La prossima domenica, festa di Tutti i Santi, la Chiesa ci propone la lettura di uno dei brani più noti del Vangelo di Matteo, detto comunemente il Vangelo delle beatitudini. C’è un brano parallelo nel Vangelo di Luca le cui diversità (il luogo in cui Gesù parla alle folle, il numero delle beatitudini, l’aggiunta delle così dette “maledizioni”) ci fanno cogliere l’originale struttura del testo matteano, la sua destinazione ad una comunità cristiano-giudaica, donde l’esigenza di porre quasi all’inizio del racconto della vita pubblica di Gesù una summa di vari suoi detti che, interpretando il senso vero delle stesse Sacre Scritture dell’A.T., declinano al meglio l’annuncio del Regno (Mt 4,17) e formulano un programma di vita per chi vuole raggiungerlo, convertendosi.

Con questo scopo Matteo racconta che Gesù sale su un monte, luogo della rivelazione divina, cornice teologica che richiama alla mente lo scenario in cui Mosè promulgò l’antica legge. Gesù poi si pone a sedere, come un rabbi, attorniato dai discepoli, ma rivolto alle folle per insegnare universalmente la via del Regno.

Ma Gesù del Regno aveva anche detto: “è vicino”, iniziando così a rivelare la sua persona come presenza viva del Regno, come modello di quell’umanità figlia di Dio che è il popolo del Regno. Infatti, con le beatitudini Gesù parla di sé; le varie Beatitudini sono aspetti della sua perfetta umanità che Egli comunica e propone ad ogni folla di poveri e inadeguati esseri umani che verranno insultati e perseguitati a causa sua, ma condivideranno in eterno, nei cieli, la gloria divina.

La festa di domenica prossima è la celebrazione liturgica delle Beatitudini e per tutti i credenti l’invito a meditare sulla Comunione dei Santi del cielo e della terra con la certezza che le parole del Vangelo hanno tutto il sapore dell’attualità.

Certamente se leggiamo le Beatitudini nell’ottica mondana, senza credere all’esplicita promessa che le completa, esse ci appaiono come una serie di paradossi in cui confinare una fede rinunciataria e un’umanità passiva. È faticosopertanto proporre queste parole ai fratelli contaminati dal virus della “philautia”. Dovremmo innanzitutto cercare di interpretare bene il senso di quel beati, ripetuto ben nove volte.

La parola beati vorrebbe rendere il greco makarioi, che a sua volta ha tentato di tradurre l’ebraico ‘ashrè che suona come “invito ad andare avanti, promessa che è certa e precede quanti vivono una determinata situazione, parola che indica uno stile da assumere” (E.Bianchi).

A questo punto se le folle dei tempi di Gesù, le folle che lo seguivano erano sostanzialmente formate da uomini e donne bisognosi di tutto, poveri, sofferenti, gente cui la vita non aveva concesso di emergere ed erano rimasti ai margini, come non vedervi riflesse le folle delle nostre città, delle periferie, delle campagne, gente provata da difficoltà economiche, e non solo, afflitta da malattie fisiche e psichiche, da situazioni di disagio sociale, di emarginazione, o anche

 

semplicemente gente modesta, senza pretese, gente che lotta per la sopravvivenza, gente che porta il peso di responsabilità familiari e sociali, che deve affrontare i problemi quotidiani senza aiuti esterni….? L’elenco potrebbe proseguire, ma la Parola di Gesù è una: “beati”. E non è una definizione, ma una promessa e un invito a credere e sperare nella felicità desiderata e non ottenibile in termini terreni per la precarietà insita nel tempo terreno. Però godibile anche qui,  in terra, se il cuore ti dice che il Padre ti ama e non può venir meno alle promesse che ha messo in bocca al Figlio, al suo Inviato!

L’invito di Gesù ad andare avanti, a credere e sperare dà un senso diverso alle difficoltà, agli ostacoli, al male che incontriamo sotto tante forme nella vita, che si rivelano non come aspetti di una realtà incontrovertibile, ma come occasioni per aggrapparsi alla mano di Dio, per riconoscersi bisognosi della sua compassione.

Le promesse di Gesù sono l’antidoto alla ricerca del benessere ad ogni costo, del successo personale, all’indifferenza verso il prossimo. Ciò comporta cambiare l’ottica del vivere ed è cammino in salita e in contrasto con il “saperci fare” della furbizia mondana.

Povertà in spirito è cacciare dal cuore e dalla mente il desiderio di ricchezza e di potere, riconoscere che beni materiali e privilegi costituiscono un’insidia che impedisce di aderire alla giustizia di Dio.

Afflizione è struggente consapevolezza del nostro essere limitati, pur non cessando di contrastare malattie e disagi che non sono “voluti” da Dio.

Mitezza è guardare le cose nell’ottica dell’altro, senza giudicarlo né usargli violenza per condurlo dalla nostra parte.

Avere fame e sete di giustizia significa lottare pacificamente contro le dittature ideologiche, la corruzione, la menzogna sociale.

Usare misericordia è ricordarsi di essere stati perdonati in Cristo, vedere nell’altro uno specchio di sé e amarlo come se stessi.

Purezza di cuore è trasparenza e amore della verità fino a spogliarsi di ogni cura delle apparenze anche a rischio di apparire stupidi.

Operare la pace è imparare la pazienza di Dio, tentare di interrompere rapporti di offese e ripicche, usare la parola per sanare conflitti tra fratelli.

Rischiare ostilità e persecuzioni fa parte del vivere in una società malata di individualismo e di prepotenza, quindi equivale a non disperare mai, a perseverare nella propria battaglia per ciò che si crede giusto alla luce della Parola di Dio.

Gesù conclude infatti l’esortazione a vivere le beatitudini prevedendo insulti, persecuzioni e menzogne contro chi camminerà sulle sue orme, poiché seguire l’esempio di colui che è stato in assoluto povero, emarginato e sofferente, mite, giusto, misericordioso, puro di cuore e operatore di pace significa andare contro la ingannevole logica mondana, contro le forti tentazioni del male, contro la paura di essere confinati e disprezzati. Significa rinunciare alle glorie effimere, affinché possa compiersi la promessa di una felicità piena nella partecipazione alla gloria di Dio, al banchetto nuziale del Figlio, al Regno dello Spirito Santo.

Commento a cura di Vanna

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)


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