Commento al Vangelo del 7 Ottobre 2018 – Figlie della Chiesa

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Il capitolo 10 del vangelo di Marco è interessante perché tenta, da una parte, di chiarire ulteriormente il concetto di sequela – che dal cap 8 in poi si va sempre più precisando come un viaggio verso la Croce – e, dall’altra, di applicarla a tre situazioni concrete: la relazione tra l’uomo e la donna nel matrimonio, il problema della ricchezza e dell’autorità (che troveremo nei vangeli delle prossime domeniche). Gesù si trova in cammino verso Gerusalemme. L’annotazione, di per sé non essenziale, inquadra però la domanda dei farisei e la risposta di Gesù nel contesto di quel cammino di avvicinamento a Gerusalemme, nel momento cruciale della vita di Gesù che sta per compiersi a Gerusalemme. I tre annunci della passione esplicitati, pongono il discepolo di fronte a quel passaggio che Gesù deve compiere e che diventa l’orizzonte in cui è veramente possibile la comprensione più profonda del suo annuncio, così come rende esplicite le esigenze della sequela

La citazione del passo della prima lettura odierna costituisce il punto di forza della risposta di Gesù ai suoi interlocutori riportata nel vangelo. Nel racconto della creazione, in cui non si vuole dare una spiegazione scientifica, ma del senso della creazione, l’uomo sta di fronte alla donna non semplicemente come una realtà complementare, ma reciproca. Il rapporto tra i due è visto nell’ottica dell’alleanza, dell’impegno scambievole delle due libertà.

v.2: La domanda non può non colpirci dal momento che la legge di Mosè ha dato una chiara risposta: ogni ebreo sposato poteva ripudiare la propria moglie presentandole un documento di divorzio; nel giudaismo la disputa verteva solo sulle motivazioni che giustificavano la separazione. La domanda dei farisei è dunque una finta domanda, che ha lo scopo di “mettere alla prova” Gesù. L’insegnamento con cui Gesù svolge la sua opera di rivelazione evidenzia quanto sarebbe necessaria agli uomini la rivelazione di Dio: eppure essi non capiscono.

La legittimità del ripudio sembra dunque non essere posta in questione, quanto piuttosto le condizioni che potevano determinarlo. Su queste, la discussione era aperta. Si opponevano due diverse scuole: una, più rigorosa, interpretando le parole del Deuteronomio in senso restrittivo, ammetteva il divorzio solo in caso di adulterio; l’altra, più larga, applicava il passo a ogni possibile pretesto (persino quello che la donna avesse lasciato bruciare il cibo). Ma proprio su ciò che pareva a tutti essere fuori discussione, cioè la legittimità del divorzio, Gesù richiama l’attenzione.

v.3: La domanda che Gesù pone ai farisei chiede a questi di fare riferimento costante alle Scritture. Questo invito deve diventare anche il modo con cui le nostre comunità vivono il loro rapporto con ogni cosa: il riferimento costante alle Scritture.

Gesù parla per due volte di “comandamento” mentre i farisei parlano due volte di ciò che è permesso o lecito. Gesù si preoccupa della volontà di Dio, gli altri dei loro diritti. Comincia a delinearsi la diversità di obiettivi tra Gesù, che cerca il bene assoluto del comando di Dio e i suoi interlocutori che cercano invece ciò che interessa e aggrada loro.

v.5: La discussione sui casi di ripudio non interessa a Gesù; ne prende spunto per richiamare il significato dell’unione sponsale a partire da ciò che è all’origine stessa del patto matrimoniale, a partire dal suo senso più profondo. Riflettere sull’origine vuol dire riscoprire come le cose sono state pensate dal Creatore, ciò che corrisponde più pienamente alla vocazione della creatura umana. La stessa legge data da Mosè venne a regolare piuttosto la condizione umana decaduta, bisognosa di indicazioni che limitassero le conseguenze di una natura umana coinvolta nel peccato di origine. Secondo il parere di Gesù Mosè intende limitare i danni dovuti alla durezza di cuore di Israele, causata dalla ripetuta disobbedienza ai precetti divini ed intenzione della legge mosaica sarebbe di proteggere in qualche modo la parte più debole, cioè la donna ripudiata.

