Commento al Vangelo del 7 Ottobre 2018 – Comunità Kairos

102

La sezione che va dal capitolo otto al decimo è caratterizzata dal viaggio verso Gerusalemme. Gesù intraprende il cammino che conduce alla croce e i tre annunci della passione (8,31; 9,31; 10,33-34) non solo lo testimoniano e ne scandiscono l’incedere, ma ancor di più rappresentano la chiave di interpretazione dei gesti e delle parole che Egli rivolge ai suoi più volte presi da smarrimento, paura, incomprensione. In questo modo, ci viene mostrato che seguire Cristo conduce al dono totale di sé.

Nelle domeniche precedenti abbiamo visto che essere discepoli significa accogliere la logica paradossale di Dio che salva la vita a costo di perderla per Gesù ed il Vangelo (8,35), che la vera grandezza sta nel servizio verso il prossimo (9,35), che occorre rifuggire ogni tentazione settaria ma essere aperti ed inclusivi verso gli altri (9,40), che seguire Cristo impone una scelta radicale di povertà per cui occorre primariamente saper ricevere (9,41), che attenzione e vigilanza devono essere coltivati nel cuore (9,43-47).

Sulla scia di questi grandi insegnamenti, il vangelo di questa domenica ci fa meditare su una questione fondamentale, la relazione simbolo di ogni nostra relazione: il matrimonio.

Il racconto prende l’avvio da una provocazione dei farisei, che già complottano contro Gesù, preoccupati dalle distanze che va prendendo dalla Legge e dell’ampio consenso di cui gode.

Immediatamente l’evangelista ci mostra che Gesù e i farisei si muovono su due piani diversi.

I capi religiosi, stretti in una visione legalistica, sono unicamente interessati all’osservanza della legge e, avendo smarrito lo spirito ed il senso della stessa, si sono appiattiti in un adempimento dei doveri sterile ed ipocrita. Per questo motivo, confidando più in ciò che è permesso che nella realizzazione del progetto legato al comando, hanno elevato a norma un’eccezione emanata da Mosè proprio per la «durezza dei cuori» ed al solo fine di tutelare i diritti della moglie. La società patriarcale di allora infatti ammetteva il ripudio da parte del marito e per limitarlo era stato codificato secondo una casistica specifica (Dt 24,1).

Non bisogna però confondere la legge ispirata da Dio dalle norme emanate per l’incapacità dell’uomo di accoglierla.

Gesù dunque  fa  emergere il  progetto di  vita  pensato  da  Dio per l’umanità, la visione divina all’atto della creazione dell’uomo e della donna: un disegno d’amore che sulla base di una reciprocità libera e totale consente ai due di diventare una sola carne, perfetta immagine del Dio-comunione.

Nell’unità dell’uomo e della donna vi è la somiglianza col Dio-trinitario: la coppia, la famiglia, la società umana sono il riflesso della comunione d’amore della Trinità. A Dio, Padre-Figlio-Spirito Santo, corrisponde come immagine somigliante una comunione tra uomini fondata sulla libertà e il dono reciproco.

A Gesù non interessa regolamentare la vita ma ispirarla, accenderla, rinnovarla con il sogno di Dio. Per questo ci riporta agli inizi, al progetto originario, prima della durezza dei cuori (Gen 1,7; 2,24), evidenziando che la vera questione è se porre al centro il cuore dell’uomo o la legge (E. Ronchi).

Gesù è venuto ad inaugurare un tempo nuovo in cui una nuova e definitiva alleanza è possibile, in cui si compie l’antica promessa e per grazia riceviamo un cuore nuovo, un cuore di carne al posto di quello di pietra. In fede sappiamo che il dono dello Spirito Santo ci comunica la capacità di amare di Gesù e che possiamo credere nell’indefettibile fedeltà di Dio e nell’eternità dell’amore.

Il legame che, in Cristo, ci unisce al Padre si realizza in special modo nell’amore coniugale: l’abbraccio d’amore degli sposi è segno dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa. “A motivo della fedeltà di Dio l’uomo e la donna possono offrirsi una fedeltà solida, a motivo dell’amore di Dio possono offrirsi un amore senza riserve”.

Occorre però rifuggire da una comprensione moralizzatrice di queste parole di Gesù, esse vanno vissute nella consapevolezza che l’amore totale resta un intento e che viviamo la totalità nel frammento. Esse dunque rappresentano per noi un orizzonte nelle diverse e sempre imperfette forme del vivere.

Monica

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)