Commento al Vangelo di domenica 10 Maggio 2020 – Comunità Kairos

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Entro la cornice dell’ultima cena, Gesù rivolge ai suoi dei discorsi (c.d. Discorsi di addio) che ne rappresentano il testamento spirituale.

Si tratta di parole profondamente rivelative, attraverso le quali spiega il senso fruttifero di ciò che accadrà di lì a poco e con premura e tenerezza incoraggia i discepoli a fugare la paura, li incita ad avere fiducia, li libera dal senso di smarrimento che l’annuncio della sua partenza (Gv 13,33) ha provocato.

“Non sia turbato il vostro cuore” è l’esordio e la chiusura (v. 1 e v. 27) di questo capitolo, mostrando come il desiderio di infondere speranza rappresenti il motivo di fondo delle sue parole.

La partenza di Cristo non spezza la relazione coi discepoli, anzi la esalta, perché la sua morte non rappresenta la rottura del rapporto col Padre, ma la sua piena realizzazione (Commentario del Nuovo testamento Jean Zumstein).

Dunque, la croce non segna la fine del cammino di Gesù coi discepoli, ma l’inizio di un cammino nuovo, caratterizzato da una profonda e intima comunione che si realizza nell’in-abitazione.

“Dimora” è il termine giovanneo per indicare la comunione tra Gesù, il Padre e i discepoli. Non si tratta quindi di un luogo fisico, ma teologico: “il ritorno al Padre” immette il credente nel dinamismo trinitario. Nello Spirito, Gesù e il Padre dimorano presso di lui (Gv 14,23).

Perché ciò avvenga Gesù ci indica la via, è quella dell’amore fino alla fine (Gv 13,1), dell’amore che si fa servizio (lavanda dei piedi).

Solo attraverso l’amore rivelato da Gesù è possibile l’incontro con Dio. San Paolo scrive “Gesù è icona del Dio invisibile” (Col 1,15); egli dice di sé “Chi vede me, vede il Padre” e “Io sono nel Padre e il Padre è in me”.

È il criterio di credibilità di Gesù sono le opere compiute in favore degli uomini (v. 11).

Gesù è l’opera di Dio per raggiungere il cuore dell’uomo e la croce ne è l’opera per eccellenza.

Per questo Gesù può dire “Io sono la via, la verità e la vita” perché lui è una cosa sola col Padre e con noi ed unendo perfettamente umanità e divinità riconcilia gli uomini con Dio. La sua esistenza umana, i suoi gesti e le sue parole, sono per noi modello di una vita bella e buona, gradita a Dio, una vita in pienezza, vita che non finisce.

In Cristo, Dio è il Padre buono che si rende raggiungibile e cerca la comunione con noi. E lo fa attraverso la croce, che è l’evento conclusivo e perfetto del disegno d’amore di Dio per l’uomo, verso cui tendevano le opere e i gesti di Gesù e l’annuncio dei profeti.

Nella croce, Dio si manifesta nell’umanità scartata (la pietra scartata della II lettura 1Pt 2,4-9) e la rende pietra angolare. Quando le tenebre sembrano avvolgere ogni cosa, il Signore si manifesta nel massimo splendore; mentre compiamo il male egli ci raggiunge col perdono. Così ci fa dono del suo Spirito.

Dopo la croce si apre un tempo di pienezza in cui, accogliendo lo Spirito santo, diventiamo testimoni della rivelazione, ormai realizzata appieno. La comunità dei credenti diviene testimone per il mondo della rivelazione nella sua integrità e nel suo significato pieno. L’annuncio della Parola è l’evento che compie le opere del Padre. È questa la più grande opera alla quale siamo chiamati (v. 12). L’assenza di Cristo è in realtà presenza più intensa, grazie alla quale ogni uomo può farsi testimone del suo amore gratuito e sovrabbondante.

Si tratta di parole notevoli, che trasmettono coraggio e ci consegnano il dono e l’impegno di continuare le opere di Gesù. L’amore è libertà e responsabilità. È l’amore che dà senso all’esistenza: l’amore di Dio che viene a noi in Gesù ci comunica la vita.

Commento a cura di Monica

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)