v.6: Gesù porta la questione alla sua sorgente. Il significato del matrimonio lo si comprende solo con il riferimento a ciò che Dio ha voluto fare nella creazione (Gen 1,27 e Gen 2,24). Si parte dall’idea di solitudine e di comunione. L’uomo, nella sua componente maschile, è nella terra dove c’è ogni bene che gli viene affidato. Ma viene evidenziata la solitudine: ha bisogno di un aiuto che “gli sia simile” meglio: “che gli stia come a fronte”, cioè i miei occhi sono alla stessa altezza dei tuoi, perché ci sia parità. L’uomo dà un nome a tutti gli animali, ma nel dare un nome esercita un potere, una autorità; pertanto non c’è parità e la sua solitudine non è superata. “Allora il Signore fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore plasmò con la costola, che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”. L’uomo (ish) riconosce che l’essere che gli sta di fronte (issha: donna) è lui stesso al femminile; riconosce la propria incompletezza e che la donna è la parte di lui che gli manca e riconosce che questa incompletezza può essere colmata solo attraverso un incontro. L’incompletezza, di per sé fonte di sofferenza, è qui riconosciuta gioiosamente di fronte alla donna che viene condotta all’uomo. La relazione uomo-donna è in una condizione di parità, perché non c’è un potere dell’uno sull’altro. “E i due saranno una sola carne”: l’antropologia semitica è unitaria; l’uomo è tutt’uno. Dire una sola carne significa riconoscere un’unica realtà, cioè la totalità delle dimensioni in cui avviene l’unione. Nella prospettiva semitica la separazione è una amputazione, è qualcosa di distruttivo. Distruggere questa unità vitale che si è instaurata tra uomo e donna riporta l’uomo (e la donna) nella incompletezza dolorosa.

Con il peccato originale è distrutto il rapporto di comunione tra uomo e donna. L’uno può essere un pericolo per l’altro. Così l’uomo dà il nome alla donna, perché rivendica un’autorità, ma ritorna solo. Secondo la Bibbia, dopo il peccato originale, le realtà creaturali sono corrotte, ma non eliminate. Il rapporto tra uomo e donna mantiene tracce del bene, ma viene alterato. La storia della salvezza è redenzione, restauro di queste realtà corrotte.

v.7: È l’idea di Alleanza, che il Cristo sta vivendo nella sua scelta messianica, che guida fin dall’inizio il piano di salvezza. È l’Alleanza di Dio con il suo popolo: una fedeltà definitiva e senza pentimenti, una solidarietà senza compromessi. Giovanni Crisostomo scrive: “Come lo sposo, lasciato il padre, si reca dalla sposa, allo stesso modo anche Cristo, lasciato il trono del Padre, si è recato dalla sua Sposa: non ci ha chiamato in alto, ma lui stesso è venuto da noi”. È l’Alleanza nuova in Cristo che illumina il senso definitivo dell’alleanza matrimoniale. Il matrimonio viene infatti nel NT confermato nella sua realtà e bontà creaturale (espressione della volontà di Dio Creatore), ma acquista anche il significato ulteriore di Alleanza, di patto tra Dio e l’uomo sigillato nel sangue di Colui che sta andando a Gerusalemme, per venire consegnato nelle mani degli uomini. Come nella creazione la donna nasce dal costato di Adamo addormentato, così la chiesa e l’umanità nasce dal costato trafitto di Cristo morto in croce. Il legame nuziale tra uomo e donna è segno del legame nuziale di Cristo con la sua chiesa e con l’umanità.

