 16-24).

All’inizio della parabola viene data una chiave interpretativa della situazione che viene presentata: “il regno dei cieli è simile ad un re che fece un banchetto per le nozze di suo figlio”. A partire da ciò è possibile una prima identificazione di Dio con il re e del suo Figlio con Gesù, inviato nel mondo proprio per celebrare l’alleanza di Dio con l’umanità. Non è un caso che nel testo la parola gamòs, nozze, ricorra ripetutamente a sottolineare l’unione forte come un patto nuziale che Dio vuole stringere con l’umanità, profetizzato già a partire dall’Antico Testamento (Os. 2, 16-25; Is 54, 5).

Dopo aver descritto nella parabola della vigna la sollecitudine e la cura del padrone nel mandare prima i suoi servi e poi lo stesso Figlio (Mt 21, 33-43), anche in questa parabola Dio non si stanca di continuare ad inviare i suoi servi per invitare al banchetto nuziale.

Il re manda a chiamare gli invitati per poter condividere la gioia per il Figlio ma gli invitati non vogliono andare. Non solo rispondono con indifferenza o preferendo la propria quotidianità e i propri interessi, ma addirittura arrivano a manifestazioni di violenza ed aggressività, richiamo delle persecuzioni subite dai cristiani che dovevano essere ben presenti all’estensore del testo evangelico.

Se da una parte si manifesta la gratuità del re nel fare il suo invito ad un banchetto ricco di cibi succulenti e vini raffinati (Is, 25,6) dall’altra emerge il rifiuto di coloro che sono stati chiamati. La prima tappa di questa narrazione allegorica della storia della salvezza tra Dio e Israele vede da una parte la chiamata (il verbo kalèo ricorre altrettanto frequentemente nel testo) e dall’altra lo spazio di libertà nell’accettare o meno questa chiamata che va dal rifiuto di fronte all’invito dei profeti fino all’ostilità nei confronti dell’insegnamento del vangelo da parte di Gesù e dei suoi apostoli.

Il re però non si arrende, invia nuovamente altri servi per le strade e per i crocicchi per chiamare questa volta coloro i quali non si sarebbero sentiti mai destinatari del suo invito: non il popolo eletto ma ogni uomo, anche quelli più “lontani”, secondo quanto più volte detto da Gesù nella proclamazione della sua buona novella per ogni uomo: “I peccatori pubblici e le prostitute precedono nel Regno gli altri invitati” (Mt 21, 31). Non coloro che erano i destinatari primi dell’invito ma tutti coloro che vogliono accettare l’invito, dal momento che la risposta alla chiamata implica comunque una adesione da parte dell’uomo, che non si gioca in un solo momento ma necessita di una conversione.

Nella seconda tappa, infatti, il re dopo aver donato a tutti (ancora una volta gratuitamente) – secondo l’usanza del tempo – l’abito nuziale perché lo indossino, passa tra gli invitati e ne  trova uno che non lo ha indossato, lo fa legare e dopo averlo rimproverato, lo fa buttare fuori dalla festa. Con un registro linguistico adatto al genere testuale, le immagini offrono al lettore la possibilità di riflettere sul fatto che non basta aver risposto all’invito bisogna anche “spogliarsi dell’uomo vecchio”, lasciandosi “rivestire di Cristo” (Rm 13, 14; Col 3,12; Ef 4,24). È in questo orizzonte che si realizza la conversione che deve accompagnare la vita del credente non solo nell’accogliere il dono gratuitamente ricevuto ma nell’aderirvi pienamente.

Commento a cura di Luisa

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)


Immagine di Dimitris Vetsikas da Pixabay