Commento al Vangelo di domenica 10 Ottobre 2021 – Comunità Kairos

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Il brano costituisce la continuazione di quello di domenica scorsa ed è come se la liturgia, in due tappe successiva, ci ponesse davanti al rapporto con la famiglia seppure con prospettiva diversa. La settimana scorsa vi era un lasciare la famiglia di origine perché l’uomo realizzi il progetto di Dio sull’unione tra l’uomo e la donna (Mc 10, 7 riprendeva il versetto della Genesi 2,24), questa settimana ci si sofferma su un lasciare la famiglia per seguire Gesù, con una focalizzazione particolare alla condizione dei discepoli.

Mentre Gesù si sposta da un luogo all’altro viene intercettato da un tale che gli chiede qualcosa. Non sappiamo nulla circa la sua identità e ci viene presentato non per quello che è ma per quello che fa: corre incontro, si getta in ginocchio, si rivolge a Gesù come ad un maestro buono, quindi come a qualcuno a cui riconosce autorità o comunque l’autorevolezza per poter dare risposte alla sua inquietudine.

La domanda che rivolge a Gesù è chiara e al tempo stesso sostanziale dal punto di vista esistenziale: “Cosa devo fare?”, La formulazione stessa della domanda pone come centrale il “fare”. Sembra orientata sul piano della prassi. Non è, come altrove, un’adesione intellettualistica ad una fede ma un voler realizzare concretamente ciò che permette di aderire alla volontà di Dio. Inoltre, è posta mettendo in evidenza l’io che la pone, ha una profonda valenza soggettiva, non è formulata in termini “di scuola” come ad esempio quella dei farisei del brano di domenica scorsa: “E’ lecito…”

Ciò che cerca il tale è un percorso di salvezza personale.

Ed è a questo punto che dal “fare” ci si sposta sul piano della relazione. Gesù, rifiuta la qualifica di “buono”, ritenendola adatta soltanto a Dio, e dà come indicazione concreta una lista di comandamenti che si rifanno alle tavole dell’alleanza tra Dio e l’uomo. Ancora una volta, Gesù ribadisce il suo legame con la legge di Mosè, che non è venuto ad abolire ma a portare a compimento.

Tra i comandamenti vengono selezionati quelli che riguardano la relazione con il prossimo: “non

uccidere, con commettere adulterio, non testimoniare il falso, non frodare, onora il padre e la madre”.

La risposta di Gesù pone subito in chiaro come la partita della salvezza si giochi nei rapporti con gli altri. Vengono bypassati i comandamenti che riguardano il rapporto con Dio a vantaggio di quelli che hanno come tema il rapporto con il prossimo, “luogo” in cui si realizza il nostro “fare” concretamente la nostra relazione con Dio (cfr. Rom 13, 8-10).

La replica del tale è altrettanto singolare perché non si tira indietro di fronte a ciò che gli viene proposto, ma afferma, non senza una punta di soddisfazione, che ha già messo in atto tutto ciò che Gesù gli ha chiesto. Si sente giusto agli occhi di Dio e compiutamente realizzato nel suo avere messo in pratica i comandamenti, tanto da non lasciare spazio all’autentica accoglienza di Dio, interpretando la sua relazione con Dio in una prassi precettistica.

Proprio quando è forte delle sue certezze, Gesù lo guarda, lo fissa con uno sguardo d’amore. Uno sguardo che permette al tale di leggersi in profondità nella sua incapacità di fare un passo oltre: rinuncia a tutto quello che hai. Un cambio di prospettiva non più un “fare” ma un “lasciare”. In quanto il lasciare è la condizione necessaria per avere il cuore libero e accogliente per l’amore di Gesù. Non si può avere nei beni terreni (denaro, ricchezze, etc.) il centro dei propri interessi perché ciò non permette di avere spazio. Gesù ci invita nell’amore a fare un’operazione di rinuncia degli idoli che diventa un ricevere.

Il tale se ne va scuro in volto e triste perché aveva molti beni a cui rinunciare e soprattutto perché

aveva rinunciato all’amore con cui Gesù l’aveva chiamato, lo aveva guardato.

Gesù ha portato il giovane a riconoscere che gli manca qualcosa. Solo così può cambiare vita, può mutare i rapporti che ha con gli altri e con le cose, per poter seguire Gesù.

Non c’è una demonizzazione delle ricchezze fine a se stessa, ma un prendere consapevolezza del fatto che ciò che occupa il cuore dell’uomo e lo fa sentire autosufficiente e non bisognoso della misericordia del Padre, ostacola quell’apertura del cuore al lasciarsi amare da Dio.

Tuttavia, la risposta alla domanda dei discepoli “E chi può essere salvato?” è un ulteriore invito a non pensare sempre in termini di autosalvezza, ma all’affidarsi con fiducia all’azione di Dio. Ancora una volta siamo chiamati a non pensarci come se fossimo noi gli unici artefici della nostra salvezza, in un’ottica retributiva, ma a lasciare che la misericordia di Dio agisca anche laddove rimaniamo ancorati alle nostre debolezze.

Commento a cura di Luisa Comunità Kairos


Immagine di Dimitris Vetsikas da Pixabay

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