Appendice

Come lo sposo, lasciato il padre, si reca dalla sposa, allo stesso modo anche Cristo, lasciato il trono del Padre, si è recato dalla sua Sposa: non ci ha chiamato in alto, ma lui stesso è venuto da noi. E quando senti che è Lui che è venuto da noi, non pensare ad una emigrazione, ma ad una condiscendenza: sì, pur essendo con noi, era con il Padre. Per questo dice: «[Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna (Ef 5,31)] Questo mistero è grande» (Ef 5,32). È un fatto veramente grande ed anche umano; ma quando mi avvedo che la stessa cosa si verifica per Cristo e per la Chiesa, allora ne resto colpito, allora ne resto meravigliato. Perciò, dopo aver detto: «Questo mistero è grande», ha aggiunto: «Ma io lo dico riferendomi a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5,32). Pertanto conosciuto quale grande mistero è il matrimonio e figura di quale grande cosa, non decidere né alla leggera, né avventatamente e neppure ricercare, stando per sposarti abbondanza di ricchezze: il matrimonio è da ritenersi, non una compravendita, ma una comunione di vita (Giovanni Crisostomo, Elogio di Massimo, III, 4).

Cristo Signore ha effuso l’abbondanza delle sue benedizioni su questo amore multiforme, sgorgato dalla fonte della divina carità e strutturato sul modello della sua unione con la chiesa. Infatti, come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un patto di amore e fedeltà, così ora il salvatore degli uomini e sposo della chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la chiesa e si è dato per essa, così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione. L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ed è sostenuto ed arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dall’azione salvifica della chiesa, perché i coniugi, in maniera efficace, siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nella sublime missione di padre e madre. Per questo motivo i coniugi cristiani sono corroborati e come consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dallo spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e perciò insieme partecipano alla glorificazione di Dio (Conc. Vat. II, Cost. pastorale Gaudium et spes, 48, cpv. 2).

L’istituzione del matrimonio nel paradiso terrestre è affermata da una tradizione antica e solida. Parlando del matrimonio il Signore si rifà all’Antico Testamento: «Non avete letto?…» (Mt 19,4; Mc 10,2-12). E anche s. Paolo (Ef 5,31). Clemente alessandrino lo dice esplicitamente: «Il Figlio non ha fatto altro che confermare quanto aveva istituito il Padre». Nella creazione dell’uomo egli vedeva il sacramento del battesimo, e nella comunione d’amore della prima coppia l’istituzione divina del sacramento del matrimonio. Egli parla della «grazia paradisiaca del matrimonio». Per questa grazia il matrimonio cristiano riceve qualcosa dello stato coniugale di avanti alla caduta. Anzi, egli dice molto di più: «Dio ha creato l’uomo: uomo e donna; l’uomo significa il Cristo, la donna la Chiesa». L’amore tra Cristo e la Chiesa costituisce l’archetipo [il modello] del matrimonio e così preesiste alla coppia, giacché Adamo fu creato ad immagine di Cristo ed Eva ad immagine della Chiesa. Ora si vede perché la prima coppia e in seguito le altre si rifanno a quell’unica immagine. S. Paolo formula l’essenziale: «È un grande mistero; voglio dire che si applica a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5,32) (P. Evdokimov, Sacramento dell’amore, pp. 142-3).

Due in una sola carne

Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina, e disse: Per questo l`uomo abbandonerà il padre e la madre sua e si unirà alla sua donna e saranno i due in una sola carne? Pertanto non sono più due, ma una carne sola. Non separi dunque l`uomo ciò che Dio congiunse” (Mt 19,4-6; Gen 2,24). Ammira la sapienza del Maestro. Interrogato, infatti, se sia lecito ripudiare la propria moglie, non risponde subito: Non è lecito, per non turbare e confondere i suoi ascoltatori. Ma, prima di pronunciare la sua sentenza, chiarisce la questione dimostrando che quel comando veniva dal Padre suo e che egli ordinava questo non per opporsi a Mosè. E notate che non si limita a confermare la verità di quanto dice solo con la creazione dell`uomo e della donna, ma con il comando stesso del Padre. Cristo non dice soltanto che Dio ha fatto un solo uomo e una sola donna, ma che ha dato anche questo comando: che l`uomo deve unirsi a una sola donna. Se Dio avesse voluto che l`uomo, lasciata una donna, ne sposasse un`altra, dopo aver creato l`uomo, avrebbe creato molte donne. Il fatto è che, con il modo stesso della creazione e con la sua legge, Dio ha dimostrato che un uomo deve convivere sempre con una sola donna e che l`unione non deve mai essere spezzata. Considera le parole stesse di Cristo: «Il Creatore da principio li creò maschio e femmina»; essi cioè uscirono da una stessa radice e si unirono in una stessa carne. E aggiunge che i due saranno in una carne sola. Poi, volendo intimorire chi pretende condannare questa legge e per fissare bene questa norma, non dice: Non dividete e neppure non separate. Ma che dice allora? «Non separi dunque l`uomo ciò che Dio congiunse». E se voi – aggiunge – mi citate Mosè, io vi cito il Signore di Mosè e ve lo confermo inoltre riferendomi al tempo. Infatti «Dio da principio li creò maschio e femmina». Questa infatti è una legge antichissima, anche se sembra che sia io a introdurla ora, e venne stabilita con grande vigore e fermezza. Dio infatti non presentò semplicemente all`uomo la donna, ma gli comandò che per lei abbandonasse il padre e la madre. E non ordinò soltanto di accostarsi alla donna, ma di congiungersi a lei, indicando, con la forma stessa delle espressioni, l`inseparabilità dei due. E neppure di questo si contentò, ma ricercò e aggiunse un altro vincolo più intimo: «Saranno i due in una sola carne».

Dopo aver riproposto la legge antica, promulgata con fatti e con parole, e aver dimostrato il rispetto che meritava a causa di colui che l`aveva emanata, ora con autorità egli stesso la interpreta e sancisce, dicendo: «Pertanto non sono più due, ma una carne sola». Ebbene, così come è delitto tagliare carne umana, è un crimine separare il marito dalla moglie. E non si limita a questo, ma si appella anche all`autorità di Dio, dicendo: «Non separi dunque l`uomo ciò che Dio congiunse». Dimostra così che tale separazione va contro natura e contro la legge: contro natura, perché si taglia ciò che è una sola carne; contro la legge, perché avendo Dio congiunto e comandato che non si separi ciò che egli ha unito, essi non pensino ugualmente a separarlo. (Giovanni Crisostomo, Comment. in Matth., 62, 1 s.)

La moglie fedele

La moglie che ha cura della casa, sarà anche pudica e regolerà tutto; né si darà ai piaceri, a spese ingiustificate e simili cose. “Perché non sia bestemmiato il nome di Dio, dice l`Apostolo. Lo vedi che egli si preoccupa principalmente della predicazione e non delle cose temporali? Difatti, scrivendo a Timoteo dice: “Meniamo una vita quieta e tranquilla con tutta pietà e onestà” (1Tm 2,2); qui poi dice: “Perché non sia bestemmiato il nome e la dottrina di Dio. Se capita, infatti, che una donna fedele maritata a un infedele, non sia ben fornita di virtù, di qui suole nascere la bestemmia contro Dio, ma se è ben fornita di virtù le sue parole e le sue azioni promuoveranno la gloria di Dio. Sentano le donne che sono sposate a uomini malvagi o infedeli; sentano e imparino a indurli alla pietà con i loro buoni costumi. Se, infatti, non dovessi cavarci altro né riuscissi a ridurlo alla vera fede, però ne chiuderai la bocca e non gli darai occasione di bestemmiare contro la religione cristiana. E questo non è tanto poco, è anzi moltissimo, perché dai contatti della vita la nostra verità acquista ammirazione. (Giovanni Crisostomo, In epist. ad Tit., 4, 2)

Rispondere con amore all`amore

Siamo accorti nel formare e nel conservare l`unione coniugale, amiamo la parentela a noi concessa. Se coloro che sono stati separati in lontane regioni sin dal tempo della loro nascita ritornano insieme, se il marito parte per l`estero, né la lontananza né l`assenza possano mai diminuire l`amore reciproco. Unica è la legge che stringe i presenti e gli assenti; identico è il vincolo di natura che stringe, nell`amore coniugale, sia i vicini, sia i lontani unico è il giogo benedetto che unisce i due colli, anche se uno deve allontanarsi assai in regioni remote: hanno infatti accolto il giogo della grazia non sulle spalle di questo corpo, ma sull`anima. (Ambrogio, Exameron, 5, 18)

 

Cari fratelli e sorelle! In questa domenica, il Vangelo ci presenta le parole di Gesù sul matrimonio. A chi gli domandava se fosse lecito al marito ripudiare la propria moglie, come prevedeva un precetto della legge mosaica (cfr Dt 24, 1), Egli rispose che quella era una concessione fatta da Mosè a motivo della “durezza del cuore”, mentre la verità sul matrimonio risaliva “all’inizio della creazione”, quando “Dio – come sta scritto nel Libro della Genesi – li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola” (Mc 10, 6-7; cfr Gn 1, 27; 2, 24). E Gesù aggiunse: “Sicché non sono più due, ma una carne sola. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10, 8-9). È questo il progetto originario di Dio, come ha ricordato anche il Concilio Vaticano II nella CostituzioneGaudium et spes: “L’intima comunione di vita e di amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale… Dio stesso è l’autore del matrimonio” (n. 48).

Il mio pensiero va a tutti gli sposi cristiani: ringrazio con loro il Signore per il dono del Sacramento del matrimonio, e li esorto a mantenersi fedeli alla loro vocazione in ogni stagione della vita, “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”, come hanno promesso nel rito sacramentale. Consapevoli della grazia ricevuta, possano i coniugi cristiani costruire una famiglia aperta alla vita e capace di affrontare unita le molte e complesse sfide di questo nostro tempo. C’è oggi particolarmente bisogno della loro testimonianza. C’è bisogno di famiglie che non si lascino travolgere da moderne correnti culturali ispirate all’edonismo e al relativismo, e siano pronte piuttosto a compiere con generosa dedizione la loro missione nella Chiesa e nella società.

Nell’Esortazione apostolica Familiaris consortio, il servo di Dio Giovanni Paolo II ha scritto che “il sacramento del matrimonio costituisce i coniugi e i genitori cristiani testimoni di Cristo “fino agli estremi confini della terra”, veri e propri “missionari” dell’amore e della vita” (cfr n. 54). Questa missione è diretta sia all’interno della famiglia – specialmente nel servizio reciproco e nell’educazione dei figli -, sia all’esterno: la comunità domestica, infatti, è chiamata ad essere segno dell’amore di Dio verso tutti. È missione, questa, che la famiglia cristiana può portare a compimento solo se sorretta dalla grazia divina. Per questo è necessario pregare senza mai stancarsi e perseverare nel quotidiano sforzo di mantenere gli impegni assunti il giorno del matrimonio. Su tutte le famiglie, specialmente su quelle in difficoltà, invoco la materna protezione della Madonna e del suo sposo Giuseppe. Maria, Regina della famiglia, prega per noi! (Papa Benedetto XVI, Angelus del 8 ottobre 2006)

Fonte: Figlie della Chiesa

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

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L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto.

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10, 2-16
 
2Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. 3Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosé?». 4Dissero: «Mosé ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». 5Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; 7per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie 8e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. 9Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 10A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. 11E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; 12e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
13Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. 14Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. 15In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». 16E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 07 – 13 Ottobre 2018
  • Tempo Ordinario XXVII
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 3

Fonte: LaSacraBibbia.net

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